• CASO LAMBERT / UNA CHIESA A DUE VOLTI

In morte di Vincent, tra l’abbandono dei Pastori e il gregge che lotta

Vincent Lambert è entrato nelle nostre vite. La sua vicenda mostra che c’è una Chiesa viva, che prega e combatte. Come i genitori Viviane e Pierre, i fratelli David e Anne, gli avvocati e tutte le persone che hanno sostenuto la battaglia di Vincent. Consapevoli che in gioco non c’era “solo” la sua vita bensì la resistenza a un totalitarismo che ipnotizza le coscienze. Il caso Lambert mostra anche che il popolo è stato abbandonato dalla maggior parte dei Pastori, che sembrano divenuti i precursori della logica dell’anticristo. Il Cielo lo sa, ed è per questo che ha previsto, in questi tempi, una presenza “straordinaria” della Madonna.
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In preghiera per Vincent a Parigi

La nostra avventura con Vincent era iniziata il 16 aprile 2018, una manciata di giorni prima dell’assassinio di Alfie. Benedetta Frigerio seguiva con fede, passione e competenza la vicenda del bimbo inglese e quotidianamente ci sfornava notizie “calde”: un cibo che, però, veniva sempre più condito da lacrime amare. Nel frattempo in Francia, il dottor Vincent Sanchez dell’ospedale CHU di Reims rendeva noto ai familiari che il 19 aprile avrebbe iniziato la procedura per sospendere l’idratazione e l’alimentazione a Vincent Lambert.

Da allora, per oltre un anno, Vincent è entrato nelle nostre vite, con un crescendo di affetto e comunione nella preghiera. Fino alle ultime battaglie: il colpo di scena del 20 maggio scorso, alle 22.30, l’ennesimo e definitivo avvio del processo eutanasico il 2 luglio e l’inizio di una vita nuova, la vera vita, ieri mattina.

Che cosa è emerso in tutta questa vicenda? Che c’è una Chiesa viva, che prega, che combatte, che si espone. L’abbiamo vista in Viviane, Pierre, David, Anne; l’abbiamo incontrata negli avvocati Paillot e Triomphe e in tutte le persone che cercavano in ogni modo di sostenere la famiglia e Vincent con la preghiera, con dei messaggi, con la propria presenza fisica alle iniziative organizzate. In tutte queste persone è emersa chiaramente una consapevolezza: in gioco non c’era “solo” Vincent e nemmeno “solo” quelle migliaia di persone che si trovano nella sua stessa condizione. In gioco c’era e c’è la resistenza a un totalitarismo sempre più forte, che cerca prima di ipnotizzare le coscienze e poi di bloccare con tutti i mezzi quelli che non sono caduti nella rete.

In tutti questi mesi, soprattutto gli ultimi, è stato penoso, a volte al limite della sopportazione, dover seguire per ore la stampa e la televisione francesi, in una ripetizione incessante e martellante di menzogne e mezze verità; principi evidenti ridotti a opinioni, e opinioni false o discutibili elevate al rango di verità indiscutibili; riti sacrificali (dell’intelligenza e del buonsenso, oltre che della vita umana) compiuti in onore delle nuove divinità: la Scienza, la Tecnica, il Progresso, la Libertà.

Eppure c’è un popolo, il popolo di Dio che resiste, che combatte. Ma si tratta ormai di un popolo senza pastori, o quasi. È triste, è doloroso, ma bisogna avere il coraggio di dirlo. Nelle piazze, sui giornali, nelle azioni concrete, i grandi assenti sono stati loro: i pastori. Quando ci fu il caso di Alfie - di fronte all’intollerabile assenza dell’episcopato inglese, tempestivo solo nell’allontanare l’unico sacerdote (italiano) che facesse il proprio dovere - la Santa Sede tentò almeno di giocare la carta dell’ospedale Bambin Gesù. Con Vincent praticamente nulla. Qualche timido intervento di alcuni vescovi francesi, poi rientrati in buon ordine nel loro silenzio, mentre Vincent andava incontro al suo destino.

