• L'INTERVISTA: FEDERICO SAMADEN

All'inferno della droga e ritorno, una rinascita

Federico Samaden aveva iniziato a drogarsi a 16 anni. Dopo dodici anni da tossicodipendente, grazie a un incontro con Vincenzo Muccioli, ha scoperto una nuova vita nella comunità di San Patrignano e ha ritrovato la fede. Questa è la sua vicenda, ora nel libro Fotogrammi stupefacenti.

Comunità San Patrignano

Si intitola Fotogrammi stupefacenti - Storia di una rivincita (edito dalla Dominus Production, pp. 208, € 15.90) ed è il libro autobiografico di Federico Samaden scritto a quattro mani con Giulia Tanel e con la collaborazione di Francesco Agnoli. Il libro racconta la storia di caduta e rinascita di Samaden, classe 1957, oggi padre di due figli e dirigente dell’Istituto alberghiero di Rovereto e Levico Terme (TN) dopo essere stato per 20 anni il responsabile della comunità di San Patrignano a Trento. La Nuova Bussola lo ha intervistato.

Federico Samaden, il suo libro Fotogrammi stupefacenti ha per sottotitolo «Storia di una rivincita». Qual era stata la sconfitta?

La sconfitta è stata quella dei 12 anni passati a utilizzare eroina, cocaina e le altre droghe di cui ho fatto uso dai 16 ai 28 anni, a Milano. La sconfitta era stata rispetto al dono che avevo ricevuto, che è il dono della vita. Quindi, era una sconfitta mia personale, un abbandono, una bandiera bianca alzata, rispetto a una straordinarietà e a una meraviglia che avevo tra le mani e che era la mia vita.

Dunque, aveva iniziato a drogarsi già nell’adolescenza.

Sì, a 16 anni ho iniziato con le sostanze più facili da reperire, quelle dette più “leggere”, come la marijuana, l’hashish. Poi sono passato all’Lsd, che in quell’epoca era molto di moda perché usare allucinogeni era in voga, e poi a 17 anni ho cominciato a usare eroina sniffandola e infine bucandomi. Questa cosa andò crescendo, a un certo punto iniziai a usare cocaina, ormai ero totalmente fuori controllo. L’unico obiettivo era quello di annientarsi, annullarsi. Io ricordo che non volevo più pensare, tale era il livello di frustrazione e di angoscia che provavo.

Lei ha iniziato perciò con uno spinello.

Sì, come tutti. Non ho mai conosciuto uno che abbia iniziato con l’eroina. Se mi avessero detto di bucarmi lo stesso giorno in cui mi hanno offerto una canna, io avrei detto di no.

Quindi, a dispetto di quanto sostiene il fronte pro legalizzazione, anche la cannabis causa danni.

Certo che causa danni. È partita una grande onda di sottocultura, di permissivismo generalizzato, generato esclusivamente dalla comodità. Dalla comodità di non dover prendere delle posizioni, di non dover fare la fatica di affrontare la responsabilità che comporta l’essere cittadini. Quindi, la comodità di pensare che in fondo non è un problema se un ragazzo di 14-15 anni altera la sua lucidità. Questa è stata l’onda che è partita. Ed è un problema che va affrontato in campo educativo.

Qual è stato l’evento che l’ha aiutata a liberarsi dalla tossicodipendenza?

L’evento è stato il mio incontro con Vincenzo Muccioli. Sono riuscito ad avere un colloquio con lui grazie all’intermediazione di mio padre, un medico, che aveva cercato attraverso conoscenti di ottenere un colloquio con quest’uomo che aveva una fila infinita alla porta. Dopo due-tre mesi di attesa sono riuscito ad avere il colloquio ed è stata un’esperienza folgorante perché mi ha trasmesso una sensazione nuova, la possibilità di farcela.

Perché, cosa le ha detto?

Nel primo colloquio nulla di particolare ma, al di là delle parole, mi ha trasmesso questa grande fede, questa grande forza, questo grande amore che lui aveva e questa cosa mi ha squarciato il buio che avevo dentro e mi ha fatto vedere che c’era una possibilità. E infatti, poi, quando mi ha chiamato per andare nella comunità sono entrato a San Patrignano e da lì è iniziata una nuova vita.

