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Campus Usa, il grande assalto alla libertà religiosa

Manifestazione Lgbt contro la libertà di religione

Libertà di pensiero, libertà di religione, libertà di espressione, libertà di stampa: sono i pilastri degli Stati Uniti e della società aperta in senso lato. Chi mai potrebbe metterli in discussione? Quelli che li predicano maggiormente. Proprio le università degli Stati Uniti sono diventate delle enclave autoritarie. E sono proprio le associazioni studentesche più progressiste a promuovere la censura, mentre le vittime principali sono i cristiani, i cristiani conservatori in particolar modo.

Messaggi anche non offensivi che entrano in contrasto con agende politiche opposte, sensibilità diverse, suscettibilità religiose e ideologiche sono considerate offese, aggressioni. Si chiede la creazione di spazi sicuri (safe areas) dove il “discorso incendiario” è bandito, in breve si invoca la censura. I tipici argomenti considerati taboo sono omofobia e islamofobia. Secondo la Fire (Fondazione per i diritti individuali nell’educazione), “Individui e gruppi religiosi sono spesso accusati di violare le politiche anti-discriminazione, riguardanti il genere, la sessualità e la religione. Come è stato rilevato, in molti campus le organizzazioni religiose sono sotto attacco perché accusate di aver ‘discriminato’, per aver addotto motivi religiosi, una dottrina religiosa e un credo religioso nella scelta dei loro membri e leader”.

Secondo l’analisi della Fondazione “L’assalto alla libertà di un gruppo religioso inizia abitualmente con la denuncia di uno studente membro di un’organizzazione religiosa, o di uno studente esterno che si sente discriminato da un’organizzazione religiosa. Può darsi che l’offeso sia uno studente a cui viene rifiutata una posizione di leadership nel gruppo sulla base di una disputa teologica (…). Può darsi che lo studente creda semplicemente la presenza di questi gruppi religiosi contribuiscano ad un ‘clima di intolleranza’ nei campus. Spesso, gli studenti si ritengono offesi semplicemente dall’idea che i ‘fondamentalisti’ e i ‘tradizionalisti’ si riuniscano in mezzo a loro”. In ognuno di questi casi inizia un conflitto fra gruppi studenteschi anti-discriminazione e il gruppo religioso. Uno scontro in cui l’arbitro, cioè l’autorità accademica, spesso non è neutrale: “Frequentemente gli stessi studenti, membri della facoltà e amministratori che dovranno giudicare la validità dell’accusa, partecipano nelle proteste contro il gruppo religioso”.

Alle norme anti-discriminazione si aggiungano anche i “codici del linguaggio” approvati da un numero sempre maggiore di college. La libertà di espressione, così come quella di religione, è protetta dalla Costituzione statunitense e i casi di censura che finiscono di fronte a un giudice finiscono sempre male per il college. Ogni tentativo dei governi (democratici, in particolare) di introdurre leggi contro il linguaggio “incendiario” o “di odio” è stato bocciato per manifesta incostituzionalità. Nonostante tutto, la censura è in espansione. Per evitare di incorrere in sanzioni, i college rimpiazzano i “codici del linguaggio” con i “codici di condotta contro gli abusi”. All’apparenza sacrosanti, perché tendono a impedire aggressioni e bullismo, sono usati come surrogati della censura nel momento in cui la presunta “offesa” è magari un “discorso incendiario”, o anche una “micro-aggressione”, cioè una frase ritenuta razzista o condizionata da stereotipi razziali o di genere. “Altre politiche (universitarie, ndr), specialmente, ma non solo, nei college privati e nelle università, vanno ben oltre le prescrizioni di legge e permettono, o richiedono che ogni parola o condotta che risulti soggettivamente offensiva nei confronti di un membro di una categoria protetta sia trattato e punito come un abuso. In altre parole, se una persona sente di aver subito un abuso, allora agli occhi delle autorità universitarie, quella persona ha subito un abuso”. Da questo punto di vista, una lettura in aula della Bibbia può risultare un abuso agli occhi della comunità Lgbt, oltre che dei filistei.

“Noi dobbiamo rifiutarci di ammettere nel campus oratori che fanno discorsi di odio”, disse un membro della facoltà di Berkeley opponendosi a un evento conservatore con ospite l’incendiaria Ann Coulter, una delle penne più polemiche del mondo conservatore. “Sia chiaro a tutti che se il cancelliere Christ dovesse escludere oratori a causa dei loro punti di vista, sarebbe denunciata e perderebbe la causa”, ricordò all’assemblea Erwin Chemerinsky, professore di diritto a Irvine e poi alla Berkeley. E congelò sia l’entusiasmo che lo spirito bellicoso di quell’assemblea. L’episodio, ricordato sulla rivista Vox dallo stesso professore, spiega come, in ogni caso, ci sia ancora un giudice in America. Che, indipendentemente dai regolamenti interni, il Primo Emendamento protegge ancora la libertà. Ma è la tendenza ad essere inquietante. “Solitamente, in passato, erano gli studenti che volevano esprimersi liberamente e gli amministratori dei campus tentavano di reprimere le manifestazioni – ricorda lo stesso Chemerinsky – Oggi la battaglia è spesso fra esterni: oratori invitati a parlare che devono fronteggiare la protesta di disturbatori esterni all’università, come i gruppi antifascisti della sinistra massimalista. Il campus diventa semplicemente il loro campo di battaglia”.

In termini numerici, secondo l’indagine della Fire, su 449 istituti di istruzione superiore censiti (di cui 345 pubblici e 104 privati), l'89,5% adotta politiche che vietano certe categorie di espressione protette dal Primo Emendamento. Nove su dieci.