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Iran: perché il rischio del baratro è ormai vicino

Piazze piene e gente che lascia Teheran, 23 morti e centinaia di arresti per cui si rischia la pena di morte. Dopo quasi 40 anni dal colpo di Stato di Khomeini il popolo non crede più in chi guida l'Iran e la protesta ormai si estende a circa un terzo del Paese.

Ventitré morti e oltre 400 arresti. Almeno fino ad ora. Questo il bilancio dei giorni di protesta, manifestazioni e repressione che hanno contraddistinto le ore a cavallo fra il 2017 e il 2018 in Iran. Internet e social network inaccessibili, piazze piene e moltissima gente che, in silenzio, inizia a lasciare Teheran. Il quadro diventa con il passare delle ore sempre più cupo, preoccupante e foriero di conseguenze imprevedibili dal punto di vista della gestione governativa dell'ordine pubblico.

Rohani ha infatti parlato, ormai a più riprese dall'inizio della rivolta popolare, di ''agenti stranieri'', di ''piccoli gruppi'' di violenti che stanno imperversando nel Paese al fine di destabilizzarlo e molto spesso, quando si fanno strada dichiarazioni di questo genere si profila all'orizzonte l'idea della mano pesante. Nonostante lo stesso Rohani nei giorni scorsi, per allentare la tensione sul regime, abbia lanciato parole di distensione verso il popolo, il cui effetto è stato piuttosto blando. Perché è proprio la compagine a capo del Paese ad essere nell'occhio del ciclone e della rabbia popolare.

Da giorni infatti si susseguono articoli di giornale e inchieste sulla fortuna economica dell'ayatollah Khamenei, stimata qualcosa come 95 miliardi di dollari, mentre la grande maggioranza degli iraniani non naviga di certo nell'oro, anzi vive difficoltà economiche ormai divenute palesi. Aleggia poi l'insoddisfazione per quel che è stato l'esito degli accordi sul nucleare, che secondo l'opinione pubblica avrebbe portato solo nocumento alla situazione economica e non altro.

La protesta ormai si estende a circa un terzo del Paese e si sono rincorse, in queste ore, notizie relative al rifiuto di alcuni agenti di polizia di intervenire contro i manifestanti e questa non sarebbe di certo una bizzarria, visto che la maggioranza dei poliziotti, come in qualsiasi altro Paese, fa parte della classe popolare. Le ragioni della protesta, ad ogni modo, sono essenzialmente più profonde e si vanno via via manifestando in tutta la loro potenza concettuale e comunicativa: il popolo, dopo quasi 40 anni dal colpo di Stato di Khomeini non crede più alle parole di chi guida l'Iran, le donne hanno ormai (ri)maturato una coscienza civile forte e coraggiosa che ha permesso loro di vedere compiutamente cosa ci sia dietro all'obbligo del chador e agli altri mille anelli della catena che le tiene legate da allora. C'è un Iran nuovo che arde oltre le ceneri di quello ormai vecchio e polverizzato che ancora si tiene in piedi a fatica, e vuole emergere per tornare a percorrere la via della modernità.

Gli Usa su questo si sono esposti, cautamente con i tweet di Trump, criticando l'incapacità di Obama nel 2009, ma allo stesso tempo non lasciando intendere concretamente cosa abbiano in mente di fare. E su tutto e tutti aleggia lo spettro della resistenza del regime, di chi ha cristallizzato un Paese nel passato senza mai concedergli la possibilità di aprirsi. Il ministro dell'interno iraniano ha parlato di atteggiamento diverso rispetto alle rivolte del passato, di ''tolleranza'' e di violenza applicata solo a chi la stava a sua volta applicando, ma rimane un dato inquietante: moltissimi degli arrestati rischiano la pena di morte per Moharebeh cioé "guerra contro Dio" o per reati contro la sicurezza nazionale. Il rischio del baratro è quanto mai vicino.