• PERVERSIONI MODERNE

Realdoll, l'amore robotico che trasforma la cosa in persona

Un amore a comando, formato robot. E' quello di Realdoll Harmony, la nuova e costosissima bambola sexy per il piacere autoerotico cibernetico. Robot sessuali che sono sono la plastificazione di un’utopia: modellare l’altro secondo i nostri gusti e desideri e non accettarlo per quello che è. Sono il simbolo postmoderno della solitudine desertica in cui affogano molti. Ma anche una modifica al concetto di persona: Harmony compie tutte le azioni per essere considerata persona: aspetto e funzioni umane. Funzioni che evidentemente Charlie Gard ed Alfie Evans, non erano in grado di compiere. Così - come già stabilito dalla Commissione UE - la cosa può essere persona.

E’ già tutto condensato nel nome. RealDoll. Si tratta un’azienda americana che realizza robot sessuali. Una sorta di evoluzione (o involuzione, dipende dai punti di vista) della bambola gonfiabile. Rispetto a questa, le caratteristiche e le funzionalità sono assai più avanzate, tanto da giustificare il prezzo che può arrivare a 60mila dollari.

Matt McMullen, inventore e proprietario della società californiana che produce questi manichini del piacere, ha dichiarato qualche giorno fa a Panorama, parlando di Harmony, forse la sua creazione più riuscita: «Si muove come un essere umano, la pelle è morbida e calda, respira e reagisce alle carezze. Ha un’intelligenza artificiale che le permette di rispondere a qualsiasi domanda, sostiene conversazioni brillanti ed è sempre disponibile per fare sesso. La vera novità è che puoi programmare la sua personalità tramite un’app dello smartphone, scegliendo tra 20 caratteri differenti. Ma c’è di più, Harmony è in grado di comprendere le abitudini del suo proprietario, specialmente i gusti sessuali, e adattarsi».

Non solo, ma se si naviga nel sito di RealDoll si scopre che la geisha o il gigolò del XXI secolo sono customizzabili, ossia personalizzabili. Ogni parte del copro sintetico è modellabile a seconda dei desiderata dei clienti, né più né meno come una Mercedes. Oltre ad una infinità di volti, c’è la taglia del seno da poter scegliere e poi 14 tipi di vagina e 42 tipi di capezzoli in catalogo. Per non parlare dei glutei, di ogni forma e aspetto, peni di qualsivoglia dimensione, bocche, occhi, colore della pelle e make up. E’ l’Ikea del sesso. Inoltre potete inviare una foto e la RealDoll vi creerà un clone identico alla persona ritratta nella foto. Dunque perché negarsi notti di passioni cibernetiche con Marylin Monroe o una vostra vecchia fiamma di quando eravate al liceo che però aveva sempre risposto picche ai vostri inviti (attenti però alle querele per motivi di privacy)?

Qualcuno potrebbe inorridire di fronte a tutto questo. Ma perché scandalizzarsi? Non produciamo esseri umani in provetta? La fecondazione artificiale non sta forse virando sulla programmazione del nascituro in ogni suo più piccolo dettaglio, come colore degli occhi e statura? Se assembliamo l’uomo come vogliamo, a maggior ragione possiamo farlo anche con le macchine.

Dunque Harmony e le sue sorelline (Mr McMullen non è infatti l’unico che si è buttato in questo business a luci rosse) rappresentano l’ideale di donna per il maschio alfa. Una bella femmina, in tutto e per tutto uguale a come l’hai sempre sognata, e in ogni momento disponibile. Un amore a comando. A ben vedere questi robot sessuali sono la plastificazione di un’utopia vecchia come Adamo: modellare l’altro secondo i nostri gusti e desideri e non accettarlo per quello che è.  Inoltre sono il simbolo postmoderno e perfetto della solitudine desertica in cui affogano molti.

Rober Young era uno scrittore americano di fantascienza e nel 1965 pubblico un racconto dal titolo Juke-Doll in cui il protagonista, Mr. Carter, premeva i pulsanti E, D, 4 e un juke-doll-box sputava fuori una prostituta robot, Edi, in tutto e per tutto simile ad una donna vera. “Sentiva come uno strano senso di colpa – scrive Young –. Non era naturale che un uomo si abbandonasse ad un’avventura così fantastica, con una donna che, dopotutto, non era altro che un manichino. Restava solo una conclusione, pensò Carter: o lui era una persona anormale o la sua solitudine era davvero immensa”. Una solitudine elevata al cubo perché colei che in una stanza segreta pilota il robot – la manipolatrice – si scoprirà essere Marzia, sua moglie: “all’improvviso [Carter] si rese conto che come baby-amica, come Edi, Marzia riusciva ad essere veramente se stessa, affascinante, gentile. Come Edi, lui si era innamorato di lei”. La virtualità, espressa all’ennesima potenza nella cibernetica, diventa la maschera dietro cui riuscire ad essere autentici e quindi capaci di amare: un vero ossimoro esistenziale. La tecnologia infatti ci inganna facendoci credere che l’artificiosità è la porta di ingresso all’autenticità.

