• LITURGIA E LETTERATURA

Il Papa, Tolkien e il Padre nostro

La parola tentazione nel Padre Nostro assume un senso eccellente se lo s’intende nel senso di “prova, calvario”. Proprio come Dio non desidera affatto spingerci a cadere, nel romanzo le forze del bene - anzitutto Gandalf, che è un “angelo” del Creatore - non desiderano affatto che Frodo venga attirato dall’anello. 

Il 6 dicembre 2017, Papa Francesco, nel corso di una puntata di un programma dedicato alla spiegazione della Preghiera del Signore trasmessa dalla televisione italiana (1), ha criticato la frase tradotta come «[...] non ci indurre in tentazione», generando un po’ di subbuglio nei media.

Il Santo Padre ha semplicemente ribadito la vecchia preoccupazione per le implicazioni non volute di quella frase, frase che parrebbe asserire che Dio possa positivamente volere il nostro peccato. «Sono io a cadere», ha detto Papa Francesco. «Ma non è [Dio] che mi butta alla tentazione per... per poi... vedere... come sono caduto. No, un padre non fa questo; un padre aiuta a alzarsi subito».

Ascoltando le parole del Papa, ho avvertito familiarità con quella discussione di natura linguistica, ma non sono riuscito a collegarla mnemonicamente ad alcuno studio biblico né ad alcuna lezione di Sacra Scrittura. Poi mi sono ricordato: l’avevo sentita da J.R.R. Tolkien, cattolico devoto, scrittore e creatore del legendarium della Terra di Mezzo.

Certo, non ne tratta nella sua opera più nota, Il Signore degli Anelli (anche se nel 1956 disse a uno dei primi lettori di quel romanzo che il «[...] non ci indurre in tentazione» è la chiave della scena culminante del romanzo). Lo fa invece in uno studio inedito che chiamò «la storia del “Padre nostro” in inglese» e che ora è conservato nel Tolkien Archive, parte delle collezioni Modern Papers della Bodleian Library di Oxford, in Inghilterra.

In un passaggio risalente a più di 80 anni fa, Tolkien osserva che la parola tradotta con «tentazione» nelle lingue moderne dava già problemi nella traduzione in latino del Pater noster effettuata sul testo greco. «Tentatio», scrive Tolkien, «(o l’indipendente temptatio con cui lo si è confuso) era una buona traduzione di [peirasmos], cioè “una verifica o una prova (di forza o di valore)”, e già attorno al 1200 la si cominciava a utilizzare in contesti scritturistici o teologici».

La confusione, afferma Tolkien, «[…] ha sicuramente reso il “[...] non ci indurre in tentazione” incomprensibile (rivolto a Dio), benché resti una richiesta ardua in ogni caso. Anche “indurre” non è più la parola giusta, dato che così suggerisce l’azione di una persona che diriga o di una guida, spesso l’azione sinistra di un impostore». Ma, nonostante il fatto che l’inequivocabile definizione d’«incomprensibile» che Tolkien dà dell’espressione quando rivolta a Dio riecheggi la parole di Papa Francesco, il tenore dei suoi altri scritti sulle lingue e sulle traduzioni - che hanno occupato tutta la sua vita di scrittore di opere di fantasia e di professore - fanno dubitare che egli avrebbe auspicato una modifica della traduzione ufficiale.

Infatti, benché sensibilissimo alle cattive traduzioni, Tolkien era pure consapevole del peso che la tradizione ha, specialmente nel linguaggio liturgico.

La sua conoscenza del Padre nostro e il suo interesse verso di esso iniziarono senza dubbio al tempo in cui imparò la preghiera da bambino, tra l’altro imparandola da anglicano. Sua madre, suo fratello e Tolkien stesso si convertirono al cattolicesimo solo nel 1900, quando il giovane John Ronald aveva otto anni. Di fatto, Tolkien sarà stato costretto a prestare attenzione al linguaggio usato nella preghiera subito dopo la conversione della madre, allorché lui e suo fratello Hilary iniziarono a recitarla senza la “dossologia” («Perché tuo è il regno» e così via) che avevano pronunciato quando l’avevano imparata la prima volta (nella sua storia di quella preghiera Tolkien commenta anche questo aspetto). (2)

Verosimilmente, Tolkien conosceva le prime versioni inglesi del Fæder ure, come la preghiera era chiamata in anglosassone, quando fece della lingua e della letteratura Anglosassone l’oggetto specifico dei propri studi universitari a Oxford, e continuò a usarne versioni diverse come strumento didattico quando insegnò quella medesima lingua nell’Università di Leeds (1920-1925) e poi nell’Università di Oxford (1925-1959).

Scrivo «versioni inglesi», al plurale, poiché il primo aspetto della versione anglosassone che colpì Tolkien come cattolico e come storico della lingua fu che, a differenza delle epoche successive della lingua (e della Chiesa), nell’epoca anglosassone non sembrava esserci una traduzione tipica o ufficiale. Fu l’osservazione di questo fatto che diede il via alla sua storia del Padre nostro inglese.

