• VON DER LEYEN COMMISSARIA

Istituzioni europee, un affare in mano ai tedeschi

Fumata bianca a Bruxelles per la popolare tedesca Ursula Von der Leyen alla Commissione Ue. Il ministro della Difesa di Angela Merkel non è la sola tedesca a insediarsi in un'istituzione europea. Anzi, a ben guardare non c'è ufficio, commissione, fondo o comitato in cui non sieda in posizioni di vertice un tedesco. 

Ursula von der Leyen

Fumata bianca a Bruxelles per la popolare tedesca Ursula Von der Leyen alla Commissione Ue. Alla guida della Bce la francese Christine Lagarde, attuale direttrice del Fondo monetario internazionale.  Alla presidenza del Consiglio, il premier liberale uscente Charles Michel. Lo spagnolo Joseph Borrell sarà invece Alto rappresentante per la politica estera. 

Con la scelta di Von der Leyen, già ministro della Difesa tedesco, vince così la linea di Angela Merkel e si rafforza ancora di più la presenza tedesca ai vertici delle istituzioni europee.   

Forse non è chiaro a tutti quanto il rapporto con le leve di potere Ue, attualmente in stragrande maggioranza in mano al Nord Europa, debba essere profondo e costante. Non basta che i nostri ministri siano presenti e fortemente determinati nei momenti delle riunioni ufficiali. Il Paese deve esserci sempre. 

Perché esiste con ogni evidenza una sorta di club invisibile dove si spartiscono i posti di comando alcuni iniziati, i quali rispettano delle gerarchie spartitorie anch’esse invisibili. Sono in queste consorterie che le cose si decidono, ben prima che vengano all’attenzione dei giornali. 

A Bruxelles e nelle altre città sedi di istituzioni europee (Strasburgo, Lussemburgo, Francoforte, Parigi…) per capire chi comanda occorre guardare non solo alle nomine politiche, ma anche ai gabinetti che vengono formati dai Commissari, e poi ai posti amministrativi: il “deep state” con cui tutti i politici che si alternano ad ogni elezione devono fare i conti quando arrivano a governare. 

A una panoramica dei vertici Ue fatta con questo taglio salta agli occhi che nei posti principali di ognuno dei dicasteri – o quantomeno di quelli con più poteri, visto che è difficile censirli tutti – c’è almeno un tedesco. Citando alla rinfusa: Commissario Ue al Bilancio è il tedesco Guenter Oettinger. Presidente del Fondo europeo di stabilità finanziaria è il tedesco Klaus Regling, presidente della Corte dei Conti europea è il tedesco Klaus-Heiner Lehne, direttore generale dell’EUROSTAT è il tedesco Walter Radermacher, commissaria alla Concorrenza è la danese Margrethe Vestager (di Sinistra radicale), ma direttore generale è il tedesco Johannes Laitenberger. 

E ancora: presidente uscente del Parlamento europeo è l’italiano Antonio Tajani ma Segretario generale è il tedesco Klaus Welle, al Servizio di azione esterna, commissaria uscente è l’italiana Mogherini ma Segretario generale è la tedesca Helga Schmid, commissaria al Commercio è la svedese Cecilia Maelstromn ma Direttore generale è la tedesca Sabine Weyand, commissario per la Direzione generale per l’Energia è lo spagnolo Canete e direttore generale è un francese ma Direttore generale aggiunto è il tedesco Klaus-Dieter Borchardt. 

Il catalogo non è ancora finito: presidente del CESE, Comitato economico e sociale europeo, è l’Italiano Luca Jahier, ma la tedesca Katherine Heid è responsabile Cultura e Giovani, all’Ufficio della Ombudsman irlandese O’Reilly, Segretario Generale è, dal settembre scorso, l’italiana Cesira D’Aniello, ma responsabile per day-to-day relations con il Parlamento europeo è il tedesco Frederik Hafen e tedesca è anche la “Case handler” Michaela Maria Gehring.

E così via. Su tutti, il tedesco Martin Selmayr, Segretario Generale della Commissione europea installato con un colpo di mano – definito anzi da qualcuno “colpo di Stato” - del febbraio 2018, e inutilmente contrastato per mesi, fino al marzo scorso, dall’Ombudsman e con risoluzioni del Parlamento votati a larghissima maggioranza.  Ne avete sentito parlare?  No? Che strano! 

Ma veniamo alle banche. 

Governatore della Banca centrale europea, con sede a Francoforte, fino a ieri era l’italiano Mario Draghi, oggi sostituito dalla Lagarde.  Ma direttore della Banca europea degli investimenti, con sede in Lussemburgo, è  il tedesco Werner Hoyer. E Presidente del Consiglio di Amministrazione della potentissima Banca per i regolamenti internazionali di Basilea è il presidente della Bundesbank Jens Weidemann, l’anti-Draghi per eccellenza. Va ricordato inoltre che nella stessa Bce presieduta da Draghi, una dei soli cinque membri del Consiglio esecutivo è la tedesca Sabine Lautenschläger. 

Vale la pena annotare che ai vertici dell’Istituto di vigilanza sulle banche, interna alla Bce, è stato nominato quest’anno, e per un quinquennio, un italiano, Andrea Enria, ma per l’Italia si tratta di una nomina tutt’altro che rassicurante.  Enria infatti viene dall’autorità bancaria di più recente fondazione (2011), la European Banking Authority, con sede a Parigi, dove da Presidente ha gestito i famosi stress test e soprattutto prese la decisione più devastante per le banche italiane e quindi per la nostra economia: quella di imporre, poco dopo l’attacco della Deutsche Bank ai Btp italiani che ne aveva fatto crollare il valore in borsa, il mark-to-markt, cioè il calcolo delle riserve delle banche, anziché al valore di rimborso effettivo, al valore di mercato. Fu questo il nodo sostanziale del credit-crunch che costrinse le banche a negare il credito a tante aziende sane, finite in fallimento nonostante avessero tante commesse, know-how e voglia di lavorare.