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La Corte Suprema sblocca il travel ban

Il travel ban, il decreto di Donald Trump sul blocco temporaneo dei visti per chi arriva negli Usa da paesi a rischio terrorismo, è stato nuovamente promosso dalla Corte Suprema. Su nove giudici, sette hanno votato a favore e solo due contro. Con questa sentenza, il travel ban potrà entrare in vigore nonostante fosse bloccato dalle sentenze di alcuni tribunali federali, come quello delle Hawaii.

Quindi d’ora in avanti, gli Usa potranno legalmente rifiutarsi di concedere il visto a chi arriva da paesi ritenuti particolarmente pericolosi, dove l’ambasciata degli Stati Uniti non c’è, o dove non è in grado di effettuare controlli all’origine: Ciad, Iran, Libia, Somalia, Siria, Yemen, Corea del Nord e Venezuela. Non è tanto una misura per bloccare l’immigrazione clandestina (che arriva dal Messico), quanto un modo per impedire infiltrazioni terroristiche dall’estero. La prima versione è stata approvata dopo un allarme proveniente da fonti segrete in Siria, su una possibile infiltrazione negli Usa di terroristi dell’Isis.

Approvato per la prima volta all’indomani dell’insediamento di Donald Trump, il travel ban è stato subito soprannominato dai suoi avversari “muslim ban”, perché la prima lista dei paesi esclusi comprendeva tutte nazioni a maggioranza musulmana. Contro di esso si è scatenata una campagna mediatica, politica e giudiziaria senza precedenti, pur essendo un provvedimento amministrativo temporaneo. La versione attuale è la terza ed include paesi musulmani e non, facendo chiaramente intendere che il criterio di scelta dei paesi a rischio da includere nella lista nera non è religioso, ma di sicurezza.

Finora il travel ban non è mai stato concretamente applicato perché bloccato da sentenze di tribunali federali di primo grado e di appello. In particolar modo, il giudice federale Derrick Watson delle Hawaii ha condannato tutte e tre le versioni del travel ban. Con una prima sentenza, nel luglio scorso, la Corte Suprema aveva già autorizzato l’applicazione di parte del travel ban in via temporanea. Con questa ultima sentenza, il massimo organo della magistratura negli Usa, tutte le misure vengono applicate.

La Corte Suprema non ha ancora deciso in merito alla costituzionalità del decreto e ne discuterà nei prossimi mesi. L’amministrazione Trump è certa di vincere anche su questo fronte, ritenendo il decreto assolutamente non discriminatorio, né lesivo della libertà individuale. E una sentenza come quella di ieri, con un voto di sette giudici a favore contro due contrari, già in parte lo dimostrerebbe. Piuttosto c’è da chiedersi, a questo punto, se le precedenti sentenze degli altri tribunali, soprattutto quello delle Hawaii, non fossero motivate più dalla politica che dalla legge.