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"Voglio fare il posto fisso", le non-ambizioni degli italiani

Un sondaggio rivela che gli italiani ambiscono soprattutto a fare l'impiegato pubblico, indipendentemente dalla professione. L'aspirazione maggiore è quella di un posto fisso con stipendio sicuro. Comprensibile per i tempi che corrono. Ma il quadro è preoccupante, perché vuol dire che lo spirito di iniziativa lascia il posto alla rendita.

Checco Zalone, caricatura dell'impiegato pubblico

Quando chiediamo a un bambino che cosa vorrebbe fare da grande, vediamo i suoi occhi brillare mentre afferma, convinto, “l’astronauta”, “il poliziotto”, “il calciatore”, “il pilota” o altro ancora. Lasciamo ora che il pargolo cresca, attendiamolo al varco dell’età adulta e, riproponendo la stessa domanda, chiediamoci cosa potrebbe perlopiù rispondere. Non c’è dubbio: l’impiegato pubblico. Si badi, non specificamente il magistrato, l’ufficiale dell’esercito, l’ispettore, ma l’impiegato pubblico. Come se un aspirante musicista dicesse semplicemente che amerebbe, non suonare il violino, il flauto o il pianoforte, ma “suonare” purché sia.

A mostrare le preferenze e le ambizioni dei nostri concittadini è un recente sondaggio di SWG dedicato a “gli italiani e il lavoro”. Esso ci rivela che il 28% di un campione di mille persone maggiorenni desidera diventare un pubblico dipendente. E il dato è in crescita del 13% rispetto al 2016. Significativamente, al secondo posto si colloca il lavoro di insegnante (al 12%). Seguono l’ambito informatico (11%), della comunicazione digitale e del social marketing (11%), il lavoro imprenditoriale (10%), la figura del dirigente d’impresa (10%), il designer (10%), il bancario (9%), il commerciante o l’artigiano con un proprio esercizio (8%), le professioni ordinistiche di avvocato, medico, commercialista o notaio (8%), il ricercatore universitario (8%), il lavoratore di una cooperativa sociale o educativa (8%).

Le risposte si comprendono meglio alla luce degli esiti di un altro quesito, posto agli stessi intervistati e relativo alla tipologia contrattuale che, potendo, presceglierebbero: il 49% ritiene “fondamentale” un contratto di lavoro (dipendente) a tempo indeterminato; il 39% considera tale soluzione importante, ma non prioritaria; il 5% la reputa invece poco importante e solo il 7% si dice non interessato al contratto a tempo indeterminato.

Provando a interpretare questi dati, si possono formulare due ordini di considerazioni. Anzitutto, si direbbe, emerge un desiderio di stabilità occupazionale e dunque reddituale. Questo infatti sembrano dirci sia, evidentemente, la metà degli intervistati in ordine alla preferenza per il contratto a tempo indeterminato; sia l’opzione per l’impiego pubblico, che è l’emblema in Italia di un rapporto di lavoro solido, ai limiti, nei fatti, della inamovibilità. Ciò ben si potrebbe spiegare in ragione della precarietà professionale socialmente percepita, confermata dall’ingente quantitativo di contratti a tempo determinato stipulati negli ultimi anni e superiore a quello dei contratti a tempo indeterminato, come risulta dalle statistiche ufficiali. Dal che si comprende, anche, come mai la preferenza dei cittadini per l’impiego pubblico sia significativamente aumentata dal 2016 ad oggi.

L’interpretazione qui suggerita apparirebbe confermata da un ulteriore dato offerto dal sondaggio: per poter costruire il proprio futuro esistenziale, secondo il 67% degli intervistati è importante, appunto, “cercare un lavoro stabile”, il 6% in più rispetto al 2016. Sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 24 anni (l’81% tra di essi) a pensarla in questo modo. E non si può negare che di principio la continuità occupazionale, ancor più se si tratta di un rapporto di lavoro dipendente, garantisce non solo quella reddituale, ma anche quella contributiva in vista della pensione e quella professionale. La costante applicazione delle conoscenze e delle esperienze, infatti, è precondizione per mettere a frutto le capacità acquisite e conseguirne di nuove. Inoltre, l’incertezza lavorativa non concorre a creare le condizioni ideali per l’assunzione di vincoli personali stabili quali il matrimonio, la conseguente formazione di una famiglia e le scelte procreative, o anche per decisioni patrimoniali importanti come l’acquisto di una abitazione.

