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Violenza in Centrafrica, la Chiesa dice basta

La guerra è scoppiata nel 2013 con il colpo di Stato islamico della coalizione Seleka. Non è mai finita: ormai le parti in guerra, nonostante il cessate il fuoco del 2017, sono diventate bande di predoni fuori controllo. Uccisioni, saccheggi e rappresaglie coinvolgono anche la Chiesa come dimostra il massacro di Alindao. La Chiesa protesta col boicottaggio della festa nazionale del 1 dicembre. Per il giorno dopo proclama un giorno di lutto. 

Alindao, dopo il massacro dei cristiani

Nella Repubblica Centrafricana nel 2013 Seleka, una coalizione antigovernativa espressione della minoranza islamica, ha rovesciato il governo con un colpo di stato. L’anno successivo le istituzioni democratiche sono state ripristinate, ma Seleka si è frantumata in gruppi e bande armate che hanno continuato a combattere, infierendo sulla popolazione cristiana, senza risparmiare chiese, scuole, ospedali cristiani. Mal difesi dall’esercito governativo e da Minusca, la missione Onu di stabilizzazione istituita nel 2014, i cristiani hanno creato dei gruppi di difesa chiamati anti-Balaka che però ben presto, oltre a proteggere le comunità cristiane minacciate, hanno iniziato una caccia ai musulmani. La situazione è quindi degenerata a uno stadio di “pre-genocidio”: gran parte del territorio nazionale sotto il controllo delle milizie delle due fazioni, i cristiani in fuga dai territori in mano agli ex Seleka, i musulmani da quelli controllati dagli anti-Balaka.

Nel giugno del 2017 la Comunità di Sant’Egidio annunciava la fine delle ostilità. Grazie alla sua mediazione, disse, i rappresentanti dei gruppi armati nella sede romana della comunità avevano concordato un cessate il fuoco con effetto immediato e un’intesa globale su questioni di carattere economico, politico, umanitario e sociale. Ma così non è stato. Già nei due giorni successivi alla firma scontri violentissimi hanno provocato 100 morti e da allora il conflitto è continuato cruento e devastante, creando oltre 640.000 sfollati e più di mezzo milione di rifugiati.

L’ultima strage risale al 15 novembre, giorno in cui l’Upc, Unione per la pace, una delle fazioni della ex Seleka guidata da Ali Darrass, ha attaccato un campo per sfollati cristiani allestito da tempo nel complesso della diocesi di Alindao, nel sud est del paese, uccidendo almeno 72 persone, tra cui due sacerdoti: padre Blaise Mada, vicario generale della diocesi, e padre Célestin Ngoumbando, della parrochia di Mingala. “L’evento che ha scatenato il massacro – ha raccontato nei giorni successivi monsignor Juan Jose Aguirre Muños, Vescovo di Bangassou, diocesi limitrofa a quella di Alindao – è stato l’uccisione di un mercenario nigerino dell’Upc. La rappresaglia è stata terribile. Gli uomini di Ali Darassa hanno assalito, saccheggiato e incendiato il campo di sfollati e ucciso donne e bambini; hanno dato alle fiamme la cattedrale dove hanno ucciso i due sacerdoti. Subito dopo i mercenari Upc hanno lasciato entrare gruppi di giovani musulmani che hanno saccheggiato la casa episcopale ed hanno dato alle fiamme il presbiterio e il centro della Caritas. Di queste strutture rimangono solo i muri calcinati”.

Perché tanta violenza,  che cosa ha dato origine a un conflitto così feroce e si direbbe insanabile: sono le domande a cui si cerca di rispondere. Secondo alcuni è innegabile che sia la religione il fattore che divide la popolazione. Per altri più rilevante è il fattore etnico, il conflitto è tribale. Qualunque sia stata la causa scatenante, dicono altri osservatori, ormai i contendenti sono “bande di predoni” che vivono di razzie e del contrabbando di diamanti e oro, le ricchezze del paese.

Da tempo si sa inoltre che gran parte degli ex Seleka sono mercenari stranieri, provenienti dagli stati islamici confinanti. Dopo il massacro di Alindao monsignor Aguirre ha rilasciato una intervista all’agenzia Fides.”Non possiamo limitarci a denunciare questi massacri – ha detto - occorre andare a fondo a quello che sta accadendo in Centrafrica”. Ha quindi spiegato che i gruppi ex Seleka sono formati da mercenari stranieri pagati secondo lui da alcuni Paesi del Golfo e guidati da alcuni Stati africani limitrofi con l’obiettivo di dividere il Centrafrica alimentando l’odio tra musulmani e non musulmani. “In questo modo – ha spiegato – ne approfittano per saccheggiare le ricchezze centrafricane, oro, diamanti, e il bestiame. Ma soprattutto alcuni Paesi stranieri e non africani vogliono usare il Centrafrica come porta per entrare nella Repubblica Democratica del Congo e nel resto del continente, manipolando l’islam radicale”.

Padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, parroco di Bozoum, alcuni mesi fa aveva inoltre spiegato in una intervista che in Centrafrica è in corso un conflitto tra pastori transumanti e agricoltori, lo stesso che insanguina l’Africa da sempre, ma che ha assunto le attuali proporzioni perché capi di Stato e di governo, generali, imprenditori investono parte delle loro fortune in migliaia di capi di bestiame che affidano ai pastori Peul i quali concentrano queste immense mandrie in territori dove lo Stato è molto debole o del tutto assente, come in Centrafrica. “C’è quindi l’interesse da parte di personaggi africani influenti che certe zone del continente rimangano terre di nessuno dove permettere alle mandrie di pascolare in totale dispregio delle esigenze delle popolazioni locali”.  

Musulmani e cristiani, pastori e agricoltori, interessi economici, piani stranieri … ma all’origine di tutto ci sono uno stato assente, che non prova neanche a riportare ordine e sicurezza nel paese (se ma ne ha goduto passando da un colpo di stato a un altro con l’intermezzo dell’“impero Bokassa”), con l’aggravante di un organismo internazionale, le Nazioni Unite, che pretende di aver assolto al proprio compito inviando una missione senza preoccuparsi che svolga il suo mandato. Ancora una volta infatti i caschi blu non sono intervenuti a difendere i civili e ad Alindao hanno lasciato via libera ai miliziani Upc.

Per questo i vescovi il 24 novembre hanno convocato una sessione straordinaria dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale centrafricana nel corso della quale hanno redatto un documento di denuncia. “La persona umana è sacra e inviolabile – vi si legge - ogni agente della forza pubblica, ogni organizzazione hanno l’obbligo assoluto di rispettarla e di proteggerla”. Così non è in Centrafrica e, per scuotere le coscienze,  i vescovi hanno invitato i fedeli e tutte le persone di buona volontà a non partecipare, in segno di protesta, alle festività del 1° dicembre, giorno di festa nazionale. “È una ricorrenza molto sentita – spiega padre Aurelio – è la prima volta in 60 anni che la Chiesa lancia un invito a boicottare le celebrazioni”.

Il giorno successivo, domenica 2 dicembre, in tutte le diocesi del paese è stata invece indetta “una giornata di lutto e di preghiera”. Le collette delle messe saranno destinate ai sopravvissuti ai massacri.