• CASAMONICA IN TV

Vespa ha sbagliato, la Rai non può far finta di nulla

Ospitare negli studi della Rai i familiari di un defunto boss è servizio pubblico? Ruota attorno a quest’interrogativo il dibattito delle ultime ore sulla puntata di Porta a Porta (RaiUno), durante la quale Bruno Vespa ha rivolto domande in studio a Vera e Vittorino Casamonica, figlia e nipote di Vittorio. 

Bruno Vespa

Ospitare negli studi della Rai i familiari di un defunto boss è servizio pubblico o spettacolarizzazione dell’informazione? Ruota attorno a quest’interrogativo il dibattito delle ultime ore sulla puntata di Porta a Porta (RaiUno), durante la quale Bruno Vespa ha rivolto domande in studio a Vera e Vittorino Casamonica, figlia e nipote di Vittorio, facendo peraltro registrare un boom di ascolti (un milione e 340 mila spettatori e il 14,4% di share, con picchi del 20%, meglio della serata precedente durante la quale aveva ospitato il premier Renzi). Le forze politiche e l’opinione pubblica si sono divise. 

É ancora fresco il ricordo delle esequie-kolossal del capoclan, svoltesi il 20 agosto scorso nella Chiesa di Don Bosco a Roma, che tanto clamore e sdegno avevano suscitato. La puntata del talk show di Vespa è apparsa, quindi, un po’ inopportuna, perché ha di fatto offerto un palcoscenico ai familiari del boss, assimilandoli a tutti gli altri ospiti, in nome di un discutibile concetto di diritto di cronaca e di servizio pubblico. Salaci i commenti di alcuni esponenti del Pd. Matteo Orfini ha parlato di «spettacolo vergognoso e offensivo»; il sindaco di Roma, Ignazio Marino ha bollato l’iniziativa di Vespa come «grave e paradossale, inaccettabile per la Rai» e il suo vice, Marco Causi si è spinto perfino a chiedere le scuse della Tv pubblica ai romani. Più stroncatorio Beppe Grillo, che sul suo blog ha definito la puntata con i Casamonica «servizio pubblico para-mafioso» e «oltraggio a tutti gli italiani». Il centrodestra, invece, si è spaccato: gli esponenti di Area popolare e Forza Italia compatti in difesa dell’ospitata dei parenti del capo clan nel “salotto buono” della Rai; la Lega decisamente contraria, con Roberto Calderoli che ha invocato le dimissioni dei responsabili di quella scelta infelice. Per tentare di sedare gli animi, la sera successiva il conduttore ha invitato, in un’ottica riparatrice, l’assessore alla legalità del Campidoglio, Alfonso Sabella, che ha biasimato la «folklorizzazione della criminalità» andata in scena 24 ore prima negli stessi studi di via Teulada.

Ma le polemiche non si placano, tanto più che, tempestivamente, l’Ordine dei giornalisti del Lazio ha deciso di deferire i giornalisti coinvolti, Vespa compreso, al Consiglio di disciplina, con un comunicato che non lascia presagire per questi ultimi nulla di buono: «Offrire nuovamente un palcoscenico alla famiglia Casamonica nella Rai del servizio pubblico ad un mese dai funerali di Vittorio Casamonica è stato un errore grave che non assolve al diritto di cronaca, ma aggiunge un nuovo capitolo alla facile spettacolarizzazione dell’informazione. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, nel deplorare quanto avvenuto ieri sera nella puntata di Porta a Porta, comunica in una nota che i colleghi protagonisti della vicenda saranno deferiti al Consiglio territoriale di disciplina per le valutazioni del caso». Non si escludono, quindi, sanzioni disciplinari.

Vespa si è difeso ricordando di aver invitato in studio «due incensurati» e, per rivendicare la sua correttezza deontologica, ha evocato precedenti interviste fatte dal compianto Enzo Biagi a Sindona e Buscetta. Ma a quanto pare non è bastato. Trapela irritazione da parte dei nuovi vertici Rai (il duo Maggioni-Campo Dall’Orto non avrebbe affatto gradito l’atteggiamento di Vespa), che potrebbero prendere la palla al balzo per tentare di chiudere “la Terza Camera” (espressione coniata da Giulio Andreotti per la trasmissione Porta a Porta). In una recente intervista, la prima da direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto ha subito lasciato intendere che per lui la missione del servizio pubblico non ha molto a che fare con la spettacolarizzazione dell’informazione e con gli attuali talk show, urlati e dominati da risse e insulti tra gli ospiti in studio. E c’è da scommettere che voglia cambiare profondamente le cose anche rispetto ai contenuti dei palinsesti.

Il centrodestra berlusconiano e i centristi hanno ragione su un punto: quando a essere ospitati, anni fa, sia pure non in Rai ma negli studi di alcune tv private come La 7, mafiosi conclamati come Spatuzza o figli pregiudicati di mafiosi come Ciancimino, o escort dei presunti festini di Arcore, non ci fu altrettanta indignazione. Ora, forse, dopo la puntata di Vespa con i Casamonica, la sinistra teme che si torni a parlare delle inadempienze della giunta Marino in occasione dei contestatissimi funerali del boss ed è per questo che se la prende con Porta a Porta. Ma al netto delle inevitabili strumentalizzazioni politiche, rimane il dato di un servizio pubblico che ha messo sullo stesso piano i familiari di un boss mafioso, che ovviamente difendono il loro congiunto e non chiedono scusa a nessuna delle vittime e neppure, genericamente, al popolo italiano, e i rappresentanti delle istituzioni. Se in nome della dittatura degli indici d’ascolto bisogna tollerare che qualcuno offra al grande pubblico spettacoli così indecorosi, diseducativi e mortificanti, allora occorrerebbe rivedere sia il codice etico della Rai sia le norme deontologiche sull’essenzialità dell’informazione e i processi mediatici.

Le interviste di Biagi a Sindona e Buscetta erano cose ben diverse. Gli intervistati non venivano ammessiin studio, legittimati come interlocutori, come protagonisti di un confronto paritetico dalle morbide poltrone di un salotto pagato con i soldi degli italiani. Per garantire il diritto di cronaca, ammesso che sia ancora di interesse pubblico parlare dei Casamonica e delle loro performance, Vespa avrebbe potuto intervistare i parenti del boss nella loro casa, mandando in onda il colloquio per poi farlo commentare in studio dagli altri ospiti. Garantire il contraddittorio ai rappresentanti di famiglie che si sono macchiate di reati gravissimi non è servizio pubblico. Mettere sullo stesso piano legalità e violazione dei diritti non equivale a garantire il diritto all’informazione. La scelta di Vespa è stata sbagliata e appare discutibile sul piano etico e deontologico, sia per l’impostazione generale della puntata, sia per la scenografia, che ha messo a nudo ancora una volta il carattere stantio e usurato di quel format. La Rai si riforma sul serio e si riappropria della sua funzione di servizio pubblico se, in occasione di scivoloni come quello di Vespa, smette di autoassolversi e di trincerarsi dietro l’ipocrita frase: «La gente in fondo vuole questo».