• PAOLO IL CALDO

E dopo la bufala delle carni ora tocca pure al caffè

E così il Daily Mail c’è ricascato; e dopo aver messo in allarme l’universo mondo con l’articolo terrorista sulla cancerogenicità delle carni lavorate e della carne rossa, ora pubblica un elenco delle 116 sostanze carcinogene contenute nella lista dell’Oms. Aggiungendo così confusione a confusione.

Paolo Togni

E così il Daily Mail c’è ricascato; e dopo aver messo in allarme l’universo mondo e sparso il panico tra gli incolti e i disinformati con l’articolo terrorista sulla cancerogenicità delle carni lavorate e della carne rossa, ora pubblica un elenco delle 116 (!) sostanze carcinogene contenute nella lista dell’Oms (più propriamente dell’Iarc). Questa precisazione aggiunge confusione a confusione: infatti le 116 sostanze, comportamenti o situazioni ai quali il giornale inglese si riferisce, prima di tutto non sono 116, ma 118, e compongono solo una delle cinque sezioni della lista completa, che nel suo complesso di sostanze ne elenca 934 (escludendo quelle oggetto di indagine ma ragionevolmente non cancerogene); e oltretutto nell’elenco (categoria 1) non è compresa la carne rossa, che si trova nella sezione 2A.

Sui rischi derivanti dal consumo (solo se eccessivo, però, anche questo va detto) di carne rossa e insaccati già mi metteva in guardia la mia straordinaria nonna Elena, che era nata nel 1870: nonna predicava bene e razzolava male, perché era una divoratrice insaziabile di salsicce e salami, e tuttavia è vissuta in perfetta salute fino a 104 anni. Quindi, la notizia del Daily Mail non era una notizia, tanto più che insaccati e carni rosse fanno parte di quell’elenco fin dal secolo scorso. La vera notizia era che dal 6 al 13 ottobre, a Lione, si è svolto sull’argomento uno dei convegni che la Iarc periodicamente organizza: qualche giornalista ignorante, leggendo un comunicato del convegno, avrà ritenuto che si trattasse di una novità, e avrà propalato un’altra balla.

Se tanto mi dà tanto, figuriamoci la buriana che agiterà i mezzi di comunicazione quando, a fine maggio prossimo, un analogo convegno si svolgerà su un alimento di consumo assai più diffuso di quanto non sia quello di carni rosse o conservate: il caffè. Il caffè? Si, il caffè; che compare nella lista insieme a (vado spigolando): l’attività di mastro vetraio; l’acqua ci sia stato aggiunto del cloro; il lavoro nelle lavanderie; l’inquinamento atmosferico; l’attività di tipografo; le protesi realizzate con polimeri; il talco; il tè; e, per concludere in bellezza, il lavoro in segheria e la segatura di legno. Ora, se è giusto e opportuno che la Iarc, organo istituzionalmente a ciò delegato, provveda a mettere insieme informazioni sui fattori che possono determinare l’insorgenza di tumori, o facilitarne lo sviluppo, e diffonda i risultati delle sue ricerche, occorrerebbe però che i relativi contenuti fossero usati, con la opportuna prudenza, da parte di persone che posseggano almeno una preparazione ragionevolmente approfondita sulla materia; altrimenti la diffusione di notizie false o tendenziose può determinare una flessione nelle vendite di carne; o – come nel caso della bufala della mucca pazza – spese inutili per centinaia di milioni di euro; o – come nel caso del riscaldamento globale – lo spreco di miliardi di euro in attività inutili.

Su queste situazioni, che generano preoccupazione, paura o addirittura panico nell’opinione pubblica, si innesta l’attività di speculatori che vedono la possibilità di trarne una qualche forma di guadagno: ma qui il discorso diventa molto ampio, e non può essere sviluppato in questa sede.