• FACEBOOK

Zuck contro Cruz, duello sui principi fondamentali

«Mr. Zuckerberg, Facebook si considera un foro pubblico neutrale?» ha chiesto il repubblicano Ted Cruz all'inventore del social network. Inizia così il più appassionante duello contemporaneo sullo strapotere dei social network e su quella loro strana tendenza a chiudere pagine e profili solo se appartengono a conservatori.

Mark Zuckerberg

Delle oramai famose 10 ore di audizioni del padre e padrone di Facebook, Mark Zuckerberg, al Congresso federale degli Stati Uniti, prima al Senato e poi alla Camera, hanno parlato tutti, in lungo e in largo, evidenziando contraddizioni, sottolineando imbarazzi, campionando le sequenze video più comiche rese poi virali sul web, addirittura le scuse del giovane informatico e imprenditore americano sono state anticipate a mezzo stampa. Però alcuni minuti di questa kermesse, che Zuckerberg ha saputo trasformare in successo mediatico ed economico, sono finiti sotto silenzio. Sono i momenti in cui, martedì 10 aprile, le domande all’inventore dei social network le ha poste il senatore Ted Cruz, l’uomo che nelle primarie del 2016 più ha dato filo da torcere, da destra, all’allora candidato Donald J. Trump.

«Mr. Zuckerberg, Facebook si considera un foro pubblico neutrale?». Il tycoon soppesa le parole come chi si dà un tono, scandisce come se calasse la verità dall’alto e dice: «Senatore, noi ci consideriamo una piattaforma per tutte le idee». Cruz non ha voglia di farsi prendere per il naso: «Le rifaccio la domanda», e il proverbiale sopracciglio del senatore s’inarca. Zuckerberg ha capito benissimo, sa dove Cruz stia andando a parare. «Ah... Senatore, ecco come la pensiamo su questo. Non credo che... ah... Ci sono alcuni contenuti che ovviamente non permettiamo: discorsi che fomentano l’odio, contenuti terroristici... ahm... immagini di nudo... tutto ciò che fa sentire la gente insicura in ambito pubblico... aehm... Da questo punto di vista, questo è il motivo per cui in genere cerchiamo di definire ciò che facciamo come una piattaforma...». Il sopracciglio di Cruz si aggrotta sempre più: «Mi faccia riprovare, perché il tempo stringe». Il suo sguardo taglia come un rasoio, la lingua peggio. «È una domanda facile», tipo “Toc toc, c’è qualcuno in casa?”. Secondo quanto stabilisce la legge per company come Fb, il re di tutti i social è un foro pubblico neutrale. Cruz non ironizza più, fissa Zuckerberg visibilmente scocciato. «Vi considerate un foro pubblico neutrale oppure fate discorsi politici, cosa che è vostro diritto in base al Primo Emendamento [della Costituzione federale]?».

Mr. Z dice che no, il loro obiettivo non è la partigianeria politica. Anzi, che non conosce i termini di legge citati dal senatore e che per il momento sta solo cercando di far capire quanto sia aperto di vedute. No, non è una barzelletta: è l’attesissima e strombazzatissima udienza dell’uomo mediaticamente più potente del mondo davanti al Senato del Paese più potente del mondo e la risposta è “m’infomerò”? Cruz incalza. Riporta l’opinione di moltissimi americani preoccupati perché Facebook e altri strumenti simili sono schierati politicamente e censurano i diversi. Snocciola esempi, tutti documentati, di soppressione sistematica di notizie e storie di parte conservatrice. Cose relative per esempio alla Conservative Political Action Conference (la convention annuale di tutte le realtà conservatrici), a Mitt Romney, agli scandali fiscali dell’Amministrazione guidata da Barack Obama, al commentatore televisivo politicamente scorrettissimo Glenn Beck. Fb ha pure inizialmente chiuso la pagina sul Giorno della solidarietà con Chick-fil-A, la notissima catena di fast food a base di pollo che da anni è schierata apertamente, anche con donazioni generose, contro il “matrimonio” LGBT (la giornata nacque per iniziativa dell’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, già candidato presidenziale Repubblicano). Poi ha bloccato certi post di giornalisti di Fox News, una ventina di pagine cattoliche (e Cruz è un protestante di quelli che definiremmo “fondamentalisti”) e, più recentemente, la pagina da 1,2 milioni di follower di Diamond and Silk, cioè Lynnette Hardaway (Diamond) e Rochelle Richardson (Silk), le due famose sorelle vlogger (video blogger) del North Carolina, nate e cresciute in una famiglia cristiana protestante, ex Democratiche, popolarissime su tutti i social network dove si proclamano le più fedeli supporter di Trump (e Cruz è noto per essere stato un deciso anti-Trump) perché i loro contenuti sarebbero «insicuri per il pubblico».

