• DIPLOMAZIA E TWITTER

Usa e Iran, volano minacce sul Golfo. Ma niente panico

Con un tweet di rara durezza, il presidente Usa Donald Trump ha messo in guardia l’Iran. E' la risposta alle minacce lanciate dal presidente iraniano Rouhani, che ventila l'ipotesi di bloccare il Golfo Persico se il suo paese dovesse subire un embargo. Ma è l'inizio, non la fine del negoziato

Trump e Rouhani

Con un tweet di rara durezza, scritto tutto a caratteri maiuscoli (dunque urlati), il presidente Usa Donald Trump ha messo in guardia l’Iran: “Non minacciate mai più gli Stati Uniti o subirete conseguenze come pochi nella storia ne hanno sofferte. Non siamo più un Paese che sopporterà le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”. Quali erano le minacce a cui Trump ha risposto prontamente sul social network? Sono contenute in un discorso televisivo del presidente iraniano Hassan Rouhani: “Non giocate con la coda del leone o ve ne pentirete”. Nello stesso discorso, Rouhani avvertiva che “Una pace con l’Iran sarebbe la madre di tutte le paci. Una guerra con noi sarebbe la madre di tutte le guerre”.

I toni molto forti di Rouhani riguardano soprattutto la guerra commerciale, cioè la reintroduzione delle sanzioni economiche Usa, dopo che Washington si è ritirata dall’accordo sul nucleare. In particolar modo, il presidente iraniano avverte che: “non potete impedire che l’Iran esporti il petrolio nel mercato internazionale”. La minaccia è grave e concreta, perché, in caso di embargo petrolifero sull’Iran, Rouhani intende bloccare le esportazioni di tutta la regione: “E’ mai possibile che tutti, nella regione, vendano il loro petrolio mentre noi stiamo a guardare? (…) Non dimenticate che noi abbiamo mantenuto la sicurezza di questa via d’acqua (il Golfo Persico, ndr) nel corso della storia. Abbiamo storicamente reso sicura la rotta del petrolio. Non dimenticatelo”. E infine: “Non potete provocare il popolo iraniano contro i suoi interessi e la sua sicurezza”. In pratica, fuor di metafora, Teheran minaccia di bloccare militarmente lo stretto di Hormuz nel caso scatti l’embargo statunitense. Da qui nasce la risposta durissima del presidente americano. Nelle dinamiche mediatiche, ha fatto scalpore il tweet di Trump, ma si è parlato poco o per nulla delle minacce che lo hanno provocato.

Eppure, quelle iraniane, sono promesse molto gravi e concrete. Anche ai tempi del presidente Ahmadinejad, la rotta del petrolio è stata oggetto di ripetute minacce di blocco da parte dell’Iran. E anche durante la lunga guerra Iran-Iraq (1980-1988) la rotta del Golfo è sempre stata in pericolo. Tutto il Golfo potrebbe essere facilmente imbottigliato ponendo il blocco navale sullo stretto di Hormuz, un piccolo braccio di mare che separa l’Iran dall’Oman. Acque contese che sono sempre state fortemente presidiate: dal 1995, all’indomani della Guerra del Golfo, gli Usa mantengono in quell’area la loro Quinta Flotta. Solo dopo l’accordo sul nucleare di Vienna, nel 2015, gli americani hanno ritirato gran parte delle loro forze, come segnale di distensione. Ora pare di assistere a una nuova escalation nell’area.

Anche il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, lancia la sua accusa alla politica iraniana, denunciando un fondo di 95 miliardi di dollari che verrebbe utilizzato dall’ayatollah Alì Khamenei (Guida Suprema dell’Iran) per foraggiare le attività della Guardia Rivoluzionaria. “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è gestito da qualcosa che somiglia alla mafia più che a un governo”, ha detto Pompeo. Insomma, un confronto a tutto tondo, che tocca i vari temi sul tavolo: le sanzioni Usa contro il programma nucleare di Teheran e la denuncia di una politica di penetrazione iraniana nel Medio Oriente tramite la Guardia Rivoluzionaria, i famigerati pasdaran, con tutte le loro ramificazioni all’estero, in Siria, nello Yemen, in Libano, in Iraq e persino in America Latina.

Con il ritiro dall’accordo sul nucleare, seguito alla scoperta (da parte di Israele) dell’esistenza di un programma militare segreto, gli Usa comunque non mirano a far scoppiare la guerra. Come nel caso della Corea del Nord, puntano piuttosto a sedersi di nuovo al tavolo negoziale da una posizione di forza. Gli Usa mirano, essenzialmente, a corredare l’accordo di Vienna (che prevede uno stop al programma nucleare) con altri punti fondamentali: il congelamento delle attività all’estero della Guardia Rivoluzionaria e la fine del programma missilistico.

Questa prova di forza avviene, per altro, in un momento critico per l’Iran. Con un accordo diretto fra Netanyahu e Putin, i caschi bianchi (i volontari della protezione civile nelle aree della Siria controllate dai ribelli) sono stati fatti evacuare in Israele. Questo ritiro prelude certamente a un’occupazione del confine israelo-siriano da parte delle truppe fedeli ad Assad, ma senza la presenza di forze iraniane ed Hezbollah (sempre controllati da Teheran). Perché è questa la garanzia, chiesta da Usa e Israele, per evitare lo scoppio di un conflitto maggiore. Nell’importante teatro di guerra siriano, dunque, l’Iran starebbe per fare un passo indietro, suo malgrado. Da un punto di vista diplomatico, le trattative dirette fra Usa e Russia e fra Israele e Russia, stanno emarginando l’Iran. Di qui si spiega il nervosismo del presidente di Teheran.

Un ultimo aspetto di questa nuova crisi è lo strumento usato da Trump: Twitter. Il social network è il megafono virtuale del presidente americano. Invece di comunicare attraverso i canali tradizionali, che richiedono una grande preparazione e il coinvolgimento di uno staff di professionisti, l’attuale presidente Usa preferisce lanciare i suoi messaggi direttamente, senza mediazioni, senza filtri, rivolgendosi al mondo (chiunque può leggerlo, in diretta) in qualunque momento della sua giornata. Per quanto riguarda la questione iraniana, il precedente della Corea del Nord ci permette anche di comprendere il senso dei tweet di Trump. Il loro messaggio, rivolto alla controparte, è inequivocabile: non scherzate, non prendeteci sottogamba, non crediate di intimidirci, perché siamo più forti di voi. Detto questo, la ricerca di un negoziato da posizioni di forza e a condizioni più vantaggiose, non si ferma. Il bastone lo vedono tutti, la carota (la proposta negoziale) la vedono solo gli addetti ai lavori. Con la Corea del Nord ha funzionato: Trump e Kim Jong-un si sono incontrati, a sorpresa, dopo che tutto il mondo parlava già di guerra imminente. Funzionerà anche con l’Iran?