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Giusto rimuovere le fake news, ma occhio alle censure

Il colosso di Zuckerberg ha chiuso 23 pagine, alcune delle quali a favore di Lega o 5 Stelle e accusate di diffondere notizie false. Bene combattere le fake news, ma la Ong che ha fatto la segnalazione, Avaaz, non è imparziale bensì legata a un gruppo progressista finanziato da Soros. E il criterio deve valere anche per gli integralismi ambientalisti o pro gay.

Di fake news si è cominciato a parlare con insistenza tre anni fa, alla vigilia delle elezioni statunitensi che nel novembre 2016 incoronarono Trump alla guida degli Stati Uniti. Si disse che il neo presidente aveva trionfato grazie alla diffusione scientifica di fake news a lui favorevoli. Col tempo si capì che anche la sua avversaria, Hillary Clinton, aveva beneficiato della propalazione nel web di notizie false contro Trump.

Nell’imminenza del voto europeo tornano in primo piano le fake news a seguito della decisione di due giorni fa di Facebook di chiudere 23 pagine con quasi 2,5 milioni di follower. La rimozione è avvenuta su segnalazione di Avaaz, una Ong che si occupa di campagne sociali. Tra quelle 23 pagine ce n’erano alcune che diffondevano fake news e odio in violazione delle regole di quel social e che sostenevano Lega e Cinque Stelle. Peraltro, quelle 23 pagine oscurate potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Ci sarebbero, infatti, 14 sottoreti coordinate che avrebbero violato le regole di Facebook. Si tratterebbe in tutto di 104 pagine divise in sei gruppi con un totale di 18,26 milioni di follower e 23,09 milioni di interazioni negli ultimi tre mesi.

Dalle prime ricostruzioni, pare che una delle pagine più attive avesse come nome “Vogliamo il Movimento 5 stelle al governo”. Questa pagina diffondeva vere e proprie fake news, per esempio attribuendo a Roberto Saviano una dichiarazione secondo la quale lo scrittore avrebbe preferito «salvare i rifugiati e i fratelli clandestini piuttosto che aiutare qualche terremotato italiano piagnucolone e viziato».

Tra le pagine di sostegno al Carroccio spicca “Lega Salvini Premier Santa Teresa di Riva”. Nella pagina campeggiava un video che mostrava alcuni migranti intenti a distruggere una macchina dei carabinieri. Un filmato che ha raggiunto quasi 10 milioni di visitatori, ma che è una bufala più volte smascherata: si tratta della scena di un film.

Le regole di Facebook non risultano violate soltanto per via dei contenuti di odio diffusi attraverso quelle pagine. Si ravvisa anche il cosiddetto riciclaggio di follower. In altri termini le pagine nascono in modo corretto, ma poi nel corso del tempo cambiano nome fino a diventare veicoli di diffusione di contenuti propagandistici o falsi. In questo modo è possibile manipolare gli ignari follower che continuano a dare credito a pagine in realtà diventate altro rispetto alle loro caratteristiche originarie.

Ma permangono dei lati oscuri sulla vicenda, che non può essere liquidata come l’ennesima scoperta di pagine fake rimosse grazie all’iniziativa di un’organizzazione non governativa.

Pare, infatti, che non si tratti di una fonte neutra e imparziale. Avaaz è stata fondata da Res Publica e dal gruppo progressista MoveOn.org, vicino al Partito democratico americano e finanziato con 1,6 milioni di dollari da George Soros e sua moglie. L’anno scorso Avaaz ha lanciato una petizione contro l’organizzazione dei mondiali in Russia, per colpire Vladimir Putin. Alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 4 marzo scorso, Avaaz invitava a votare contro la coalizione di centro-destra, data per vincente in tutti i sondaggi. Sulla sua pagina Facebook compariva un accorato appello a fermare la coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni, votando in ciascun collegio il candidato con maggiori possibilità di batterla.

Dunque, analizzando con obiettività i fatti, bisogna scindere i piani. Bene ha fatto Facebook a oscurare quelle 23 pagine fake, che palesemente distorcevano la realtà e incitavano all’appoggio elettorale nei confronti di alcune forze politiche, dietro un’apparente veste di neutralità. Diverso però è accreditare l’idea che i colossi del web, a fronte di segnalazioni solo apparentemente asettiche, possano diventare “sceriffi della Rete” e censurare notizie magari scomode per qualcuno.

Lo ha in qualche modo ammesso lo stesso colosso fondato da Mark Zuckerberg in una dichiarazione ufficiale di qualche ora fa: “Non siamo un’Autorità Garante o un giudice in grado di dire cosa si può cancellare e cosa no. Noi non cancelliamo le fake news, ma quando uno degli istituti di fact checking con cui collaboriamo, ci segnala i post con notizie false, noi le abbassiamo nel news feed”.

Guai, quindi, a far passare l’idea che qualcuno possa censurare arbitrariamente opinioni che si manifestano su un sito web o su una pagina di un social network. Nessun “Ministero della verità” può decretare la validità o meno di un’informazione. Oggi la polemica riguarda la politica, perché si avvicina il voto europeo, ma analoghi discorsi sulla strumentalizzazione dell’emergenza fake news si potrebbero fare a proposito degli integralismi ambientalisti, che tendono a considerare inaccettabili tutti i punti di vista diversi, o degli estremismi pro-gay, tendenti a considerare omofoba qualsiasi affermazione di difesa della famiglia naturale. In quei casi, infatti, chi ha il diritto di stabilire che un’opinione debba essere considerata o meno ammissibile?