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La Cina ingloba Hong Kong: nove dissidenti condannati

Nove attivisti democratici di Hong Kong sono stati condannati per turbativa dell'ordine pubblico, un reato che comporta almeno sette anni di carcere. Non sarebbe una notizia straordinaria, in Cina. Sono fra i principali organizzatori del movimento Occupy Center, che nel 2014 protestò contro la Cina per avere il suffragio universale.

La protesta di Hong Kong nel 2014

Nove attivisti democratici di Hong Kong sono stati condannati per turbativa dell'ordine pubblico, un reato che comporta almeno sette anni di carcere. Non sarebbe una notizia straordinaria, in Cina. Ma ad Hong Kong lo è, perché la città-Stato finora ha goduto di diritti più simili a quelli del Regno Unito (di cui era colonia fino al 1997) che non a quelli del resto della Cina continentale. Ed è un precedente clamoroso che fa temere un futuro nero (anzi: rosso) per quella che, finora, è stata un’enclave felice.

Fra i condannati spiccano i tre organizzatori principali del Movimento Occupy Central che, nel 2014, per due mesi presidiò il centro della città (fra i quartieri di Admiralty, Central e Wan Chai) chiedendo di rispettare la promessa di democrazia. Sono Chan Kin-man, 59 anni, il professore di diritto Benny Tai, 54 anni e il pastore battista Chu Yiu-ming, 74 anni. Nell’ultima sessione del processo hanno dimostrato una notevole forza d’animo, convinti di lottare per una causa giusta. Stando alla sbarra degli imputati, “ho trovato che questa è il pulpito di maggior onore del mio ministero” ha dichiarato il pastore protestante Chu Yiu Ming, il più anziano dei tre. Il professor Benny Tai ha rassicurato gli attivisti, ormai sparsi e intimoriti dalla repressione: “Qualunque cosa succeda, ho fiducia che molti di noi continueranno a lottare per la democrazia. Noi continueremo con ostinazione e non ci arrenderemo”.

La protesta scoppiò, appunto, per una promessa non mantenuta. Quando il Regno Unito giunse ad un accordo con il regime di Pechino per la restituzione di Hong Kong, nel 1984, chiese alcune precise garanzie. La città-Stato, anche dopo l’annessione alla Cina nel 1997, avrebbe dovuto rimanere autonoma e governata secondo la Basic Law di ispirazione britannica, in vigore fino al 2047. Secondo l’articolo 45 della Basic Law ad Hong Kong avrebbero dovuto tenersi libere elezioni con suffragio universale “quando le condizioni lo consentano” per eleggere il capo dell’esecutivo. L’intento dell’allora premier Margaret Thatcher era quello di preservare la libertà per i cittadini di Hong Kong e, nel lungo periodo, incoraggiare una riforma democratica anche nella stessa Cina che, sotto il regno di Deng Xiaoping prometteva bene. Nel lungo periodo, invece, è successo l’opposto: è la Cina che ha esportato il suo autoritarismo alla sua enclave.

Nel 2014 la Cina si rimangiò la promessa del suffragio universale, in aperta violazione della Basic Law. Li Fei, vice Segretario generale del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del Popolo cinese, il 31 agosto del 2014 disse: “Qualunque leader che voglia per Hong Kong un futuro da entità politica indipendente o che intende cambiare il sistema socialista della nazione non avrà alcun futuro politico”. Le elezioni successive, previste per il 2017, si sarebbero tenute con nuove regole: solo 1200 persone erano autorizzate a votare per il capo dell’esecutivo, nessun candidato avrebbe dovuto andare contro gli interessi di Pechino. La protesta iniziò spontaneamente, nemmeno un mese dopo questo annuncio. Fra il 26 e il 27 settembre 2014 i primi a scendere in piazza, di fronte alla sede del governatorato, furono gli studenti e vennero caricati dalla polizia. Per solidarietà con gli studenti, il movimento Occupy Central che si stava formando in quel mese, anticipò la protesta inglobando anche quella studentesca. Due erano le richieste: suffragio universale e rilancio della riforma politica del territorio. La protesta, pacifica, prese il nome di “Rivolta degli ombrelli”: ombrelli che i manifestanti usavano per proteggersi dai lacrimogeni e dagli spray al peperoncino usati dagli agenti di polizia. Dopo due mesi di occupazione delle vie e delle piazze del centro cittadino, il movimento si ritirò e fallì. La repressione, da allora, è molto più visibile. La Chiesa cattolica, pur esortando al dialogo, sostenne la disobbedienza civile non violenta, in difesa dei diritti di rappresentanza. A sostenere gli studenti sono giunti anche il politico Martin Lee, cattolico democratico, e l'imprenditore Jimmy Lai, cattolico anche lui, indagato per corruzione per aver sostenuto per anni il movimento democratico con generose donazioni. Il cardinal Joseph Zen partecipò in prima persona alle manifestazioni, esortando i movimenti di protesta a restare uniti per chiedere piena democrazia per la popolazione.

La sentenza di condanna dei nove leader del movimento, ora segna un altro duro colpo incassato dal movimento democratico. Secondo Chris Patten, ultimo governatore britannico, è “incredibilmente divisivo applicare in modo anacronistico una legge di common law per vendicarsi dei fatti politici del 2014”. Questo, a detta dell’ex governatore, crea un precedente molto pericoloso. “Le accuse e il verdetto per ‘i nove degli ombrelli’ punisce il dissenso politico e comprime lo spazio della libera espressione e della libertà di assemblea pacifica”, ha dichiarato il senatore americano Marco Rubio, da sempre attento difensore dei diritti umani all’estero e della libertà religiosa.

Promettere libere elezioni, disattendere la promessa, instaurare un regime comunista, annettere il paese: era il modus operandi tipico dell’Unione Sovietica, dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Cina, ultimo grande regime comunista, ha imparato la lezione e la sta applicando.