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Ninive, il difficile ritorno dei cristiani iracheni

La riapertura al culto della chiesa di San Giorgio a Teleskoff, Iraq, segna un altro successo del programma di rientro dei cristiani nella piana di Ninive, nei villaggi che erano stati occupati dall'Isis. Ma il ritorno dei cristiani è un percorso irto di difficoltà.

La chiesa di San Giorgio a Teleskoff, prima del restauro

Con il restauro e la totale riapertura al culto domenica scorsa della chiesa di San Giorgio a Teleskoff il programma “Ritorno alle radici” della Commissione per la ricostruzione di Ninive ha messo a segno un altro successo dall’avvio del programma nel marzo scorso, ma la strada per la riabilitazione e il ripopolamento delle cittadine cristiane di questa regione settentrionale dell’Iraq è ancora lunga ed irta di difficoltà.

Secondo le stime di Aiuto alla Chiesa che soffre, che ha contribuito in misura decisiva con un dono di 100 mila euro alla riabilitazione della chiesa profanata e gravemente danneggiata dall’Isis nell’agosto 2014, fino ad oggi a Mosul est e nelle cittadine della Piana di Ninive (che si trovano a nord e ad est di Mosul) sono rientrate il 33 per cento delle famiglie cristiane che ci abitavano prima dell’offensiva dei jihadisti nell’estate di tre anni e mezzo fa, pari a circa 30 mila persone. A Teleskoff, dove prima della guerra c’erano circa 10 mila abitanti, quasi tutti cristiani caldei, sono già rientrati i due terzi degli abitanti, e questo rappresenta un record per tutta la regione. Come la maggior parte delle altre cittadine cristiane e yazide della Piana di Ninive, Teleskoff cadde nelle mani dell’Isis nella notte fra il 6 e il 7 agosto 2014, ma diversamente da tutte le altre fu riconquistata dai peshmerga dieci giorni dopo, e da quel momento si trovò sulla linea del fronte, a soli 10 minuti a piedi dalle postazioni dell’Isis nella vicina Batnaya, fino all’ottobre 2016, quando le forze terroriste si ritirarono verso Mosul. In quei 26 mesi nella località rimasero solo distaccamenti di peshmerga che furono più volte pesantemente attaccati, mentre i civili avevano trovato riparo ad Alqosh, lontana 12 km, cittadina caldea che non subì mai l’occupazione dell’Isis, oppure ad Erbil capitale del Kurdistan iracheno o all’estero.

Logico che dopo la fine delle operazioni militari i civili abbiano trovato una situazione molte degradata, ma un numero minore di distruzioni rispetto alle località occupate in permanenza dall’Isis, e questo ha facilitato il ritorno di chi non era partito per l’estero. La situazione tuttavia ha preso una brutta piega il 24-25 ottobre scorsi, quando nella cittadina cristiana si sono scontrati armi e mortai alla mano i peshmerga curdi coi militari dell’esercito regolare iracheno e le milizie sciite che li appoggiano. Più di 1.000 famiglie dovettero abbandonare le case che avevano ripreso da poco ad abitare. Ora la situazione è tornata alla calma, ma in molte località cristiane e yazide della Piana di Ninive si vivono situazioni di tensione come quella che ha portato a scontri armati fra ex alleati anti-Isis a Teleskoff. Bahzani e Bashiqah, per esempio, villaggi misti cristiano-yazidi non lontani dallo storico monastero siriaco ortodosso di Mar Mattai, sono stati dal 2003 al 2014 sotto controllo curdo, e poi per due anni e mezzo occupati dall’Isis. Dopo la liberazione, i peshmerga curdi controllano Bashiqah, ma hanno dovuto abbandonare a metà di ottobre Bahzani, che ora è sotto il controllo delle truppe regolari irachene. Risultato: delle 400 famiglie di cristiani siriaci che abitavano quest’ultima località solo 130 si sono fidate di tornare ad abitare nel villaggio. E anche esse invocano garanzie internazionali per restare.

Le difficoltà e i problemi che ostacolano il pieno rientro dei cristiani sfollati tre anni e mezzo fa sono sia finanziarie che politiche. Quasi 13 mila abitazioni sono state danneggiate o distrutte, 260 proprietà ecclesiali danneggiate o, in 34 casi, totalmente distrutte. I costi della ricostruzione sono stimati a 230 milioni di dollari. Sia il governo iracheno che la comunità internazionale non hanno ritenuto di dare la priorità alla riabilitazione delle località cristiane, pertanto fino ad oggi la maggior parte delle spese effettuate per restituire alla vita le località liberate sono state sostenute da Aiuto alla Chiesa che soffre, Cavalieri di Colombo, Caritas internazionale e governo dell’Ungheria, che ha reso possibile il ritorno a Teleskoff di 1.000 famiglie cristiane con uno stanziamento di 2,4 milioni di dollari che hanno coperto i costi di ricostruzione. I benefattori sopra elencati hanno come referente il Comitato per la ricostruzione di Ninive, la cui presidenza è costituita da 6 rappresentanti plenipotenziari delle tre principali chiese dell’Iraq settentrionale: caldei, siriaci cattolici e siriaci ortodossi. Il governo iracheno giustifica la sua latitanza mostrando il conto dei costi e dei danni provocati dalla guerra con l’Isis: secondo l’ambasciatore dell’Iraq all’Onu, Mohammed Hussein Bahr al-Uloom, il governo di Baghdad ha sostenuto 100 miliardi di dollari di spese militari e ora si trova di fronte a 130 miliardi di dollari di danni di guerra alle infrastrutture e alle città coinvolte nelle operazioni militari.

I problemi politici sono di ancora più ardua soluzione: come molti avevano pronosticato, l’alleanza fra curdi, esercito iracheno e milizie sciite ha cominciato a sfaldarsi subito dopo la sconfitta dell’Isis, e le cose sono decisamente peggiorate dopo lo svolgimento del referendum unilaterale per l’indipendenza del Kurdistan indetto nel settembre scorso dal governo regionale egemonizzato dal Pdk di Mahmoud Barzani. Baghdad e i paesi confinanti con l’Iraq non hanno accettato il risultato del referendum che aveva sancito l’indipendenza del territorio, hanno imposto un embargo economico di fatto alla regione e con operazioni militari hanno sottratto ai curdi fette di territorio che avevano occupato ai tempi della caduta di Saddam Hussein e poi al momento dello scoppio della crisi Isis. Ha dichiarato Stephen Rasche, esperto americano che partecipa alla Commissione per la ricostruzione di Ninive in rappresentanza della diocesi caldea di Erbil, che a causa del braccio di ferro curdo-iracheno «molte comunità sono esposte al rischio reale di occupazione delle case da parte di altri provenienti dal di fuori, con la conseguente creazione di nuove fonti di violenza e conflitto potenziali». Il timore dei vertici delle Chiese irachene è che a causa dell’instabilità i cristiani che hanno cercato riparo all’estero negli anni della guerra non torneranno e che quelli rientrati nelle cittadine della Piana di Ninive venderanno le case dopo averle restaurate col denaro donato dai benefattori internazionali e useranno il ricavato per emigrare in Europa, America e Australia. Già oggi 245 mila caldei e siriaci iracheni vivono negli Stati Uniti e 46 mila in Australia. In assenza di soluzioni politiche permanenti e di garanzie internazionali, l’esodo potrebbe continuare.