• CASO ALFIE

Il silenzio della Chiesa, un tradimento

Lo sdegno e il dolore per quanto sta accadendo ad Alfie Evans sono accresciuti dal silenzio complice non solo del potere, ma soprattutto della Chiesa, dei suoi pastori. Davanti a questo scempio dell'umanità la Chiesa inglese non ha detto una parola.

Alfie Evans

Un ospedale macchiato di gravi scandali a danno dei pazienti; una manifesta negligenza nei confronti di Alfie; lo stesso Alfie che reagisce agli stimoli e alle richieste del padre (e tutti possono vederlo in video). Ma medici e giudici fanno fronte compatto e decretano la morte di Alfie, perché la sua vita è «inutile». Una cosa scandalosa, inquietante, davanti alla quale non ci sono parole sufficienti per esprimere lo sdegno e il dolore. Sdegno e dolore accresciuti dal grande silenzio nel quale questa tragedia si sta consumando.

Ma se il silenzio complice dello Stato e del potere che si esprime attraverso i maggiori mezzi di comunicazione era atteso, ciò che fa veramente male è il grande silenzio della Chiesa, o per meglio dire, dei suoi pastori. Sì, perché grazie ai siti internet e ai social tanti cattolici si sono mobilitati con preghiere, diffusione di notizie, iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica e coinvolgere i “potenti”.

Ma dal vertice, dai pastori, solo silenzio, soltanto un tweet del Papa a giochi quasi fatti e dal significato ambivalente. Anzi, c’è stato anche qualcosa di peggio del silenzio: una intervista del presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia, che ha dato sostanzialmente ragione ai giudici e non ha avuto nulla da obiettare sul fatto che per giustificare l’omicidio di Alfie, nella prima sentenza si sono usate strumentalmente le parole del Papa.

Eppure, come abbiamo raccontato, i genitori di Alfie avevano presentato perfino una ufficiale richiesta di asilo diplomatico in Vaticano, e una lettera personale è stata consegnata al Papa, ma i genitori di Alfie non sono stati degnati neanche di una risposta. Peggio: Thomas Evans, il papà di Alfie, molte volte ha chiamato la Nunziatura per avere notizie: è stato sempre rimbalzato. Certo, a parziale attenuante c’è che il movimento che sicuramente c’è stato tra Segreteria di Stato e Nunziatura è stato scoraggiato dal comportamento della Chiesa inglese, il cui silenzio è stato assoluto.

Nulla da monsignor Malcolm McMahon, vescovo di Liverpool, la città dove si svolge la vicenda; nulla dal primate d’Inghilterra, il cardinale Vincent Nichols. In questa settimana li abbiamo cercati per giorni al telefono, abbiamo inviati messaggi via mail, chiedendo di spiegare la loro posizione. Nulla. È chiaro che sono d’accordo con la decisione di dottori e giudici, e questo devono aver detto anche al nunzio. Anche per loro la vita di Alfie è inutile, anche per loro “il miglior interesse” di Alfie è morire. Anzi, non vedono l’ora che muoia, che finisca presto questa storia che rischia di creare qualche imbarazzo.

Più ancora della ferocia di uno Stato che sequestra le nostre vite e decide se farci nascere e quando metterci a morte, è questa abdicazione della Chiesa che ci fa paura. Fino a poco tempo fa, davanti a tutte le ingiustizie degli uomini, davanti alla forza opprimente del potere, chiunque sapeva di poter contare almeno sul sostegno e il conforto di chi, per propria vocazione, non ha altro interesse che difendere l’uomo, immagine e somiglianza di Dio; la sua irriducibilità e la sua dignità.

Oggi constatiamo con dolore e inquietudine che la cultura della morte è penetrata in profondità anche nella Chiesa. Lo avevamo già visto con Charlie Gard, ora con Alfie Evans è ancora più evidente. Vescovi e cardinali che non hanno neanche una parola da esprimere davanti a un bambino messo a morte da un sistema perverso, davanti a immagini incontrovertibili di una vitalità che si vuole spegnere a costo di menzogne su menzogne, cosa dicono di questa povera Chiesa? E se a Roma ci si nasconde dietro il paravento dell’accanimento terapeutico per giustificare quella che è a tutti gli effetti eutanasia, a chi si potrà mai rivolgere il povero che cerca una giustizia più grande di quella degli uomini?
Perché il diritto alla vita fa così tanto problema da non meritare non dico una telefonata del Papa, ma neanche un minimo cenno di risposta alla accorata richiesta di asilo in Vaticano?

Anche da queste cose si rileva la profondità della crisi che attraversa la Chiesa, piegata alla mentalità dominante, all’ideologia della qualità della vita; dominata dall’ansia di accarezzare il mondo, angosciata all’idea di trovarsi in contrapposizione. Si sta consumando un tradimento; un tradimento di Dio e perciò dell’uomo.