a cura di Anna Bono
  • Myanmar-Thailandia

100 mila birmani profughi in Thailandia vivono in campi di accoglienza, alcuni da oltre 30 anni

97.577 profughi, il 44,5% dei quali minori, sono protagonisti di una delle più lunghe crisi umanitarie del mondo. Si tratta dei birmani fuggiti in Thailandia dal Myanmar nel corso degli anni, appartenenti in gran parte alle minoranze del paese. Ne sono partiti per sottrarsi alle violenze e ai conflitti tra esercito governativo e le milizie ribelli di diversi gruppi etnici. Vivono in nove campi allestiti “provvisoriamente” per loro lungo il confine con il Myanmar. Alcuni vi risiedono da più di 30 anni. L’Unhcr a fine 2018 ne ha pubblicato l’origine per luogo di provenienza, per etnia e per religione. Il 68% proviene dallo stato birmano di Kayin, il 17% dallo stato di Kayah. I gruppi etnici più numerosi sono i Karen, 84%, e i Karenni, 10%. Quanto alla religione, il 51 % dei profughi è cristiano, il 36% buddista, l’8% musulmano. La Thailandia non ha sottoscritto la Convezione di Ginevra sui rifugiati. Pertanto li accoglie, fornisce istruzione, assistenza sanitaria e registrazione delle nascite, ma non permette loro di lavorare e lasciare i campi se non per motivi eccezionali. I profughi hanno tre alternative: tornare i patria, ottenere di essere riallocati in un paese terzo o tentare il difficile e lungo iter per ottenere la cittadinanza thailandese. Migliaia hanno scelto di tornare in patria dopo l’elezione di Aung San Suu Kyi e altri hanno avviato le pratiche per il ritorno volontario. Più di 90.000 dal 2005 sono stati ricollocati in Stati Uniti, Australia, Canada e altri stati. Molti dei rifugiati rimasti in Thailandia decidono di lasciare i campi per andare a vivere altrove pur sapendo che rischiano di essere arrestati nel corso di una delle campagne governative contro il lavoro illegale. Il numero di suicidi e di tentati suicidi tra chi resta nei campi è allarmante e in aumento.