a cura di Stefano Fontana
  • IL LIBRO

La teologia della creazione vive e lotta insieme a noi

Chi si occupa di Dottrina sociale della Chiesa ormai deve impegnarsi a giustificarla a monte piuttosto che applicarla a valle. La Dottrina sociale, infatti, è a monte rispetto a tanti problemi sociali che essa illumina, ma è a valle a sua volta rispetto al quadro teologico della dottrina della fede cattolica in cui si inserisce. Ora, se un tempo questo quadro teologico la giustificava, ora non più. Quindi chi si occupa di Dottrina sociale della Chiesa è sempre più impegnato a ricostruire quel quadro ideologico che non a studiare le applicazioni della Dottrina sociale. Se il nuovo quadro teologico rende inutile e impossibile la Dottrina sociale, è ovvio che il primo impegno deve essere rivolto a ricostruirlo, altrimenti ci si impegna sulle applicazioni della DSC ma nel frattempo essa viene corrosa nelle sue stesse possibilità.

Da tempo nella teologia cattolica c’è il vuoto della teologia della creazione. Ci si chiede: la Dottrina sociale della Chiesa ha bisogno di una teologia della creazione per essere pienamente giustificata? La risposta è sì. Almeno per la Dottrina sociale così come l’abbiamo conosciuta in passato. Se non c’è la creazione, o se la creazione viene teologicamente pensata con categorie nuove, non c’è più un ordine sociale finalistico frutto appunto della creazione, e allora non c’è morale sociale e nemmeno Dottrina sociale della Chiesa. Questa non può più parlare di diritto naturale e di legge morale naturale. Così facendo, però, diventa impossibile fondare l’autorità politica e il bene comune e tutto il discorso scade nel contrattualismo e nelle convivenza sociale come patto.

La nuova teologia mette da parte e/o ripensa la teologia della creazione perché non accetta l’impianto di pensiero metafisico che quella teologia richiede. La creazione “dal nulla” (ex nihilo) ha bisogno della metafisica greco-cristiana, che però la nuova teologia ha sostituto con la filosofia esistenzialistica la quale, essendo completamente storica, non può parlare di creazione dal nulla. Ecco allora che la creazione viene intesa come proiezione del senso “creaturale” dell’uomo, come capita per esempio nella teologia di Karl Rahner, il massimo rappresentante della nuova teologia che toglie ogni spazio alla Dottrina sociale della Chiesa. E’ di questi giorni la notizia che Mons. Ignazio Sanna, vescovo di Oristano, teologo di punta e già professore alla Lateranense, è stato nominato a capo della Pontificia Accademia Teologica. Non è una buona notizia, dal punto di vista della questione che stiamo esaminando, dato che Sanna è un convintissimo rahneriano. Questo è, purtroppo, il quadro.

Ecco perché va accolto con un sospiro di sollievo e di speranza il volume sulla teologia della creazione in San Tommaso, contrapposta a quella di Teilhard de Chardin e di Karl Rahner scritto da Padre Arturo Ruiz Freites, dell’Istituto del Verbo Incarnato (“In principio Dio creò …”, Ed.Ivi, Segni 2019, pp. 512). Il libro esamina le questioni 44-49 della Prima Parte della Somma di Teologia di San Tommaso d’Aquino dedicate a “Dio creante” e la confronta con il pensiero di Teilhard e di Rahner. Ne emerge con estrema chiarezza l’incompatibilità tra le due opposte visioni e come la teologia della creazione dei due autori moderni annulli se stessa nell’evoluzionismo e nello storicismo esistenzialistico. Coloro che si occupano di Dottrina sociale della Chiesa possono essere contenti: la teologia della creazione a fondo metafisico sarà forse passata di moda ma in sé rimane validissima e questo testo lo conferma.