• IL LATINO SERVE A TUTTO/3

Apprendiamo la retorica, la madre di tutte le discipline

Se fino al Seicento si assisteva al dominio incontrastato della retorica, propedeutica ad ogni sapere, oggi al contrario si assiste alla trasformazione in scienza di ogni disciplina. Ne sono prova le espressioni «scienze umane», «scienze religiose», «scienze letterarie», «scienze filosofiche», «scienze della comunicazione».

Risale a Catone il Censore il detto «rem tene, verba sequentur», ovvero «possiedi gli argomenti, le parole seguiranno». Se oggi molti studenti non sanno parlare, le ragioni sono da ricercare anche nel fatto che non conoscono bene gli argomenti. Fateli parlare di temi che li appassionano, vedrete come cambieranno la loro sicurezza espositiva, il tono dell’eloquio e la scelta lessicale. Uno dei primi consigli che si offrono ai neofiti nei corsi di scrittura è quello di scegliere soggetti e argomenti ben conosciuti per i propri romanzi e racconti. Il precetto non fa altro che ribadire quanto sostenevano gli antichi retori.

Oggi pullulano i corsi di comunicazione e di scrittura, sintomo dell’esigenza sentita e comune di acquisire maggiori competenze nell’eloquio scritto e orale, nell’arte della persuasione e nella chiarezza espositiva. Molti sono convinti che vengano offerte nuove abilità, sconosciute alle altre epoche. In realtà, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, nulla che non sia una semplificazione o una pallida effigie della maestosa madre di tutte le discipline, ovvero la retorica.

La disciplina era nata nella polis greca per l’agone politico. Era stata introdotta nella cultura romana per formare l’avvocato o colui che avesse voluto intraprendere il cursus honorum. Nel Medioevo era una delle discipline cardine del trivio (insieme a grammatica e dialettica). Nel primo Quattrocento era stata alla base della politica: il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati ad esempio aveva una ricca formazione retorica.

Fino al Cinquecento e al Seicento la retorica era alla base della formazione culturale di un politico come Machiavelli (1469-1527) o di uno scienziato come Galilei (1564-1642). L’apprendimento teorico e pratico della retorica nell’antichità o nel Medioevo avveniva durante l’arco d’interi anni, fornendo una preparazione fondamentale per l’esercizio dell’attività politica, giudiziaria, letteraria. Di essa si avvalevano tutti gli studiosi, non solo i poeti e i letterati, ma anche gli storiografi e gli scienziati. Solo così si può comprendere come un’opera politica come Il principe di Machiavelli (1513) o trattati scientifici come Il saggiatore (1623) o Il dialogo sopra i due massimi sistemi (1532) di Galileo Galilei siano a buon diritto diventati due classici della letteratura italiana.

Solo nei secoli successivi le discipline si sarebbero affrancate dalla grande madre retorica. Oggi giorno un saggio scientifico non è anche un testo letterario, perché non è elaborato secondo le norme dei generi letterari e della classificazione degli stili. Seguirà evidentemente le norme della correttezza linguistica e della precisione e scientificità del lessico, ma in nessuna antologia letteraria compariranno, però, libri storici o scientifici contemporanei.

Se fino al Seicento si assisteva al dominio incontrastato della retorica, propedeutica ad ogni sapere, oggi al contrario si assiste alla trasformazione in scienza di ogni disciplina. Ne sono prova le espressioni «scienze umane», «scienze religiose», «scienze letterarie», «scienze filosofiche», «scienze della comunicazione». Non sorprende qui tanto la richiesta che ogni disciplina abbia un suo statuto ontologico e una sua serietà di studio, quanto la presunzione che discipline che sono sempre state separate dalla scienza, perché hanno un metodo differente, debbano oggi acquisire le stesse procedure di analisi tipiche dell’ambito scientifico. Il trionfo dell’Illuminismo che ha esteso le sue ramificazioni fino al Positivismo ottocentesco e al Neopositivismo del secolo scorso ha ridotto la complessità dell’uomo e della realtà, sottovalutando o addirittura cassando quelle numerose facoltà umane che non sono contemplate sotto l’etichetta di «scientifico».

Un tempo, le arti liberali, cioè le discipline degne di un uomo libero, contrapposte alle arti meccaniche, si componevano del trivio e del quadrivio. Il trivio, dedicato alle discipline umanistiche, era costituito da grammatica (cioè il latino), retorica e dialettica.

Nella scuola di un tempo per anni si apprendevano le cinque fasi della retorica, l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria e l’actio, fasi che ancor oggi noi possiamo apprendere attraverso la lettura del De oratore di Cicerone o dell’Institutio oratoria di Quintiliano o del più recente Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli.

Ma nel percorso di studio odierno obbligatorio fino a diciotto anni (tredici anni per chi termina una scuola superiore) chi ha studiato retorica? Molti ragazzi non avranno nemmeno sentito nominare il nome delle sue fasi. E ancora, ci chiediamo: chi studia retorica all’università, anche nei corsi di laurea di Lettere?

La retorica è l’arte del ben parlare, del ben scrivere, del persuadere. Si compone di cinque fasi.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta.

Nella dispositio si impara a strutturare il discorso in modo che sia persuasivo. Così, il discorso si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, infine della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato (ornatus) attraverso l’uso delle figure retoriche, l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è chiamata elocutio.

Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta. Nella parte chiamata memoria il retore apprende le tecniche di mnemonica in modo da poter argomentare con sicurezza e per ore la propria tesi.

La fase conclusiva dello studio retorico comprende l’actio, in cui si apprende la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la postura corretta per tenere la scena di fronte all’uditorio.

Ma che cosa è rimasto dello studio della retorica a scuola? Lo vedremo la prossima volta.