• L'INTERVISTA

Ronzulli: “Giudici conniventi e servizi sociali onnipotenti”

«Lo strapotere dei servizi sociali - come emerge dall'inchiesta Angeli e demoni - è alimentato dagli stessi giudici minorili che delegano agli assistenti sociali la determinazione di aspetti di rilievo per la vita del minore. A volte i servizi vanno oltre le decisioni della magistratura». La denuncia alla Nuova BQ di Licia Ronzulli, presidente della Commissione parlamentare infanzia e adolescenza: «Dai nostri lavori è emerso come spessissimo i magistrati onorari minorili abbiano interessi nelle case famiglia». 

Licia Ronzulli

Lo strapotere dei servizi sociali, la stretta complicità con i giudici minorili e l'utilizzo esagerato dell'affido familiare che dovrebbe essere l'extrema ratio perché su tutto deve sempre esserci il favor familiae. Sono solo alcuni dei punti critici emersi in questa intervista a Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia e presidente della commissione parlamentare infanzia e adolescenza a commento dei fatti emersi con l'inchiesta di Reggio Emilia Angeli e Demoni

Senatrice, lei parla di uno strapotere dei Servizi sociali. Al di là dell’inchiesta "Angeli e Demoni", in che cosa consiste questo strapotere?
Lo strapotere dei servizi sociali è senza dubbio una delle maggiori criticità dell’attuale sistema. Questo strapotere a volte è alimentato dagli stessi giudici minorili che delegano agli assistenti sociali la determinazione di aspetti di rilievo per la vita del minore, penso ad esempio agli orari di permanenza da trascorrere col genitore. In altri casi addirittura l’operato degli assistenti sociali si colloca oltre quello della magistratura, in contrasto con quanto stabilito dai giudici anche dopo attente perizie. Credo che sia giunto il momento di riflettere su interventi per ridurre il potere dei servizi sociali, che come il caso di Reggio dimostra, lavorano nell'ombra senza che vi sia la possibilità di potersi difendere da abusi e soprusi. 

Perché ai servizi è stato affidato questo potere? 
In alcuni casi per negliglenza della magistratura, che preferisce conferire deleghe in bianco invece che assumersi responsabilità decisionali; in altri casi oserei dire “per un delirio di onnipotenza”: quando per anni decidi della vita di bambini e adolescenti senza che nessuno te ne chieda conto finisci per maturare l’idea di avere una sorta di totale impunità.

Leggendo le carte dell’inchiesta emerge quasi un atteggiamento ossessivo dei servizi pregiudizialmente contro l’istituzione famigliare, come se i genitori fossero sempre “i nemici”. Anche lei nella sua attività riscontra questo tipo di atteggiamento? 
La legge parla chiaro: i minori devono vivere nelle loro famiglie. L’affido extrafamiliare è solo l’ultima spiaggia. Purtroppo nella realtà non è così. La legge viene applicata male e quindi molte famiglie solo perché indigenti si vedono strappare i figli. Ed ancora per alimentare un business sicuramente remunerativo si lasciano i minori oltre tempi ragionevoli in case famiglia addirittura incentivando la rottura di ogni vincolo con la famiglia di origine. Più in generale ritengo che questo atteggiamento possa essere collegato alla più ampia crisi della famiglia e ai suoi valori.

Per che cosa si caratterizza il suo lavoro i commissione? Quali obiettivi vi prefiggete?
La Commissione infanzia ha come mission la tutela dei minori, è chiamata a verificare che la legislazione a loro protezione sia rispettata. Anche del tema dei minori la Commissione si è occupata varie volte. E tornerà a farlo. Questa volta intendiamo non solo limitarci a denunciare le criticità del sistema (che ahimè sono note), ma ci proponiamo di indicare delle soluzioni precise. Abbiamo infatti le idee chiare sul da farsi. E abbiamo intenzione di non mollare, facendo in modo che la politica dia seguito alle nostre indicazioni.

Dall’inchiesta emerge anche che le famiglie affidatarie “conniventi” con il sistema, percepissero anche rimborsi superiori del doppio rispetto allo standard. E’ vero che può capitare che alcune famiglie affidatarie si prestino a prendere in affido i bambini per mere ragioni di guadagno o di arrotondamento? 
Girano molti soldi intorno ad essi, legati sia ai finanziamenti pubblici sia ai costi per il mantenimento dei minori. Quello che è grave è che i bambini non costano allo stesso modo su tutto il territorio. Vi è una estrema differenza di costi (e di finanziamenti) da regione a regione. Riteniamo che sia giunto il momento di prevedere a livello statale un tariffario nazionale. Non si può più tollerare che malfattori speculino o risparmino sulla pelle di bambini.

Escludendo chi lo fa animato da grande generosità e carità, è esagerato affermare che in alcuni casi siamo di fronte a un business dell’affidamento? 
Gli affidi minorili sono purtroppo un business e il caso di Reggio lo dimostra. In questa inchiesta sono state coinvolte infatti varie famiglie affidatarie. Credo che la previsione di un tariffario nazionale, accompagnata da un sistema operativo di controlli possa aiutare a limitare gli abusi e il business. Le famiglie che accolgono minori in difficoltà lo devono fare principalmente per amore e non per guadagnarci sopra. Hanno diritto ad avere un aiuto economico per poter sostenere i costi che il mantenimento decoroso di un minore richiede.

Circa l’arbitrarietà con la quale venivano affidati in alcuni i casi minori a persone che non ne avevano i titolo, emerge anche il caso di una coppia di donne conviventi. Non trova che la legge stessa sia troppo superficiale sulle caratteristiche delle persone cui si affidano i minori?
Una precisazione preliminare: l’affido non è l’adozione. Sono diversi i presupposti. Non dobbiamo dimenticare che il bambino in affidamento ha una famiglia e con essa deve intrattenere rapporti. L’affido è una misura temporanea destinata a traghettare il bambino verso il suo ritorno a casa. Ed è per questa ragione che la legge consente di dare in affidamento minori anche a single. Ciò che è importante è che la persona o la coppia affidataria siano in grado di prendersi cura temporaneamente – ribadisco – del minore. 

Lei dice che c’è una prassi in cui i giudici onorari dei tribunali dei minori hanno rapporti con le case famiglia. Ci può dettagliare meglio questa affermazione? Come commissione siete a conoscenza di casi? 
La Commissione infanzia ha svolto una lunga indagine conoscitiva sul fenomeno dei minori fuori famiglia. Dai lavori è emerso come spessissimo i magistrati onorari minorili abbiano interessi nelle case famiglia. E ciò è tanto vero che dopo la nostra denuncia il Csm nell’ultima circolare sui giudici minorili del 2018 ha previsto puntuali cause di incompatibilità. Questo non basta. Serve a mio parere prevedere, come avviene per i magistrati togati, sanzioni pesanti per coloro che pur essendo incompatibili esercitano l’attività giurisdizionale. Ancora, ritengo che le cause di incompatibilità debbano essere ampliate: infatti spesso alcuni giudici onorari, più furbetti, hanno legami “indiretti”– mediati cioè da familiari o congiunti - con le case famiglia. 

Che cosa ritiene dei “metodi” e delle “ideologie” della onlus Hansel e Gretel? 
Non parlerei di metodo. La tortura non è un metodo. E se è vero quello che è emerso dalle indagini, il sottoporre minori ad elettroshock e a sistematici lavaggi del cervello altro non sono che una orribile forma di tortura.