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In ginocchio dai politici, il comizio lo offre il vescovo

Discutibile iniziativa a Cagliari. Il vescovo ha chiamato a raccolta i candidati governatori della Regione Sardegna in una chiesa per un dibattito all'americana. Una profanazione di un luogo sacro e una ingerenza nella politica che sa di sottomissione. Soprattutto se l'unico tema affrontato è quello della povertà, tralasciando tutti gli altri principi non negoziabili. Ma per Miglio il compito della Chiesa è scoraggiare l'astensionismo. Invece di insegnare alla politica il Bene comune, la Chiesa si mette in fila da questuante della politica come fosse una qualsiasi associazione di categoria. 

Il timer piazzato sul pavimento ha dato un non so che di confronto all’americana. E il crocifisso alle spalle dei candidati ha fatto il resto: guardava sconsolato quello che stava accadendo nella sua casa. In occasione delle imminenti elezioni regionali in Sardegna i candidati alla presidenza della più alta amministrazione isolana si sono trovati per un confronto pubblico. Uno dei tanti, di quelli che le associazioni ci categoria organizzano per capire da chi chiede il voto dei cittadini che cosa farà per portare avanti gli interessi di questa o quella associazione. Un’azione di lobby, se vogliamo, legittima nel momento in cui a confrontarsi e a chiedere il confronto sono attori dell’agone politico e elettori. 

Ma che cosa succede se l’iniziativa la compie la Chiesa? E che cosa succede se la Chiesa lo fa nientemeno che in chiesa? Proprio dando le spalle al crocifisso e occupando per scopi eminentemente politici uno spazio sacro? 

E’ quello che è accaduto a Cagliari sabato pomeriggio nella chiesa di Santa Restituta. Il tempio come il salotto di Porta a Porta con l’arcivescovo Arrigo Miglio nella veste di Bruno Vespa della situazione. 

La Chiesa come Coldiretti o Confindustria. C’è qualcosa che non quadra in questa ingerenza sottomessa nel mondo politico. Il prelato ha detto che la politica - citando Papa Francesco - è la più alta forma di carità. Ma ha omesso di dire che la Chiesa non fa politica. E prestare un luogo di culto per chiedere ai candidati che cosa faranno su questo o quel tema non è a modo suo un fare politica? Un orientare, un dare uno strumento di conoscenza ai fedeli che sono anche elettori. E’ questo che deve fare la Chiesa? 

Nell’incontro di sabato - presenti tutti i candidati governatori tranne quello pentastellato - organizzato dall’Ufficio di pastorale del lavoro di Cagliari si sono incrociati due problemi: l’occupazione per un’iniziativa politica della casa del signore e l’ingerenza appunto della Chiesa nel dibattito politico, che però alla lunga sa di sottomissione ai meccanismi della politica.

Vediamo il primo: ormai siamo abituati a vedere le chiese utilizzate per gli scopi più inopportuni. Ma a tanto non si erano spinte neppure le pur discutibili linee guida emesse dal Pontificio consiglio per la Cultura circa l’uso delle chiese dismesse, con finalità che non sono di culto. Che poi, la chiesa in oggetto non era neppure dismessa, ergo il suo utilizzo per scopi politici è comunque una profanazione compiuta con il via libera del vescovo. Tutto normale? Non proprio, se si pensa che l’iniziativa si poteva organizzare - ammesso e non concesso che fosse opportuna - in un salone di proprietà della diocesi. Non ce ne sono forse a Cagliari? Impossibile. Si prosegue nell’occupazione delle chiese per scopi socio-ricreativi che evidenziano la cattiva teologia di considerare i luoghi sacri temporaneamente desacralizzati per scopi non religiosi. 

Il secondo problema mette in luce l’ingerenza della Chiesa non tanto nei programmi, ma nella conduzione di una campagna elettorale. Votare è un diritto di tutti, ma presentarsi di fronte ai candidati come Chiesa, rischia di trasformare la Chiesa in un soggetto attivo nell’esito del voto. I fedeli sono elettori, certo, ma la Chiesa non può essere considerata un soggetto politico, perché dovrebbe essere al di sopra della politica. Dovrebbe essere la Chiesa a insegnare ai politici e non i politici a raccontare questa o quella promessa alla Chiesa.

I candidati che si impegnano e scendono in campo anche per i valori che stanno a cuore alla Chiesa, devono agire prima di tutto in sede pre-politica, di fede, non perché spinti da una gerarchia ecclesiastica. Non è questo il concetto di bene comune che la Chiesa dovrebbe promuovere. 

Sopratutto se il focus sono soltanto alcuni argomenti invece di altri.

Curioso infatti che dalle cronache dei giornali il giorno dopo, l’unico tema affrontato sia stato quello della povertà. Povertà materiale e lavoro. Insomma: la Chiesa sembra chiedere ai candidati soltanto su un problema, quello della povertà e dimenticarsi di tutti gli altri. Un esempio? Le politiche sanitarie regionali avrebbero molto da dire sugli aborti e la diffusione della pillola Ru 486 nei reparti di ostetricia sardi. Se n’è parlato? Dalle cronache e dalle parole dei protagonisti sembra proprio di no. Insomma, dimentichiamoci il principi non negoziabili. 

L’unica cosa che sta cuore sono la povertà e il lavoro, quest’ultimo definito dal responsabile della pastorale del lavoro “ciò che dà dignità a una persona”, il suo “essere utile alla società”. E tutto quello che toglie dignità alla persona, come appunto le politiche anti vita? O quelle di indottrinamento di massa con l’imposizione del gender nelle scuole? Lettera morta. 

C’è però un altro aspetto ed è il compito che - secondo il vescovo di Cagliari Miglio - deve essere quello della Chiesa: “Compito della Chiesa in questo momento è quello di incoraggiare alla partecipazione - ha detto ai microfoni di una tv locale dopo l’incontro e durante la sua introduzione - dobbiamo preoccuparci dell’astensionismo che ultimamente ha raggiunto livelli non buoni e dunque il compito della Chiesa è dire alle persone di partecipare e impegnarsi. Nell’interesse di tutti, credente e non credente, per mantenere viva la democrazia, che resta viva se c’è partecipazione”. 

Tutto qua? Un appello a votare come potrebbe fare il presidente della Repubblica? Siamo sicuri che il compito della Chiesa sia quello di scoraggiare l’astensionismo e non semmai quello di richiamare ogni uomo al rispetto di quei principi non negoziabili così frettolosamente gettati nel cestino? L'impressione è che invece di insegnare ai politici la strada del bene comune, la Chiesa si sia messa in fila dai politici come un qualunque questuante. In fila e in ginocchio.