• LA CHIESA MONDANA

"Non condivido, ma...". Se il vescovo "legittima i gay pride"

È prevedibile, durante il Gay Pride di Rimini, l’uso blasfemo di personaggi e simboli della religione. Come l’anno scorso, un gruppo di cattolici, riuniti nel Comitato Beata Giovanna Scopelli, ha indetto una processione di riparazione da cui il vescovo di Rimini ha preso le distanze sebbene anche il pride «non aiuti i legittimi diritti Lgbt».

IL 28 luglio prossimo, a Rimini, è previsto un gay pride, cioè una delle usuali sfilate che in questo periodo – giugno e luglio – attraversano le città italiane, con l’usuale bagaglio di rivendicazioni: matrimonio egualitario, adozione per le coppie omo e anche per i single, riconoscimento della legalità dell’utero in affitto, procreazione assistita anche per i single, oltre che per le coppie. Ed è prevedibile che si assista a un’ampia gamma di manifestazioni, dal carnavalesco all’osceno; così come è prevedibile (ricordate il Pompei Pride) l’irrisione o l’uso blasfemo di personaggi e simboli della religione. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di una manifestazione in cui si rivendica la “normalità” di rapporti contro natura; che oltre a esporre chi li pratica assiduamente a un ampio ventaglio di rischi e malattie, sono condannati dal Magistero costante della Chiesa.

Come già l’anno scorso, un gruppo di cattolici, riuniti nel Comitato Beata Giovanna Scopelli, per tutte queste ragioni ha indetto una processione e un rosario di riparazione, che si svolgeranno sabato 28 con partenza alle 10.30, in piazza Mazzini. L’anno scorso il Comitato aveva invitato il vescovo, mons. Francesco Lambiasi, affinché fosse lui a guidare la processione e la preghiera di riparazione. Fu chiesto anche un incontro, che, a quanto risulta non avvenne. Quanto a guidare processione e preghiera, figuratevi voi se un vescovo italiano, progressista, aperto ecc. ecc. avrebbe compiuto un gesto così politicamente scorretto! I vescovi italiani non riescono a dire parole dure neanche quando i loro preti si sposano con degli uomini, figuriamoci se rischiano di inimicarsi le lobby gay e la stampa di sinistra. Quest’anno prima di rendere pubblica la processione, il Comitato ha scritto, informando il vescovo, ed esprimendo i motivi dell’iniziativa. 

Lambiasi ha risposto. «Comprendo le motivazioni della vostra ferma disapprovazione», scrive il presule, chiedendo però ai laici «nella mia coscienza di cittadino italiano, di cristiano cattolico e di vescovo», di tenere conto di questi elementi. Lambiasi ricorda di esseri «pubblicamente rammaricato» in passato per «comportamenti, contenuti e forme di quel raduno», perché «non condivisibili». Inoltre non ritiene che i "pride" aiutino ad affrontare «in modo costruttivo» la rivendicazione di «legittimi diritti» delle persone omosessuali. Ricorda di condividere quello che il Papa e i vescovi al Sinodo 2015 hanno affermato, e cioè che non esiste fondamento per stabilire analogie, «neppure remote» fra unioni omosessuali e il matrimonio e la famiglia.  Però ogni persona «va rispettata nella sua dignità», quale che sia l’orientamento sessuale; e per questo motivo il presule non può «non esprimere serie e motivate perplessità circa la vostra processione riparatrice». Teme che si alimenti uno stile di «aspra contrapposizione polemica», con «il triste effetto» di far sentire le «non poche persone omosessuali – che sono battezzate e scelgono di voler rimanere nella Chiesa giudicate a priori e allontanate». 

Insomma, tirando le somme: i pride non sono condivisibili, ma non perché propongano stili di vita e comportamenti negativi (ma San Paolo? Ma il catechismo della Chiesa cattolica?) ma perché non aiutano a affrontare il problema dei diritti degli omosessuali; no all’equiparazione del matrimonio alle unioni omosessuali; ma fare una processione, e pregare per l’offesa fatta da una manifestazione pubblica no, perché si potrebbero offendere gli omosessuali cristiani. 

Che dire? Un amico sacerdote che ha letto il comunicato “cerchiobottista” del presule ha commentato, e facciano nostro il suo commento: «La riparazione e lo sdegno non riguardano gli uomini, le persone, ma la manifestazione; cioè proclamare pubblicamente e, talvolta anche oscenamente, che l’omosessualità è un valore. Rispetto non significa dar ragione a chi propaganda l’errore pubblicamente e vuole che tutti gli stili di vita siano equiparati». Sul rischio che chi conduce uno stile di vita omosessuale si trovi davanti a un giudice più severo del vescovo di Rimini, non una parola. E forse anche questa è un’omissione interessante….