a cura di Benedetta Frigerio
  • India

Varata nell’Himachal Pradesh una legge anti-conversione più severa

Il 30 agosto lo stato indiano dell’Himachal Pradesh governato dal partito nazionalista indù, il Bharatiya Janata Party,  ha approvato a larga maggioranza una legge sulla “libertà religiosa” che prevede pene più severe per chi attua conversioni forzate: da un minimo di uno a un massimo di cinque anni di reclusione che salgono a sette se la conversione viene imposta a dalit, donne e minori. I nazionalisti indù promotori della Freedom of Religion Act sostengono che il suo scopo è “garantire la piena libertà religiosa, proibendo le conversioni attuate con forza, travisamento, condizionamento eccessivo, coercizione, lusinghe, matrimonio, o ogni altro mezzo fraudolento”. D’ora in poi i matrimoni contratti a scopo di conversione saranno dichiarati nulli. Chi ha intenzione di convertirsi dovrà informare il magistrato distrettuale tramite lettera con un mese di anticipo. Altrettanto dovrà fare il ministro del culto incaricato della cerimonia di conversione. Sono esentate le persone che si riconvertono alla religione in cui erano nati. Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians, fa osservare che la nuova norma contiene termini assenti in quella precedente, del 2006, come coercizione, travisamento, influenza eccessiva. Le leggi anti conversione, già in vigore in altri stati dell’India, prendono di mira soprattutto i cristiani: “sono leggi discriminatorie nei confronti delle minoranze religiose – ha spiegato all’agenzia di stampa Asia News Sajan K George – possono piantare semi di sospetto settario tra le comunità che hanno convissuto in maniera pacifica e possono essere usate contro i più deboli nella società, in particolare i dalit, le donne e i bambini”.