Da Roma, una pietà. Un breve appello l’anno scorso, quando papa Francesco, trovatosi davanti un papà disperato che lo supplicava di dire qualcosa (Thomas, il padre di Alfie), si è sentito in dovere di lanciare un appello, includendo anche Vincent. Poi un lungo silenzio, fino al 21 maggio scorso, con un breve tweet e una dichiarazione congiunta del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Pontificia Accademia per la Vita. Anche qui, un compitino per richiamare alcuni principi generali, a tempo abbondantemente scaduto. Come se, sotto di due reti, al 94’ si decidesse di sostituire un difensore con un altro difensore, tanto per non rompere gli equilibri della squadra.

E poi ieri e oggi. Ancora due tweet del Papa: il primo che neppure nomina Vincent, il secondo di condoglianze; e infine un intervento di monsignor Paglia su Famiglia Cristiana, da far perdere la pazienza a un santo.

Il popolo ci mette la faccia, rischia e paga di persona, per difendere la vita, la famiglia, i diritti di Dio, mentre i pastori si nascondono dietro a qualche tweet o comunicato, giusto per marcare il cartellino delle presenze.

Qualche anno fa, nel 2014, Papa Francesco aveva dichiarato che l’espressione “valori non negoziabili” non la capiva proprio; spiegava che “i valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile dell'altra”. In effetti, lui non aveva capito l’importanza del concetto, visto l’esempio addotto, mentre noi avevamo ben compreso che questa impostazione sarebbe stata la fine della presenza attiva della Chiesa per frenare la dittatura del pensiero unico, che avrebbe colpito anzitutto vita e famiglia. E oggi raccogliamo i frutti di quella “incomprensione”. Questo quasi totale silenzio su un uomo al quale non è stato concesso di approdare in altre strutture, che pure si erano offerte di accoglierlo, per il quale non c’è stato soccorso umanitario per fornire cibo e acqua, non è certo consolante.

Dunque, siamo soli: i pastori - o almeno la maggior parte - non ci aiuteranno in questa battaglia contro la bestia che sale dal mare (cfr. Ap 13). Il Cielo lo sa e per questo ha previsto una presenza “straordinaria” della Santissima Vergine in questi tempi; e la di Lei opera si vede: il frutto è proprio questo popolo che spontaneamente, radunato da nessuno, con pochissimi mezzi a propria disposizione, combatte e cresce.

Bisogna però aggiungere anche un’altra considerazione, a costo di sembrare ingrati e catastrofisti. All’assenza dei pastori ci stavamo tristemente abituando. Adesso però ci vengono anche a dire che la contrapposizione non va bene, che non bisogna costruire muri per difendersi, che non bisogna esasperare le situazioni. Detto in altri termini: non basta più che veniamo lasciati da soli sul campo di battaglia, mentre i generali condividono allegramente la tavola con quelli che ci stanno facendo fuori; adesso ci ordinano persino di deporre le armi e uscire dalle trincee con dei bei mazzi di fiori verso quelli che sono lì coi mitra spianati; le nuove parole d’ordine sono: appianare i conflitti, discutere sulla complessità delle situazioni, imparare che non esistono mai una scelta giusta e una sbagliata, ma molte scelte, tutte motivate e parziali. Versione ecclesiastica del “fate l’amore e non fate la guerra”. Bisogna prepararsi: questi pastori faranno di tutto per convincerci che siamo dei paranoici che vedono nemici dappertutto, dei guerrafondai che non hanno capito la beatitudine degli operatori di pace.

“Il Cristo, come moralista ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò con i benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi. Sarò il vero rappresentante di quel Dio che fa sorgere il suo sole e per i buoni e per i cattivi e distribuisce la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace. Egli ha minacciato alla terra il terribile ultimo giudizio. Però l’ultimo giudice sarò io e il mio giudizio non sarà solo un giudizio di giustizia, ma anche un giudizio di clemenza. Ci sarà anche la giustizia nel mio giudizio, ma non una giustizia compensatrice, bensì una giustizia distributiva”. Questa era, secondo Soloviev, la logica dell’anticristo: che i nostri pastori ne siano diventati i precursori e i profeti?