Il sesso robotico non è altro che una forma di autoerotismo molto sofisticato e altrettanto costoso. Però vi è, tra i molti significati racchiusi in questa tipologia di masturbazione cibernetica, uno di particolare interesse perché, a breve, potrebbe riguardare un po’ tutti, anche non gli amanti di questo genere tra il fetish e il rimbambito. Le macchine stanno assomigliando sempre più alle persone. Molti bioeticisti assegnano la patente di persona se gli esseri umani hanno, in genere, due caratteristiche. Primo, l’aspetto umano: Harmony ha aspetto umano; lo zigote no.  Secondo: svolge funzioni umane, come parlare, rispondere alle domande, reagire agli stimoli tattili, etc.. Harmony compie tutte queste azioni, Charlie Gard ed Alfie Evans, i due bambini uccisi qualche mese fa in Inghilterra, non erano in grado di compiere queste azioni. Tra le funzioni elevate possiamo includere la coscienza di sé: per le anime belle basta che Harmony pronunci il proprio nome e questo sarebbe la prova che il robot è cosciente di se stesso. Charlie ed Alfie non arrivarono nemmeno a questo minimo risultato.

Quello che vogliamo dire è molto semplice: se la persona è un ente di aspetto umano che compie alcune funzioni, i robot possono diventare persone e, applicando la medesima logica agli esseri umani, alcuni di costoro non sono ancora persone oppure hanno perso lo status di persone (v. i pazienti in uno stato di coscienza alterata). Ecco che, come accennavamo, il nome RealDoll è una sintesi perfetta di questo fenomeno: la bambola (doll) diventa così realistica che la sua realtà muta. Da cosa a persona, anzi la cosa può essere persona. Uno degli scenari tipici del cosiddetto post-umano. Un fenomeno di tipo evolutivo e insieme involutivo: la macchina si umanizza e l’uomo si reifica, si spersonalizza. E’ una doppia dinamica governata dal medesimo principio: la riduzione empirista dell’uomo. L’uomo non vale per quello che è, ma per come è oppure per quello che fa. Ma in realtà la macchina mai potrà diventare persona, seppur compirà azioni sofisticatissime e prive pressochè di errori (già oggi questo accade con i computer), perché non è un ente di natura razionale. L’uomo è persona perché è un essere spirituale: l’anima razionale informa il suo corpo. I robot, mai potranno avere un’anima.

La personalizzazione dei robot è un sentiero che inizia ad essere battuto sempre più spesso e, detto per inciso, è l’esito degli sforzi degli animalisti nel considerare persone gli animali. Vediamo qualche esempio. Nel 2016 una proposta di risoluzione è stata approvata dalla Commissione del Parlamento Europeo sugli Affari Legali che riguardava la possibilità di qualificare dal punto di vista giuridico i robot come “persone elettroniche”. Poi la proposta, almeno fino ad oggi, non ha trovato l’approvazione del Parlamento. Se il robot ha personalità giuridica significa che diviene un centro di attribuzioni di diritti e doveri, con tutte le conseguenze del caso. La proposta fu avanzata soprattutto per garantire il risarcimento danni nei casi in cui un robot provocasse qualche danno, ma è davvero una proposta strampalata dato che, già oggi a pagare i danni provocati da una macchina, è il proprietario stesso. 

Nel 2017 i media raccontarono la storia di Lilly una giovane che vive in Francia e che si era innamorata del suo robot costruito in casa con una stampate in 3D. Lilly aveva in animo anche di sposare il proprio robot perché se il mariage è davvero pour tous perché non estenderlo anche alle macchine?  A fine dicembre del 2016, presso l’Università Goldsmiths di Londra – che non è esattamente la bocciofila di Morterone –  si tenne il Secondo Congresso Internazionale su “Love and Sex with Robots” dove il dottor David Levy affermò che, in futuro, sarà normale sposarsi con gli androidi.

La breccia dell’affetto verso le cose sarà quella che, probabilmente, un giorno farà sì che un robot potrà essere considerato “persona”: se tu robot vali per me come persona e io e te non facciamo del male a nessuno, perché vietare il riconoscimento dei robot come persone? Dunque le bambole erotiche made in USA non rappresentano solo un sollazzo per ricchi annoiati dal sesso convenzionale, ma sono teste di ponte gettate nella direzione della personalizzazione delle macchine. Questo perché dal mero piacere venereo all’innamoramento il passo è breve. D’altronde è stata una concezione deteriore dell’affetto il vero grimaldello per molte battaglie sui principi non negoziabili: è per l’affetto verso i figli che si sceglie il divorzio, è per “amore” verso il figlio disabile o frutto di uno stupro che si opta per l’aborto, è per tutelare l’affetto tra due persone omosessuali che si è legittimato il “matrimonio” omosex, è per “amore” che si percorre la strada della fecondazione artificiale ed è sempre per “amore” che si stacca la spina al parente morente o disabile.