a cura di Anna Bono
  • Somalia

Chiude il campo profughi di Dadaab

In Kenya, a circa 100 chilometri dal confine con la Somalia, sorge il complesso di campi profughi di Dadaab, creato negli anni 90 del secolo scorso dall’Unhcr per ospitare i somali in fuga dalla guerra civile, scoppiata nel 1991 dopo la caduta del presidente Siad Barre, e poi, dal 2006, dai territori controllati da al Shabaab, il gruppo armato jihadista legato ad al Qaida. Dadaab con il tempo è arrivato a ospitare 600.000 persone, per lo più somale, e tuttora ne accoglie oltre 200.000. Più volte il governo kenyano ha annunciato di volerlo chiudere per motivi di sicurezza, per poi rinunciare in cambio di maggiori finanziamenti. Nel 2016, pur avendone ancora una volta rimandato la chiusura su pressione internazionale, aveva però indotto molti rifugiati a tornare in patria riducendo i servizi essenziali erogati. I problemi di sicurezza sono peraltro reali perché a Dadaab si sono insediati dei combattenti al Shabaab e in effetti il Kenya ha subito diversi attentati jihadisti, l’ultimo dei quali, il 15 gennaio all’albergo Dusit di Nairobi, ha causato 21 vittime e decine di feriti. Ora il governo kenyano ripropone la chiusura di Dadaab. Lo scorso 12 febbraio il ministero degli esteri ha fatto pervenire all’Unhcr una lettera in cui la presenza dei rifugiati viene definita “un problema urgente, preoccupante e irrisolto da decenni” e si sollecita pertanto l’agenzia Onu a “trasferire i rifugiati da Dadaab in Somalia o in un paese terzo” in ragione del fatto che il campo viene utilizzato per “attività che mettono in pericolo la sicurezza nazionale, incluso il terrorismo”. Le autorità kenyane inoltre chiedono al governo somalo di predisporre il rimpatrio dei rifugiati entro sei mesi. “La Somalia è ora un paese stabile e la crisi umanitaria si è alleviata” si legge nella lettera. Anche questo è in parte vero e sono decine di migliaia i somali che ogni anno ritornano in patria. Ma una parte di quelli ospitati a Dadaab sono lontano da casa da tanti anni, molti sono addirittura rifugiati di seconda e persino terza generazione. Da soli non sono in grado di reinserirsi nella vita sociale ed economica del loro paese. Ci vorrebbero dei progetti di aiuto al rimpatrio che al momento mancano. Si danno casi di rifugiati che hanno lasciato spontaneamente Dadaab e poi vi sono tornati non essendo riusciti a trovare in Somalia casa e mezzi di sussistenza.