• UNA VISITA INOPPORTUNA

Bosnia, il disastro diplomatico del Vaticano

La visita di Stato che il Presidente di turno della Presidenza della Bosnia-Erzegovina, il serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha reso a papa Francesco venerdì 26 aprile, mette la Santa Sede dalla parte dei separatisti serbi e contro i cattolici.

Dodik ricevuto dal Papa

La visita di Stato che il Presidente di turno della Presidenza della Bosnia-Erzegovina, il serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha reso a papa Francesco venerdì 26 aprile (per la cronaca dei media vaticani vedi qui), ha rappresentato per il Vaticano un disastro diplomatico senza precedenti che rischia di avere gravi ripercussioni sull’immagine internazionale della Santa Sede, soprattutto in uno scacchiere geopolitico di estrema importanza come i Balcani, tanto più che lo svolgersi dei fatti accredita l’ipotesi che la gestione della visita di Dodik sia da ricondurre a un disegno politico ben preciso.

Considerando la particolare situazione di permanente tensione interetnica in Bosnia-Erzegovina, molti commentatori giudicano un grave errore politico e diplomatico che la Santa Sede abbia invitato un solo membro della Presidenza anziché tutti e tre come accade di solito per gli incontri internazionali più importanti, e soprattutto che il prescelto sia stato proprio il serbo Dodik.

Milorad Dodik, dal 1999 al 2006 a varie riprese Primo Ministro della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia-Erzegovina, presidente della medesima entità dal 2010 al 2018, lo scorso anno è stato eletto membro della Presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina in quota serba. Sferzante nei confronti dei cattolici - egli ha spesso attaccato il vescovo di Banja Luka, mons. Franjo Komarica, a suo dire reo di «abbaiare (sic!) contro la Republika Srpska» -, negatore del genocidio di Srebrenica e sostenitore a spada tratta dei criminali di guerra serbo-bosniaci Karadžić e Mladić, egli è esplicitamente separatista e picconatore delle istituzioni e dell'ordine statale della Bosnia-Erzegovina, e come tale inviso a tutte le istituzioni internazionali e cancellerie occidentali.

Nel suo stile tipicamente provocatorio, Dodik è giunto a Roma non da Sarajevo, ma da Belgrado, dove si era recato per consultarsi con i vertici della Repubblica di Serbia e della Chiesa ortodossa sugli argomenti da trattare con il Papa. In pratica Dodik è giunto in Vaticano non come Presidente di turno della Presidenza della Bosnia-Erzegovina, bensì come protettore della Republika Srpska e dei suoi desiderata separatistici, nonché come rappresentante della corrente cetniko-nazionalistica attualmente al potere in Serbia e del braccio religioso di tale corrente, appunto la Chiesa ortodossa serba.

In un’intervista concessa ai media serbi prima della sua partenza per Roma, Dodik ha affermato che avrebbe parlato con il Papa, tra le altre cose, del ruolo di Stepinac quale “messaggero del male” del regime ustascia croato durante la Seconda guerra Mondiale e del fatto che questi, a suo dire, avrebbe benedetto l’uccisione di almeno 500.000 serbi nel campo di concentramento di Jasenovac.

L'annuncio dell'invito a Dodik in Vaticano ha provocato la dura reazione degli ambienti politici di Sarajevo. Il membro della Presidenza della Bosnia-Erzegovina in quota bosgnacco-musulmana, Šefik Džaferović, ha sottolineato che la Presidenza non era stata informata di tale invito, né aveva discusso dell’argomento. Di conseguenza, ha concluso Džaferović, la visita poteva essere solamente di natura privata, e quanto esposto al Papa da Dodik rappresentava esclusivamente un’opinione personale di quest’ultimo e non una posizione della Presidenza nel suo complesso.

Come se nulla fosse, Dodik e la sua delegazione (composta esclusivamente da serbi provenienti dalla Republika Srpska, ivi inclusa Željka Cvijanović, attuale Presidente dell’entità serbo-bosniaca) sono stati accolti in Vaticano con il picchetto d’onore di guardie svizzere secondo il protocollo previsto in occasione delle visite dei capi di Stato, circostanza che gli ospiti serbi hanno sicuramente interpretato come una ‘benedizione’ vaticana agli intenti secessionistici della Republika Srpska.

Per comprendere il livello di irritazione dell'opinione pubblica in Croazia e Bosnia-Erzegovina di fronte all'accoglienza riservata al leader serbo-bosniaco in Vaticano basta citare un articolo del portale croato di notizia telegram.hr (vedi qui), nel quale si afferma che sarebbe bastata la dichiarazione del membro bosgnacco della Presidenza della Bosnia-Erzegovina a fare apparire il trattamento di favore riservato a Dodik particolarmente vergognoso.

La medesima reazione è da registrare negli ambienti cattolici, tanto più che, è lo stesso portale telegram.hr a rivelarlo, sia l’arcivescovo di Vrhbosna (Sarajevo), cardinale Vinko Puljić, sia mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, hanno affermato di non essere stati né informati né consultati dalla Santa Sede a proposito di questa visita. Komarica, un coraggioso pastore che non ha abbandonato il suo gregge neppure nei momenti di più dura persecuzione anticroata e anticattolica nel corso della guerra degli anni Novanta, ha aggiunto con un tono tra il rassegnato e il sarcastico di sperare che Dodik spieghi al Papa dove è scomparso il 95 per cento dei croati cattolici che prima della guerra vivevano in Bosnia-Erzegovina nella Diocesi di Banja Luka.

Il Vaticano non ha reagito alle farneticanti affermazioni di Dodik sul beato Stepinac né ha fornito spiegazioni sul mancato coinvolgimento delle istituzioni della Bosnia-Erzegovina nell’organizzazione di questa visita e sulla mancata consultazione dei vescovi cattolici di quel Paese.

Neppure è stato chiesto a Dodik per quale motivo egli consideri eroi e patrioti Gavrilo Princip, autore dell'assassinio del duca austriaco Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, atto che provocò l'inizio della Prima Guerra Mondiale, nonché i criminali di guerra Radovan Karadžić e Ratko Mladić, ed esalti continuamente i crimini commessi dai cetnici serbi nella Seconda Guerra Mondiale e nella recente guerra nella ex-Jugoslavia.

Considerando l’atmosfera cordialissima nella quale si è svolto il colloquio, testimoniata anche dall’inusuale sorriso di papa Francesco nelle fotografie ufficiali con Dodik, c’è da essere sicuri che nessuno abbia chiesto all’ospite serbo se non consideri contraddittorio essere d’accordo con il Papa circa l’estrema importanza di «conservare la pace e la stabilità» in Europa e nel mondo, come dichiarato da Dodik al termine del colloquio, e contemporaneamente fomentare in Patria divisione, odio e instabilità.

E’ assai probabile che questa lunga serie di apparenti gaffe siano in realtà frutto di un disegno ben preciso, quello cioè di celebrare la ritrovata armonia tra la Santa Sede da una parte e la Serbia e la Chiesa ortodossa serba dall’altro, il tutto a spese dei cattolici croati e della canonizzazione del beato Alojzije Stepinac (indicativo è a tal proposito il ringraziamento di Dodik al Papa per avere creato la commissione storica mista cattolico-ortodossa sul beato Stepinac, un modo diplomatico per ringraziarlo per avere bloccato la canonizzazione), ma anche dell’unità territoriale della Bosnia-Erzegovina.