Santi Proto e Giacinto

I fratelli Proto e Giacinto subirono il martirio presumibilmente nel corso delle persecuzioni di Valeriano (257-260) o al più tardi nella Grande persecuzione di Diocleziano (303-305), venendo poi onorati da una delle celebri iscrizioni latine di san Damaso

I fratelli Proto e Giacinto subirono il martirio presumibilmente nel corso delle persecuzioni di Valeriano (257-260) o al più tardi nella Grande persecuzione di Diocleziano (303-305), venendo poi onorati da una delle celebri iscrizioni latine di san Damaso (304-384), che ne fece dissotterrare i sepolcri. Riguardo ai fatti della loro vita, una Passio piuttosto tardiva riferisce che erano due eunuchi schiavi di Eugenia, figlia di un nobile romano, divenuto prefetto ad Alessandria d’Egitto. I due convertirono Eugenia e la sua famiglia al cristianesimo. La donna, al rientro a Roma (dove poi subì il martirio), svolse opera di apostolato chiedendo a Proto e Giacinto di istruire nelle verità di fede l’amica Basilla o Bassilla che si convertì a sua volta e, dopo la denuncia presentata dal fidanzato, fu martirizzata insieme ai due fratelli.

Prima ancora dell’elogio damasiano, si trova un’attestazione del loro antichissimo culto nella Depositio martyrum, databile al 336 (e comunque non più tarda del 354), che li commemora all’11 settembre, ricordandone la sepoltura in Basillae, cioè nelle Catacombe di Sant’Ermete, come sono meglio conosciute oggi. Fu in questo cimitero lungo la via Salaria vetus che intervenne papa Damaso, facendo riportare alla luce i sepolcri di Proto e Giacinto, occultati da smottamenti del terreno. L’iscrizione del pontefice recita infatti: «La tomba era rimasta nascosta sotto la frana della collina. Damaso la riporta in luce perché conserva corpi di martiri. La reggia più degna, quella del cielo, tiene con sé Proto. Tu, Giacinto, lo segui, giustificato dal sangue purpureo. Furono fratelli, ambedue magnanimi. Questo, vincitore, conquistò la palma, quello per primo la corona», con un possibile gioco poetico sul significato di Proto («primo»).

Le iscrizioni fatte apporre dai presbiteri Teodoro e Leopardo, rispettivamente durante i pontificati di Siricio (384-399) e Simmaco (498-514), testimoniano altri interventi per facilitare l’accesso dei fedeli ai sepolcri di Proto e Giacinto. Vi furono poi le traslazioni dei secoli VIII-IX, quando i pontefici fecero spostare la gran parte delle reliquie dei martiri dalle catacombe alle chiese. Giunti in epoca contemporanea, era opinione comune che i resti dei due santi fratelli si trovassero insieme nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini, ma il 21 marzo 1845 si seppe che in realtà questa chiesa custodiva solo le ossa di Proto. Quel giorno l’archeologo gesuita Giuseppe Marchi scoprì, con l’aiuto di un fossore (l’addetto alla manutenzione e agli scavi nei cimiteri), una semplice iscrizione latina da cui si ricavava la seguente informazione: «Giacinto martire, sepolto l’11 settembre».

La tomba di Giacinto, con grande sorpresa, venne ritrovata integra in tutte le sue parti e si comprese che era stata “risparmiata” dalle traslazioni precedenti perché non visibile, mentre del sepolcro di Proto rimaneva appena un frammento (con la scritta sepulcrum Proti M). Le ossa di Giacinto furono rinvenute bruciacchiate, indizio del martirio che dovette subire, e sono oggi custodite nella cappella dell’odierna Pontificia Università Urbaniana.