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Voglio farmi suora: il reality entra in convento

 Qualcuno lo ha già battezzato – e il verbo è quanto mai appropriato – la Grande Sorella. Il programma Tv si chiama Voglio farmi suora. La chiamata ed è l’ultima frontiera del reality show. Viene trasmesso in prima serata sul canale spagnolo Cuatro e deriva dal format statunitense The Sisterhood: becoming nuns. 

Le ragazze del reality Voglio farmi suora

Dopo case, fattorie, isole, cime innevate, cucine, campi da calcio e palestre non poteva mancare anche un convento. Si chiama Voglio farmi suora. La chiamata ed è l’ultima frontiera del reality show. Il programma viene trasmesso in prima serata sul canale spagnolo Cuatro e deriva dal format statunitense The Sisterhood: becoming nuns

Qualcuno lo ha già battezzato – e il verbo è quanto mai appropriato – la Grande Sorella. Si tratta di questo. Cinque ragazze ventenni - Paloma, Juleysi, Fernanda, Janet e Jaqui - passeranno sei settimane presso il convento della Casa Cuna de Santa María de Leuca a El Escorial, località non molto distante da Madrid, per scoprire se hanno davvero la vocazione. Al posto di Alessia Marcuzzi uno stuolo di suore, le missionarie del Santissimo Sacramento che le assisteranno in tutto. C’è chi sospetta che la vera chiamata per alcune o molte di loro venga dalla fama e non da Dio. Vero è che Paolo aiutava a lapidare i cristiani e poi divenne santo, però pare che per alcune delle candidate al velo manchi il minimo sindacale della vocazione. 

Una non va a messa ma «amo il Signore” – come dire che Tizio ama il diving ma non ha mai fatto immersioni – un’altra a detta della madre «è una ribelle, le piacciono le feste, le sigarette, i ragazzi e l’alcol» e  la figlia, pensando di difendersi, ribatte: «è dopo una sbornia che ho sentito la chiamata», e forse si riferiva al cellulare che squillava. Juleysi, infine, arriva al convento il primo giorno in compagnia del fidanzato che bacia per poi entrare in lacrime nel portone. Le cinque aspiranti suore vengono inseguite dalle telecamere dentro il convento per registrare ogni loro attività: preghiera, vita in comune, giochi, servizi, etc. Ovviamente il tutto avviene tra uno spot e l’altro. 

Gli ingredienti di un reality ci sono tutti, un po’ meno quelli di una vita vagamente religiosa: la chiamata al fidanzato o ai genitori che stanno fuori, il confronto tra le concorrenti che, fedeli a quella franchezza ecclesiale che va tanto di moda, si dicono tutto, ma proprio tutto, lo spettegolezzo, la critica feroce fatta però per “correzione fraterna” («Voler attirare l’attenzione non è quello che vuole Dio», sibila una delle ragazze all’indirizzo di un’altra), i momenti di stizza perché lì dentro non puoi tenere il cellulare e non ti puoi truccare. Manca il confessionale, se non quello originale inventato dalla Chiesa, e non si va al televoto, sperando invece che i voti invece che riceverli vengano promessi da qualche ragazza dopo le sei settimane in convento. 

Ovviamente quel discernimento che in genere dura anni, per esigenze legate solo alle tempistiche temporali e non spirituali della televisione dovrà essere concluso in tempi più ristretti. Che Dio si affretti e che anche le fanciulle si adeguino. Che dire di questo reality con il velo? Le vie del Signore saranno pure infinite, ma sono anche tutte serie. La vita consacrata ne esce banalizzata, appiattita secondo l’alfabeto massmediatico fatto di risse, lacrime e risate perché l’audience succhia linfa vitale nel compiacersi del contrasto tutto emotivo tra regole religiose e regole mondane che le cinque ragazze hanno importato nel convento. E il convento è solo un pretesto, perché fattorie, spiagge e studi professionali erano già stati tutti appaltati da altri reality, è un luogo che per i più è bizzarro come una casa di appuntamenti. 

Girare il programma lì piuttosto che qui dipende solo da un calcolo di ascolti e da una valutazione di quanto possa suonare originale una location così. Una scelta impregnata di sacro diventa pagana. Si strumentalizza la vocazione e la si traduce nel semantema del mondo: le candidate si convertono – è proprio il caso di dirlo -  in concorrenti, la risposta alla chiamata diventa la vittoria, il discernimento si trasforma in gara, il nascondimento viene sostituito dallo show, la superiore si presenta come conduttrice, il convento cambia in studio televisivo, il confessionale è diventata la telecamera a cui dire tutto, la vita religiosa muta in vita in diretta, l’ora et labora si traduce in chiacchiere e risa, e Dio si scolora nel Grande Fratello che tutto vede e tutto sa. 

Un reality poco trascendente, molto immanente. E così il luogo del silenzio, del buio e del pudore la cui soglia è difficile da varcare, si apre al chiasso del mondo e alle luci della troupe di ripresa – le prime due puntate hanno avuto ascolti ragguardevoli – perché la curiosità ignorante del divino e del sacro possa sbirciare e svelare in modo rozzo ciò che dovrebbe essere custodito nel segreto del proprio intimo e del colloquio personale con Dio. Qualcuno potrà obiettare che forse qualche giovane guardando questo reality potrà scoprire in sé una chiamata. Vero, ma questo grazie a Dio il Quale è l’unico che riesce a scrivere dritto su righe storte.