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Qual è il fondamento del rapporto educativo alunno-maestro?

Dopo aver parlato dei doveri del maestro, Quintiliano indica nell’Institutio oratoria alcune caratteristiche essenziali dell’allievo, ossia in primis la memoria e la capacità d’imitazione. I discepoli devono amare e rispettare i maestri, mostrandosi docili e cercando di imitarne i talenti. La lezione del pedagogo latino, a dispetto delle mode, vale ancora oggi.

Da esperto pedagogo allenato a osservare gli scolari, Quintiliano sa indicare alcune caratteristiche che costituiscono una predisposizione del bambino all’apprendimento: in primis la memoria e la capacità d’imitazione. Non qualsiasi capacità imitativa è, però, adeguata. Infatti, gli studenti che si avvarranno delle capacità imitative per destare il riso negli altri daranno prova di propensione al male e alla poca serietà. Lo studente deve sempre imitare il bene dell’adulto che ha di fronte, non i difetti o i limiti. Si apprende, infatti, per imitazione, ma solo imitando i talenti e le virtù altrui si cresce e ci si forma una cultura adeguata.

Per Quintiliano è preferibile un’intelligenza lenta piuttosto che «un ingegno volto a far male». E ancora è preferibile uno studente serio e diligente a uno «pigro e trasandato». Lo studente adatto all’apprendimento porrà domande, senza, però, «correre avanti».

L’intelligenza dei ragazzi prodigio non arriva mai facilmente a frutto. Costoro sono coloro che compiono facilmente le loro piccole fatiche e, ringalluzziti dalla stessa audacia, fanno subito mostra di tutte le loro possibilità e alla fin fine riescono a fare ciò che è immediatamente alla loro portata.

I ragazzi prodigio spiccano subito, ma non creano basi solide. Sono come semi sparsi sulla superficie che diventano piantine troppo in fretta. Sono come erbacce che biondeggiano prima della mietitura. Il ragazzo prodigio rischia di non affrontare con umiltà il percorso scolastico e le fatiche dello studio.

Quintiliano è ben cosciente dell’eterogeneità degli scolari. Alcuni si rilassano facilmente, altri sono refrattari ad ascoltare gli ordini e le indicazioni, altri ancora sono bloccati dalla riservatezza, altri sono forgiati dall’impegno e dall’applicazione, altri sono pieni di entusiasmo. Esistono tanti differenti talenti. L’educazione dovrà farli emergere. Pur tuttavia, l’alunno dovrà esercitarsi in tutti gli ambiti, non solo in quelli in cui emerge.

La mente di uno scolaro imparerà quando l’insegnamento è continuo e graduale. La bevanda entrerà nella bocca stretta del recipiente se versata non tutta in una volta. Gli studenti non dovranno avere libertà di alzarsi in piedi e di far salti di gioia. «Anche i più grandi dovranno abituarsi a testimoniare moderatamente il loro assenso, quando saranno in ascolto». Non è opportuno lodare lo scolaro per qualsiasi prova. Tale prassi è «estranea ad una scuola seria, ma pure assai dannosa agli studi». Se lo studente è esaltato per qualsiasi affermazione, «diligenza e fatica sembrano sprecate».

Un rapporto educativo è sempre biunivoco, necessita della partecipazione sia della componente adulta che di quella giovanile. Quintiliano non tralascia, quindi, i doveri degli alunni:

Dopo aver parlato tanto dei doveri dei maestri, voglio dire ai discepoli soltanto questo, di amare i maestri non meno dei loro studi e di ritenerli genitori non dei corpi ma delle menti. Questo rispetto gioverà molto allo studio, perché, così, li ascolteranno volentieri e crederanno alle loro parole e desidereranno essere simili a loro; allora, lieti e contenti si recheranno a scuola; se verranno ripresi, non si adireranno, se, invece, saranno lodati, proveranno piacere e si adopereranno perché siano molto amati. Infatti, come dovere del maestro è insegnare, così dovere dei discepoli è mostrarsi docili; del resto, nessuna cosa è sufficiente senza l’altra (Institutio oratoria II, 9).

Una volta ancora, Quintiliano sottolinea l’importanza dell’affettività (quindi del rapporto di stima, di fiducia, d’affetto che si crea tra il maestro e il discepolo) nel fenomeno conoscitivo. Il ragazzo che non vuole deludere l’insegnante sarà portato a profondere un impegno adeguato. Quando sei colpito da qualcuno o sei affascinato da lui o inizi a volergli bene, scopri una parte di realtà fino ad allora sconosciuta e il rapporto diventa metodo, strada, chiave di accesso, finestra sulla realtà.

In una lettera al fratello, Vincent Van Gogh scrive:

Sai tu ciò che fa sparire la prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita.

Preso dall’ammirazione per l’adulto, lo studente cercherà di imitarlo e di seguirne l’esempio. Andrà a scuola lieto, perché certo di apprendere dall’esempio e dalla viva voce del maestro. Si mostrerà docile all’apprendimento.

Le parole di Quintiliano potrebbero sembrare scontate e ovvie, ma sono, in realtà, il fondamento dell’educazione. Nella pratica quotidiana ci si rende conto che la componente dell’affettività, di cui parla il grande retore latino, non viene mai messa a tema nella scuola.

Oggi è l’epoca della moda o, forse, è meglio dire delle mode. Anche la pedagogia ne è stata invasa. Sembra che ogni due lustri debba mutare il metodo d’insegnamento ovvero la strada che l’insegnante utilizza perché l’alunno possa essere catturato dalla disciplina e possa apprendere. Siamo davvero convinti che la pedagogia muti con il mutare delle circostanze storiche con tempi così rapidi? Attenzione, non intendo certo negare l’utilità di strumenti informatici, dei new media o di tutti quegli strumenti che la tecnica offre, in sempre maggiore abbondanza. Sto parlando della sostanza della pedagogia, del rapporto tra insegnante e alunno, dei fondamenti che permettono l’apprendimento e la crescita. Siamo davvero convinti che mutino nel tempo? L’uomo cambia nella sua dinamica di apprendimento?

Oggi si fa un gran parlare di aspetti del mondo scolastico che non sono il fondamento dell’apprendimento. Ad esempio, l’uso del tablet, del digitale, della strumentazione informatica vengono proposti come panacea alla situazione di disamore allo studio e alla crisi sempre più ampia che pervade il mondo dei giovani. Forse con le nuove tecnologie i ragazzi saranno più attirati dallo studio e dalla lettura? Forse, fa comodo pensare in questo modo e attendersi dalla tecnologia il risveglio che in primo luogo spetta a noi. Si tratta del risveglio dell’io e dell’umano che nel tempo rimangono immutati. Anche i fondamenti del rapporto educativo tra maestro e discepolo rimangono gli stessi.

 

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