Nondimeno, il sondaggio si potrebbe pure prestare a una seconda interpretazione. Proprio la generica opzione per la categoria del pubblico dipendente – ma anche, volendo, per il lavoro di insegnante, se riferito alla scuola pubblica – suggerisce ulteriori considerazioni. La schiacciante preferenza (indifferenziata) per il pubblico impiego – ancor più se ad essa sommiamo quella per l’insegnamento, nel senso detto – sembra dirci che l’aspetto reddituale prevalga su quello professionale, che sia più importante guadagnare che fare, più conveniente avere che essere. A meno infatti di ritenere che si voglia diventare pubblici dipendenti per servire esclusivamente la Nazione, secondo le pur solenni parole della nostra Costituzione, vi è il rischio che simile “passione” per la pubblica amministrazione sia più che altro determinata da dignitose remunerazioni, ritmi di lavoro non assillanti e, in definitiva, rapporti di lavoro garantiti sino alla pensione, essendo il licenziamento un fenomeno, in tale ambito, piuttosto raro (nonostante i giri di vite sulla responsabilità disciplinare, di cui alle riforme legislative degli ultimi anni). La stessa figura dell’insegnante – che dovrebbe fare tremare i polsi, al solo pensiero di quanto sia delicata la funzione educativa – si presta facilmente ad essere associata, semplicemente, alla possibilità di beneficiare di orari di lavoro ridotti e lunghi periodi di ferie.

Se così fosse, il quadro sarebbe preoccupante. Vorrebbe dire che lo spirito di iniziativa e la propensione al rischio (razionale); la voglia di mettersi in gioco, di far fruttificare i talenti e il senso profondo della fatica umana; che tutto ciò, in definitiva, non appartiene più al nostro Paese. L’Italia si avvierebbe allora verso un sicuro declino, non solo economico, ma pure culturale e spirituale.

Naturalmente, si potrebbe dire che la seconda interpretazione sia maliziosa. Di certo, dovremmo tutti rallegrarci di poter constatare come essa, in realtà, sia infondata. Tuttavia, se leggiamo il sondaggio di SWG insieme ad altre rilevazioni pubbliche in tema di lavoro degli italiani, i sospetti restano. Si consideri ad es. un’indagine di Eurostat (l’ufficio statistico dell’Unione europea) di quest’anno: per essa, il 60% dei giovani disoccupati italiani (contro il 50% della media dell’Ue) non è disposto alla mobilità territoriale, cioè a cambiare città, per reperire una occupazione: solo il 7% sarebbe disponibile a trasferirsi in altro paese europeo, il 13% fuori dall’Unione e il 20% in altra località italiana. Ma la maggioranza, appunto, non muterebbe né città né Stato. L’Italia, nella classifica, è così al sesto posto in termini di propensione alla (im)mobilità, dietro a Malta, Olanda, Cipro, Romania e Danimarca. Il che significa, come, in non pochi casi, il disagio di un mutamento del domicilio sia considerato superiore rispetto alla carenza di lavoro. Non propriamente un segnale di intraprendenza.

Un altro dato che fa riflettere è quello relativo agli skill shortages, cioè alle carenze professionali rispetto alla manodopera richiesta dalle imprese: se è vero che in Italia i dati della disoccupazione, specialmente giovanile, sono allarmanti, le periodiche indagini di Unioncamere svelano la presenza di giacimenti occupazionali non sfruttati. Alcuni posti di lavoro, certo, richiedono competenze particolarmente qualificate e corrispondenti titoli di studio (come nell’ambito dell’ingegneria elettronica e dell’informazione); ma restano costantemente scoperte pure posizioni ad es. di macellaio, elettricista, idraulico, cuoco, panificatore e molte altre. Le imprese disposte ad assumere, per tali qualifiche, vi sono: mancano tuttavia i lavoratori. A tal proposito, vi è da domandarsi se tutto dipenda dall’inefficienza dei servizi per l’impiego nel mettere in contatto la domanda e l’offerta di lavoro; dalla inadeguata programmazione dell’offerta scolastica e formativa rispetto alle condizioni e alle necessità del mercato del lavoro; o, anche, se non vi siano mestieri semplicemente considerati faticosi, negletti e dotati di scarso appeal. Ribaltando un’espressione popolare: piuttosto che niente, meglio niente.

Da ultimo, non si può fare a meno di ricordare che il partito più votato nell’ultima tornata elettorale politica, il Movimento 5 Stelle ora partito di governo, ha tra i punti qualificanti del suo programma l’estensione del reddito di inclusione (impropriamente chiamato reddito di cittadinanza) introdotto dal precedente esecutivo. Si tratta di una misura pericolosa, non solo perché costituisce una costosa forma di mantenimento a carico della spesa pubblica in assenza di lavoro, ma anche perché, correlativamente, può scoraggiare la ricerca di lavoro e favorire semmai quello irregolare. Il successo del Movimento 5 Stelle sta a significare, almeno in parte, che una quota importante dell’opinione pubblica consideri positivamente la previsione di un introito monetario mensile pur in assenza della controprestazione lavorativa. Ma, ce lo ha ricordato più volte anche il regnante Pontefice, senza lavoro non c’è dignità, sicché vi è bisogno non di un reddito per tutti, ma di lavoro per tutti.

In conclusione, vi è da chiedersi cosa ne sia, nella percezione comune, del principio primo della nostra Carta fondamentale elaborato dai Padri costituenti, secondo cui l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Forse, anche oggi, molti preferirebbero che essa possa fondarsi su una posizione di rendita. Che, in definitiva, non può che essere una posizione di privilegio.