• DATI ISTAT

Lavoro, oltre le apparenze c'è poco da festeggiare

Il governo esulta perché la disoccupazione risulta essere la più bassa dal 2012 e l'occupazione la più alta dal 1977. Ma i dati mostrano un quadro non roseo. Perché aumenta l'occupazione solo fra gli anziani che non vanno in pensione, mentre diminuisce l'occupazione giovanile. E l'economia ristagna. Manca un serio piano di rilancio

Luigi Di Maio

Disoccupazione mai così bassa dal 2012 e occupazione mai così alta dal 1977: se questa fosse la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, tutto sommato avrebbe ragione il vicepresidente del Consiglio e ministro dello sviluppo economico e del lavoro Luigi Di Maio ad esultare, anche se sarebbe ancora da dimostrare che ciò sia dovuto al fatto che “il decreto dignità e gli altri interventi sul lavoro stanno portando i frutti”.

La realtà, comunque, non è questa. I dati Istat del 31 luglio su lavoro e occupazione, relativi al mese di giugno 2019, dicono che il tasso di disoccupazione (che per l’Istat indica le persone prive di lavoro, ma che lo cercano attivamente o prevedono di iniziarlo a breve termine) rispetto a maggio è calato dello 0,1% ed è ora al 9,7%. Siamo al terzultimo posto in Europa, dopo Spagna e Grecia. Peraltro, al calo della disoccupazione concorre il dato dei giovani tra 15 e 24 anni: in questa fascia i disoccupati sono diminuiti di 28mila unità, ma gli inattivi sono aumentati in misura corrispondente. Ciò significa che cessano di essere disoccupati semplicemente perché hanno smesso di cercare lavoro. Non beneficiano comunque di questo dato positivo, di calo della disoccupazione, i giovani tra i 25 e i 34 anni.

Se guardiamo poi al tasso degli occupati, il dato rispetto al mese precedente è praticamente invariato, anzi, a ben vedere gli occupati sono diminuiti di seimila unità. Aumentano sia i contratti a tempo indeterminato, sia quelli a tempo determinato, mentre diminuiscono gli altri tipo di lavoro. Anche qui, un dato negativo investe l’occupazione dei giovani tra i 25 e i 34 anni, età in cui normalmente ci si laurea, si cerca lavoro e, per i più volenterosi, si tenta di metter su famiglia. Il tasso degli inattivi (cioè le persone che né sono occupate né cercano lavoro, per cui a fini statistici non sono considerate “forza lavoro” del paese) rimane pure invariato per il quinto mese consecutivo (si tratta del 34,3% della popolazione).

I numeri sono invece più favorevoli se riguardati su base trimestrale e annuale. Rispetto sia al primo trimestre 2019 sia a un anno fa, l’occupazione cresce dello 0,5% (con un aumento in particolare dei contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato). Tuttavia, il dato degli occupati decresce tra i 25 e i 50 anni, mentre è particolarmente positivo per gli ultracinquantenni. Sempre nell’ultimo anno, i disoccupati sono diminuiti nel complesso del 10,2% e gli inattivi sono aumentati dello 0,2%.

Cinque considerazioni sui numeri.

Primo, il dato sulla crescita degli occupati, pur lievemente positivo, non tiene comunque conto della qualità dell’occupazione. Per l’Istat è occupato chi, nel periodo di riferimento, ha svolto anche un’ora sola di lavoro; ed è parimenti considerato occupato chi ha il rapporto di lavoro sospeso con l’intervento della cassa integrazione guadagni. A tal proposito, secondo i dati forniti dall’Inps il numero delle ore di cassa integrazione autorizzate, rispetto al giugno 2018, è cresciuto del 42,6%; in particolare, le ore di cassa integrazione straordinaria sono pressoché raddoppiate. E la cassa straordinaria è spesso preludio di una crisi definitiva dell’impresa, con i conseguenti licenziamenti collettivi e la perdita del lavoro. Si fa presto, dunque, a dire “occupati”: occorre tener conto del fatto che vi è una quota di occupazione a “bassa intensità” di lavoro e con lavoro a rischio.

Secondo, i numeri restano deludenti con riguardo ai giovani, mentre l’occupazione cresce essenzialmente grazie agli ultracinquantenni. Ora, l’invecchiamento della forza lavoro non è propriamente un dato positivo per l’economia di un paese, né sintomo di politiche occupazionali efficienti: gli anziani restano nel mercato del lavoro più a lungo anche perché costretti dall’inasprimento dei requisiti pensionistici (da ultimo, ad opera della legge Fornero).

Terzo, è sempre l’Istat a comunicarci che il Pil non aumenta e che l’economia dunque ristagna, per il quinto trimestre consecutivo. Questo conferma che il lieve aumento dell’occupazione, più che essere frutto della creazione di nuovi posti di lavoro, risente soprattutto, come detto, dell’invecchiamento “costretto” della forza lavoro. E se la produzione nel paese non aumenta, è facile aspettarsi che anche i numeri sull’occupazione saranno ancor meno rosei nel prossimo periodo.

Quarto, affinché le imprese assumano lavoratori, occorre che le regole del lavoro non costituiscano un ostacolo. Se sono ancora da ponderare gli effetti del “decreto dignità” in termini occupazionali (i pentastellati sostengono che abbia favorito la conversione dei contratti a termine in occupazione stabile), è certo che esso ha reso a dir poco rischiosi, per il datore di lavoro, i rinnovi dei contratti a tempo determinato, in quanto soggetti all’obbligo di indicazione di strette causali. Si è trattato di una scelta poco saggia in un mercato del lavoro che non è in espansione e che necessita comunque, in entrata, di una certa dose di flessibilità.

Quinto, sembrano ancora lontane dall’orizzonte di questo governo le vere priorità per uno sviluppo occupazionale, cioè la cura dell’inverno demografico e un serio piano industriale per il paese (con investimenti in infrastrutture, abbassamento della pressione fiscale, efficienza della pubblica amministrazione, funzionamento della giustizia). Le risorse? Si potrebbe iniziare da quelle oggi utilizzate per finanziare uno strumento assistenzialista, quale è il reddito di cittadinanza, che non combatte la povertà né favorisce l’occupazione (al contrario, la disincentiva).