a cura di Stefano Fontana
  • CHIESE DISMESSE

Vendere le chiese per i poveri. Ma le hanno costruite loro..

Dopo la pubblicazione delle Linee guida del Pontificio Consiglio per la cultura su cosa fare delle chiese “dismesse” su cui siamo già intervenuti (vedi qui) anche papa Francesco ha confermato l’idea di venderle per aiutare i poveri. Il suo intervento ha fatto ricordare che nella Sollicitudo rei socialis, l’enciclica del 1987 che commemorava la Populorum progressio, Giovanni Paolo II aveva detto qualcosa di simile: “Di fronte ai casi di bisogno non si possono preferire gli ornamenti superflui delle chiese e la suppellettile preziosa del culto divino; al contrario potrebbe essere obbligatorio alienare questi beni per dar pane, bevanda, vestito e casa a chi ne è privo” (n. 31).

Le indicazioni di papa Francesco e di Giovanni Paolo II meritano comunque qualche riflessione, perché la questione presenta forse anche altre sfaccettature che è bene evidenziare.

I poveri esistevano anche quando erano state costruite le chiese ora in dismissione, o quando si collocavano nelle chiese gli ornamenti e le suppellettili preziose che ora si vorrebbe vendere. Però la Chiesa di allora non ha impedito queste costruzioni e questi collocamenti per devolvere le relative somme ai poveri, perché ai poveri ci ha sempre pensato in altro modo, ossia con la gamma di attività di solidarietà a sfondo religioso di cui quella società era intessuta, e perché tutti gli uomini, poveri compresi, hanno soprattutto bisogno di Dio.

Nessun monastero o convento ha mai pensato di costruire solo la mensa e la foresteria e non prima di tutto la chiesa o di devolvere le risorse per costruire la chiesa al bilancio della mensa o della foresteria. Anche perché, spesso, i soldi per le suppellettili preziose provengono non dai ricchi ma proprio dai poveri. E tante chiese e cappelle oggi sconsacrate e “dismesse” sono sorte anche col contributo dei poveri e a loro finalizzate. Spesso sono state costruite da confraternite religiose dedite a curare qualche forma di disagio, o erano cappelle di ospedali, o di monti di pietà, o di rifugi di mendicità, o di opere pie. Il rapporto delle chiese con i poveri è molto complesso e non è positivo presentare la conservazione delle chiese “dismesse” come un furto ai danni dei poveri.

D’altro canto l’idea di vendere le chiese e di dare il ricavato ai poveri, può servire a coprire altre carenze della Chiesa stessa. Le chiese in questione sono spesso un peso, il che diventa il motivo principale della vendita mentre la donazione del ricavato ai poveri risulta essere lo scopo strumentale.

Inoltre la Chiesa di oggi spreca molte risorse in mille altri modi e potrebbe cominciare da lì per ottenere risorse da dare ai poveri, piuttosto che dalla vendita delle chiese o delle suppellettili preziose. Infine, la soluzione manifesta una rassegnazione più che un atto di coraggio. Rassegnazione davanti alla secolarizzazione considerata irreversibile e rassegnazione davanti agli scarsi risultati dell’impegno della Chiesa per la sua dottrina sociale. Ai poveri la Chiesa dovrebbe pensare soprattutto con l’impegno di tutti i suoi figli per incarnare i principi della Dottrina sociale della Chiesa e non con la vendita di chiese e suppellettili preziose. Puntare sul secondo fronte significa rassegnarsi al fallimento del primo.

Le chiese dismesse e sconsacrate vanno sistemate e riconsacrate. Sono convinto che molti poveri parteciperebbero volentieri all’impresa.