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Vocazioni, attacco dello Ior al vescovo di Bruxelles

La Fraternités monastiques de Jérusalem

La Libre Belgique ospita un commento di eccezione: lo scrive il presidente dell’Istituto Opere di Religione (IOR), Jean-Baptiste de Franssu. È un contributo non ordinario per due ragioni. La prima è l’identità del firmatario; è piuttosto raro che il responsabile della banca vaticana esca dal riserbo e dalla riservatezza che di norma avvolgono il suo ruolo. E il secondo motivo appare ancora più interessante, perché l’articolo, pur lontano da asprezze verbali e concettuali, contiene una critica non nascosta alla gestione della diocesi di Bruxelles, sin dal titolo: “Bruxelles, che cosa hai fatto di Gerusalemme?”. E naturalmente anche al suo presule, Jozef De Kesel, punta di lancia del progressismo cattolico belga, pupillo e candidato del discusso cardinale Danneels, amico e consigliere del Pontefice. De Kesel, a differenza del suo predecessore, mons. Léonard, è stato immediatamente insignito della berretta cardinalizia. E certo senza meriti evidenti, vista la situazione della sua chiesa e della sua diocesi.

Il nodo dell’articolo è la Comunità di Gerusalemme, una delle comunità “nuove” nate negli anni 1970 a Parigi, una singolare forma di presenza di preghiera e di apostolato. Religiosi, religiose e laici ad essi collegati hanno il carisma di pregare e contemplare, senza che nessun chiostro li isoli, nel centro delle città. Nel 2001 sono giunti a Bruxelles, e vi si sono installati. “Un passo unico che ha portato, durante questi ultimi 16 anni i fratelli e le sorele di Gerusalemme di diverse nazionalità a inserirsi nella città di Bruxelles. Più esattamente a Saint-Gilles, in un quartiere a forte diversità sociologica e culturale con un’importante presenza musulmana. Nella periferia, dunque, questa periferia profetica di papa Francesco”, scrive de Franssu.

L’editoriale ricorda che in questi sedici anni la comunità ha mostrato una grande vicinanza alle persone più vulnerabili, che ha tessuto legami profondi di amicizia e di rispetto con tutte le popolazioni che le circondano, “nel loro lavoro nella città, nella vita fraterna e nei momenti di preghiera celebrati tre volte al giorno e aperti a tutti. Fanno parte del paesaggio”.

La diocesi però ha deciso un piano di “gestione efficiente del suo patrimonio immobiliare, per rispondere, sembra, alla mancanza di preti”. Un approccio che però ha dei rischi, “come il Santo Padre ha sottolineato in diverse occasioni – ricorda l’articolo -: in effetti l’efficienza umana può relegare in secondo piano la fecondità della preghiera”. E proprio in questo contesto la decisione della diocesi ha rimesso in causa la presenza della Comunità. E questa non è stata in grado di offrire soluzioni adeguate: “Le soluzioni materiali previste e proposte non corrispondono ai bisogni dei monaci e delle monache. Così che fratelli e sorelle hanno annunciato la loro partenza. Una lacerazione, laggiù, in questa periferia di Bruxelles. Che perdita”.

De Franssu fa appello alla speranza, e chiede che “tutti colo che sono coinvolti la cerchino, la creino, la facilitino”. In particolare a Bruxelles, una delle capitali più scristianizzate d’Europa. “Perché l’avvenire della fede e della cultura cristiane in Occidente sono forse prima nelle città, e devono seguire cammini diversi ma complementari”. Questa parole suonano come un appello alla diocesi a modificare il suo piano revisione delle parrocchie e dei luoghi di culto, peraltro fortemente criticato da molti cattolici.

 Se da un lato si può capire in parte l’esigenza di concentrare le attività diocesane in alcune zone, la politica globale della diocesi verso sacerdoti e vocazioni appare a dir poco singolare. L’incapacità – o la scarsa volontà – di impedire la partenza della Comunità di Gerusalemme segue di solo qualche mese lo scioglimento della Fraternità dei Santi Apostoli, creata dal predecessore di De Kesel, Léonard, e che in soli tre anni di vita aveva attirato ventisette fra sacerdoti e seminaristi, e aveva dato nuova vita a una chiesa e a un quartiere, e avevano un grande seguito fra i fedeli. Il motivo ufficiale della cacciata era la solidarietà con la Francia, da cui provenivano molti dei sacerdoti e seminaristi. Un gruppo di fedeli, in una lettera aperta, ha dimostrato l’inconsistenza di questa giustificazione: “Il principio di solidarietà invocato è piuttosto curioso. Su 80 seminaristi in formazione al [seminario diocesano di] Namur, oggi solo 25 sono belgi. Li rispediremo tutti nei loro paesi? Tutti i sacerdoti africani, polacchi che ci aiutano a portare il messaggio di Cristo in Belgio torneranno a casa loro? La Chiesa cattolica non è più universale? L’argomento invocato evidentemente non regge e noi speriamo che dietro ad esso non ci siano in realtà ragioni puramente ideologiche”. Che forse sono più ampie dei confini belgi.

Un sito ispanofono di recente riportava un sunto di una recente Plenaria della Congregazione per il Clero in cui si diceva (dopo aver discusso sui Viri Probati): “Desidero sottolineare anche la situazione dei seminaristi ‘tradizionalisti’ che ci creano non poche difficoltà, in primo luogo ai Formatori, e poi, dopo l’ordinazione, ai Vescovi. Un tema che dovrebbe essere oggetto di attento discernimento è quello della ‘rigidezza’ di cui il Santo Padre ci ha parlato questa mattina, della filiazione in un’immagine della Chiesa passata, e anche nelle apparenze e nell’esteriorità, spesso visibile in ambito liturgico; questo non raramente può rivelare personalità narcisiste e vanitose, così come propense a fuggire dalle implicazioni pastorali reali, per rifugiarsi nelle forme di un passato che non hanno vissuto e che non appartiene alla loro vita”. Quindi abbiamo una singolare situazione, in particolare in Paesi come Germania, Belgio, Olanda e Francia. I responsabili della Chiesa non desiderano vocazioni di persone che amino la tradizione della Chiesa. È strano che i seminari siano vuoti?