«Senatore», balbetta Zuckerberg, «mi lasci dire alcune cose in merito. Anzitutto, capisco da dove nasca quella preoccupazione». Perspicace. Accade «[...] perché Facebook e tutto il tech stanno a Silicon Valley, che è un luogo estremamente di sinistra». Eccola qua la notizia che i media hanno bucato. Il nuovo strapotere mediatico è di sinistra, estremamente di sinistra. Del resto Silicon Valley fu uno dei “blocchi sociali” più ostili a Trump e Trump sudò le sette camice per scendervi a patti, riuscendoci in parte solo attraverso un accolito omosessuale (motivo per cui le politiche anti-LGBT di Trump sono sempre un po’ zoppe). E con tutto ciò siamo qui a discutere di Cambridge Analytica, uno scandalo che forse non c’è.

Tutti cediamo i nostri dati affinché vengano usati. Per marketing, per inondarci di pubblicità. Combattiamo ogni giorno la nostra buona battaglia contro i call center che ci chiamano a ogni ora con accenti improbabili per rifilarci la sola del dì. Siamo tutti stufi, ma nessuno scandalizzato. Che scandalo c’è se il meccanismo viene usato anche in politica, un mercato come un altro? Non è forse così da sempre? Non lo fanno forse tutti? Se hai un prodotto, cerchi di piazzarlo, anche in politica. Dovremmo scandalizzarci per i manifesti elettorali, per i santini dei candidati, per i megafoni che ripetono «Vota Antonio, vota Antonio»? Prima dei social, c’era la direct-mail, la geniale trovata con cui Richard M. Viguerie fece eleggere Ronald Reagan (1911-2004) alla Casa Bianca nel 1980. Poi c’è stato il porta-a-porta ideato da Karl Rove per eleggere trionfalmente George W. Bush Jr. nel 2004 e che Obama ha brillantemente copiato nel 2008 mentre i Repubblicani se ne erano scordati. Niente scandali, gl’indirizzari si comperano o si affittano, fatta salva la trasparenza. Lo scandalo vero non è insomma Cambridge Analytica, ma Facebook. E non per il marketing politico (che è pure una disciplina che l’istruzione superiore insegna e le cui primedonne consideriamo dei guru), ma perché Facebook ci assicura che i nostri dati non li cederà e che nessuno ci lucrerà. Insomma perché Fb mente. Cambridge Analytica è tirata in ballo solo perché ci lavorò Steven K. Bannon, quindi per colpire Trump, nonostante Bannon non sia più al fianco di Trump nella Casa Bianca, perché se oggi piove è ovviamente colpa di Trump (e di Bannon). Invece, dice Zuckerberg, il problema vero è la Sinistra che imbavaglia la libertà. E questo, che è il punto focale di tutto l’affaire, i media se lo sono perso.

Quei pochi che ne hanno parlato ci hanno infilato la polpetta avvelenata, su tutti Time. Cruz, dice Time, ora fa il puro, ma ha armeggiato anche lui alla grande con Cambridge Analytica. Ma, appunto, il punto non è Cambridge Analytica, bensì Facebook che mente e censura. Chiede Cruz, pressante: «Lasci che le domandi questo. Sa se sia mai stata bloccata una pagina di Planned Parenthood?». Pausa imbarazzata di Mr. Z: «Senatore... nn-no... ma mi lasci solo...». «E di Moveon.org?», uno delle più influenti lobby progressiste. «Scusi?», fa Zuckerberg. «Moveon.org», ripete Cruz. «Non ne ho notizia specifica». «E di candidati Democratici in corsa per qualche carica?». «Non ne ho notizia specifica... Voglio dire .. nn-non sono sicuro...».

15-20mila persone, rintuzza Cruz, vegliano in Facebook sui contenuti e nessuno, replica Zuckerberg, è mai stato assunto o licenziato per ragioni politiche. E allora Palmer Luckey, fondatore della Oculus VR che ha progettato un display di realtà virtuale da indossare come un casco e che Fb ha acquistato nel marzo 2014? Luckey è un grande sostenitore dei Repubblicani e Fb l’ha dimissionato nel marzo 2017. Zuckerberg dice che la politica non c’entra e che la sua azienda mira solo a stabilire legami buoni e positivi fra le persone. Proprio così, dice Cruz: chi decide quali siano i legami buoni e positivi, i 15-20mila sorveglianti di Facebook? Bla, bla di Zuckerberg e Cruz taglia corto: «Sto parlando di censura». Seguono altri bla bla, e la domanda sospesa nel vuoto si fa retorica se tutta la Silicon Valley, Fb compresa, è un solo grande blocco di potere sanzionatorio di sinistra, come dice proprio Mr. Z. I media quel giorno lì dormivano.