E questo primo incontro quando è avvenuto?

Nel settembre 1985 e poi sono entrato a San Patrignano il 2 gennaio 1986. Infatti io sulla mia tomba voglio due date di nascita: la mia data di nascita, più il 2 gennaio 1986.

Lei ha trovato la vera libertà scoprendo il rapporto con Dio che aveva interrotto?

Sì, io il rapporto con Dio l’ho ricostruito attraverso gli uomini, passando attraverso gli uomini, che è il modo secondo me migliore per potersi ricredere perché in qualche maniera l’avevo molto perso, mi ero molto allontanato dalla fede, perciò ho ritrovato l’Alto ripartendo dal basso. È stato un grande ritorno, un grande incontro, ritrovarsi è stato molto bello.

A San Patrignano che ruolo ha la fede?

A San Patrignano c’è un prete che celebra Messa ogni domenica per i ragazzi che ci vogliono andare, non è imposto nulla a nessuno, chi vuole professa e chi vuole no: ci sono ragazzi di religioni diverse, principalmente sono ragazzi italiani, cattolici, però quando uno decide di rimettere la fede al centro c’è un processo di crescita. A ognuno viene data comunque la possibilità di fare questo approfondimento, quindi di ricominciare a guardare la propria vita come amore, come qualcosa che ha a che fare con la fede. Dopodiché, nel modello San Patrignano, Dio è presente in ogni cosa nel senso che è presente attraverso l’amore, l’umiltà, la disponibilità agli altri, il non giudicare la persona: questi sono fattori che rappresentano il vivere quotidiano di moltissime persone a San Patrignano e che fanno capo ai principi del cristianesimo e quindi a ciò che Nostro Signore ci ha insegnato.

Ed è stato lì che lei ha cominciato a leggere il Vangelo?

È lì che ho cominciato a rileggerlo. Io ho fatto le scuole elementari dai salesiani, alle medie frequentavo ancora la parrocchia, quindi una parte di formazione cattolica l’ho avuta, almeno fino ai 15 anni, per poi abbandonarla nel periodo più critico della mia vita. Il Vangelo perciò lo conoscevo anche se un conto è leggerlo quando si fa catechismo e altra cosa è leggerlo da adulto: a San Patrignano fu la prima volta che lo rileggevo con un occhio adulto.

Per qualche tempo ha diretto una comunità di San Patrignano a Trento. Cosa ha significato per lei?

Sì, l’ho diretta per vent’anni. È stata l’esperienza più straordinaria della mia vita e mi porto dietro una sensazione di famiglia, di casa. Tuttora considero quell’esperienza la parte più formativa della mia esistenza perché ho avuto la grazia di condividere tanto con moltissimi ragazzi, molti dei quali erano dati per persi. Ho visto rinascere migliaia di sorrisi, di occhi che si sono rimessi a vivere, a guardare alla vita con fiducia, è stato un periodo straordinario. A tutt’oggi quello che riesco a fare gestendo una scuola di 800 studenti mi proviene da quell’esperienza.

Qual è l’elemento comune che ha potuto riscontrare nelle storie di rinascita di ex tossicodipendenti?

Riuscire a far sì che si fidino. Fidarsi è un atto d’amore. Non riesci a farlo se non lo ricevi, in termini educativi, però. Amorevole non vuol dire che ti do la carezzina sulla testa e ti dico bravo, amorevole vuol dire che ho cura di te, sei importante per me, la tua vita per me è importante. E non mi paghi per questo. Questo elemento è quello che ha scatenato sempre nei ragazzi prima diffidenza e poi apertura. Quando si aprivano allora trovavi un mondo, un mondo di dolore, ma anche di voglia di costruire e così con ciascuno di loro ho costruito un rapporto unico e irripetibile, costruendo con ciascuno di loro cose uniche e irripetibili, passando ore e ore a parlare, fare, progettare, sognare. È una ricchezza immensa, infinita.