• IL CASO VIGANO'

Viganò, tra congetture e richiesta di chiarezza

Mentre Viganò torna a farsi vivo per chiarire le motivazioni che lo hanno spinto a rendere pubblico il suo dossier sul caso McCarrick, emerge una richiesta di chiarezza rivolta direttamente al Pontefice. A farsene carico è il presidente della Conferenza episcopale americana Di Nardo. 

Daniel Di Nardo

Dal luogo nascosto in cui si è ritirato, l’arcivescovo Viganò parla con il vaticanista Aldo Maria Valli, e chiarisce, ancora una volta, i motivi di una decisione sofferta e clamorosa. “Ho parlato – ha detto Viganò a Valli - perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l’abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco? Tutto è stato inutile?”. Una richiesta di chiarezza, dunque.

La stessa che sembra muovere il presidente della Conferenza episcopale statunitense, il card. Daniel Di Nardo, che ha auspicato di potere incontrare presto il Pontefice per avere il suo appoggio in un’indagine che prende le mosse dalle dichiarazioni di Viganò. “I problemi sollevati richiedono risposte che siano conclusive e basate sull’evidenza. Senza queste risposte, uomini innocenti possono essere macchiati da false accuse e i colpevoli lasciati liberi di ripetere gli errori del passato”. Già in precedenza Di Nardo aveva suggerito una visita apostolica della Santa Sede, “per cercare la verità”.

Sono passati solo quattro giorni, da quando la testimonianza bomba di Viganò è apparsa sui giornali; e sono passati solo quattro giorni da quando il Pontefice sull’aereo si è rifiutato di rispondere. In particolare alla domanda che lo coinvolge in maniera più diretta. E cioè se sia vero, o no, che nel giugno 2013 l’allora nunzio Viganò gli abbia detto chiaramente, rispondendo a una sua domanda, chi era McCarrick; che c’era un grosso dossier a suo carico alla Congregazione per i Vescovi; che aveva rovinato generazioni di seminaristi e giovani preti; e che era stato sanzionato da Benedetto XVI.

C’è chi si lamenta che chiedere chiarezza su questo punto sia come ripetere un mantra; e scrive fiumi di parole per cercare di minare la credibilità dell’ex Nunzio. C’è come un’ironia della storia, in tutto questo. Uno dei grilletti che hanno deciso Viganò a parlare è stato leggere in un articolo scritto da un fedele del Pontefice, allusioni a omissioni da parte dei due nunzi che l’hanno preceduto, Montalvo e Sambi, e da parte di Benedetto XVI. Lo zelo eccessivo di un difensore di papa Bergoglio ha contribuito a creare al Pontefice una difficoltà difficile da gestire e superare.

Mentre anche commentatori certamente non ostili al papa, su testate laiche chiedono che ci sia una risposta, i difensori non si rendono conto che il loro lavorio di screditamento dell’arcivescovo, di ricerca di mandanti occulti  e di complotti internazionali, in realtà dà già per scontato che il Pontefice non riesca a uscire dall’empasse in cui si trova.

È come se implicitamente avessero espresso il loro giudizio; e allora freneticamente, sparano su bersagli secondari: il caratteraccio di Viganò, le sue beghe familiari, le sue ambizioni (e su questo punto, e anche altri, risponde molto bene nell’intervista telefonica ad Aldo Maria Valli).

Sul punto centrale però, quel famoso colloquio del giugno 2013, silenzio assoluto. Ci chiediamo: ma non sarebbe possibile che qualcuno dei colleghi e delle colleghe che il Pontefice chiama per nome, e che hanno accesso sia telefonico che fisico all’ultimo piano di Santa Marta, gli ponesse la semplice domanda: è vero oppure no? E poi la riferisse a tutti i cattolici che in Italia e nel resto del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, come può facilmente vedere chi lavora sui social, la attendono?  

Una risposta sarebbe veramente liberatoria e consolante per tutti. Tanto, nel giro di qualche settimana, dare una risposta potrà essere inevitabile. Dal 22 al 25 settembre è previsto il viaggio apostolico in Lituania. Ci sarà uno, o due incontri con i giornalisti sull’aereo. Non pensiamo che sarà possibile al Direttore della Sala Stampa, Greg Burke, convincere i colleghi, in particolare quelli americani, a non fare domande dirette e precise, schivate nel viaggio di ritorno dall’Irlanda. E sarà meglio che ci sia una risposta; è in gioco una credibilità scossa pesantemente nei mesi scorsi dalle vicende del Cile e dell’Honduras.