All’inizio della primavera 1936 - un anno prima di pubblicate Lo Hobbit -, dom Adrian Morey dell’abbazia di Downside a Bath spedì a Tolkien una riproduzione fotostatica di un manoscritto anglosassone che aveva trovato nel British Museum, domandandogli un commento.

Il saggio che ne derivò occupò almeno i successivi trent’anni della vita di Tolkien. Il testo conservato nella Bodleian Library consta di una grande quantità di note scritte con l’inchiostro blu di una penna stilografica nel 1936, poi dattiloscritte negli anni 1940 e quindi coperte da correzioni fatte con una penna a sfera in rosso a partire dal 1966. La morte di Tolkien nel settembre 1973 ha lasciato incompleto questo studio così come parecchi altri sui scritti. Uno dei testi della collezione che fu invece portato a termine rivela la competenza di livello internazionale che Tolkien possedeva in un’altra forma creativa: la calligrafia. A quanto pare, il primo moto che Tolkien ebbe vedendo il facsimile del manoscritto fu di farne uno per contro proprio, imitando splendidamente la mano che nel secolo X aveva prodotto quello anglosassone. Di fatto, il risultato è superiore all’originale, e ben degno di essere incorniciato.

Qualsiasi cosa la Chiesa decida di fare a proposito della traduzione del Padre nostro nelle lingue moderne, l’affermazione di Tolkien secondo cui il «[...] non ci indurre in tentazione» gioca un ruolo chiave nella trama de Il Signore degli Anelli è «incomprensibile» tanto quanto lo è la preghiera se s’intende «tentazione» nel senso dell’inganno diabolico. Ma assume invece un senso eccellente se lo s’intende nel senso di “prova, calvario”. Proprio come Dio non desidera affatto spingerci a cadere, nel romanzo le forze del bene - anzitutto Gandalf, che è un “angelo” del Creatore - non desiderano affatto che Frodo venga attirato dall’anello. Tutti i buoni della Terra di Mezzo tolkieniana sperano però che Frodo si sottoponga volontariamente alla prova finale, la sofferenza necessaria a distruggere l’anello. Come Cristo, Frodo esprime l’equivalente del “non permettere che nella prova io cada”. Ma, sempre come Cristo, Frodo sa che per il suo mondo non può esservi salvezza se egli non si sottoporrà a quella tentatio.

Traduzione di Marco Respinti

NOTE del traduttore

(1) Il programma #Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, è stato trasmesso in prima serata da Tv2000 in nove puntate a partire dal 25 ottobre 2017. La puntata del 6 dicembre è stata la settima. Dalla trasmissione è stato tratto il libro di Papa Francesco con Marco Pozza, Quando pregate dite Padre nostro, Liberia Editrice Vaticana-Rizzoli, Città del Vaticano-Milano 2017

(2) Nella liturgia cristiana, la “dossologia” (dal sostantivo greco “doxa”, “gloria”) è un formula esclamativa rituale a glorificazione di Dio. Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997: «Ben presto l’uso liturgico ha concluso la Preghiera del Signore con una dossologia. Nella Didaché: “Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli”. Le Costituzioni apostoliche aggiungono all'inizio della dossologia: “il regno”; ed è questa la formula usata ai nostri giorni nella preghiera ecumenica. La tradizione bizantina aggiunge dopo “la gloria”: “Padre, Figlio e Spirito Santo”. Il Messale Romano sviluppa l'ultima domanda nella prospettiva esplicita della attesa della beata speranza e della venuta del Signore nostro Gesù Cristo; segue l'acclamazione dell'assemblea, che riprende la dossologia delle Costituzioni apostoliche» (n. 2760).

La liturgia cattolica latina non adotta la dossologia poiché assente dal testo latino della cosiddetta Vulgata anche se dal 1970 essa è inclusa nella liturgia del rito romano come testo indipendente da quello del Padre nostro.  La dossologia è adoperata nella liturgia bizantina e anche dalla maggior parte dei protestanti. Nella Comunione anglicana, Il libro della preghiera comune include la dossologia nel Padre nostro solo a volte.

* John Holmes, autore di diversi studi accademici su Tolkien, è professore d’Inglese nella Franciscan University di Steubenville in Ohio, negli Stati Uniti d’America, e membro del Veritas Center for Ethics in Public Life promosso dal medesimo ateneo. La versione originale dell’articolo, intitolato Pope Francis, J.R.R. Tolkien and the Lord’s Prayer  è stato pubblicato sul quindicinale cattolico statunitense National Catholic Register il 5 gennaio 2018. L’editore e il direttore hanno concesso il diritto di traduzione e di pubblicazione. Con l’autore sono state concordate lievi modifiche all’originale per rendere il testo più lineare nella lettura in italiano.