a cura di Benedetta Frigerio
  • Filippine

Il presidente Duterte intima alla popolazione di non attaccare più i vescovi

Nelle Filippine il 2018 è stato un anno difficile per la Chiesa. I vescovi cattolici del paese a maggioranza cristiana hanno preso posizione severamente contro i metodi usati dal presidente Rodrigo Duterte nella lotta contro la droga. Dal suo insediamento nel 2016 Duterte ha ordinato una caccia a spacciatori e trafficanti consentendo alle forze di polizia esecuzioni sommarie, extragiudiziali di spacciatori e consumatori di droga, veri e presunti, causando migliaia di vittime e creando un clima di terrore soprattutto nei quartieri più poveri. I morti da allora si contano a migliaia. Nel 2017 i vescovi hanno inviato a tutte le parrocchie del paese una lettera, letta durante la messa in tutte le chiese, per chiedere ai fedeli di rifiutare la cultura di morte delle politiche presidenziali. Nella lettera i vescovi scrivevano di essere decisi a denunciare le violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo “anche se porterà persecuzioni su di noi”. Così è stato. Il presidente Duterte ha reagito con attacchi verbali alla Chiesa sempre più violenti e volgari fino ad arrivare, nel dicembre del 2018 a esortare la popolazione a uccidere i vescovi in occasione di una cerimonia ufficiale: “ammazzateli, non servono a nulla … la maggior parte dei preti è gay, quasi il 90% di loro, quindi non insistano a chiedermi moralità”. Con il nuovo anno, tuttavia, e con l’approssimarsi delle elezioni generali, previste il 13 maggio, improvvisamente Duterte ha cambiato radicalmente atteggiamento. Il 24 febbraio durante un raduno politico ha intimato di smettere di minacciare i vescovi: “Non toccate i religiosi – ha aggiunto – non hanno nulla a che fare con la politica. Musulmani o cristiani non hanno niente a che fare con noi. Non fatelo. Non provate a farlo. I leader religiosi non hanno nulla da spartire con i capricci della vita. Piantatela! Smettete di minacciarli o ve la dovrete vedere con me”.