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Vietnam, Trump parla con Kim e pensa alla Cina

A Hanoi, Vietnam, è in corso un summit storico. Nel luogo simbolo della sconfitta americana in Asia, si tiene il vertice sulla denuclearizzazione della Corea, il secondo fra Trump e Kim Jong-un. Un negoziato difficile, fra due leader che parlano linguaggi diversi. E Trump, comunque, parla di Corea, ma pensa alla Cina.

L'arrivo di Kim Jong-un in Vietnam

A Hanoi, Vietnam, è in corso un summit storico. Per due motivi è storico: vi partecipa il presidente degli Stati Uniti in un luogo che è stato teatro di una delle più lunghe e sanguinose guerre perdute dagli Usa nel secolo scorso, quasi un simbolo di sconfitta per una generazione intera di americani. Il secondo motivo è che l’altro partecipante è Kim Jong-un, dittatore della Corea del Nord. Quello che sta svolgendosi oggi, infatti, è il secondo round di negoziati al vertice per la denuclearizzazione della Corea, il secondo in assoluto fra Corea del Nord e Usa.

Che cosa ci si può attendere da questo summit? Innanzitutto è bene considerare quali siano gli obiettivi reali e plausibilmente raggiungibili dalla Corea del Nord. Perché è soprattutto del suo disarmo che si parlerà oggi. Kim Jong-un, dal vertice precedente, tenutosi l’anno scorso a Singapore, mostra di aver acquisito molta più confidenza nelle sue capacità. Già nel 2017 aveva dichiarato di aver raggiunto la piena capacità nucleare e missilistica e, di fatto, di considerare il suo paese come una potenza nucleare, sullo stesso piano degli Stati Uniti. Prima del summit di oggi, ha dichiarato che se gli Usa dovessero mantenere le sanzioni (che sono ancora in vigore fino a disarmo avvenuto e verificato), allora dovrebbe “imboccare un’altra strada”. Non ha specificato quale, ma si presume una strada più bellicosa. Finora Kim Jong-un ha dimostrato di voler dialogare con Donald Trump direttamente e di snobbare i membri del suo governo. La propaganda di regime ha definito Mike Pompeo come uno che “usa metodi da gangster”, in maggio aveva respinto al mittente le richieste di garanzie di John Bolton (Consigliere per la Sicurezza Nazionale) e definito “una marionetta” il vicepresidente Mike Pence. Con Trump, al contrario, è un idillio di rapporti e lettere personali, tanto che il presidente degli Usa (che lo aveva sfottuto, definendolo “l’uomo razzo”, anche all’Onu, meno di due anni fa) ora dice che col leader comunista “è sbocciato l’amore”.

La strategia di Kim ha un senso, se discutere con Trump direttamente e non con i suoi subordinati, oltre che un gesto di arroganza, è anche un modo per evitare di parlare dei dettagli tecnici, più concreti del disarmo. Finché si parla fra capi di Stato ci si può permettere un alto grado di astrattezza nelle promesse e nei principi. E l’idea che gli osservatori della Corea comunista si sono fatti, è che di queste promesse ne sono state rispettate poche. Kim si è limitato a ordinare la distruzione di siti come Punggye-ri, mosse telegeniche, ma inutili sul piano pratico. Un alto grado di astrattezza permette anche di giocare sull’equivoco. Per “disarmo” gli americani intendono quello della Corea del Nord. I nordcoreani intendono quello di tutta la penisola, dunque anche il ritiro del deterrente statunitense dalla Corea del Sud e possibilmente il ritiro di tutte le truppe americane. L’obiettivo immediato della dinastia Kim, dagli anni ’90 in poi, è quello di garantire la sopravvivenza del regime, rendendolo “intoccabile” grazie al possesso di armi nucleari. Ma non bisogna dimenticare che l’obiettivo di lungo periodo della dittatura comunista nordcoreana, dal 1949 in poi, è sempre quello della riunificazione della Corea sotto il suo potere.

Dal canto suo, Trump è assolutamente convinto di partire da una posizione di superiorità schiacciante sul suo interlocutore. La volontà di dialogare, mostrata da Kim dopo un anno di escalation di test missilistici, è stata vista dalla Casa Bianca come un segnale di debolezza. Come un modo per dire “oltre a questo livello di escalation non si può andare, non possiamo permetterci di combattere una guerra, quindi parliamo”. Lo scambio che Trump offre al regno eremita è: disarmo nucleare in cambio della fine delle sanzioni. Che, in un secondo momento, si potrebbe trasformare in: fine delle ostilità in cambio della fine dell’isolamento in cui versa la Corea del Nord. L’intento è quello di aprire al mercato il piccolo regno eremita, dandogli un’opportunità di sviluppo.

Ovviamente, però, Trump parla con Kim, ma continua a pensare alla Cina, la sua unica vera "ossessione". Un’apertura alla Corea del Nord avrebbe infatti l’unico obiettivo strategico di sottrarre il regime comunista all’influenza cinese. E finora è solo la Cina che ha avuto interesse a tenere in piedi, ai suoi confini, uno Stato cuscinetto, una Repubblica Democratica Popolare ormai completamente anacronistica. La stessa scelta del luogo in cui tenere il summit è molto indicativa: il Vietnam sta diventando un forte rivale della Cina, sia militare che economico. I vietnamiti non vedono più negli Usa il loro arcinemico, bensì nella Cina, che incombe sui suoi mari.