• PRIMO EMENDAMENTO

Usa, coppia di cineasti sconfigge la dittatura gender

I coniugi Carl e Angel Larsen girano per professione spot pubblicitari e brevi filmati. Cristiani praticanti, non volevano girare video di nozze gay o spot pro Lgbt e sono stati condannati per discriminazione nel Minnesota. Ma in appello il giudice Ryan Stras ha ricordato la libertà di religione, garantita dal Primo Emendamento e li ha assolti.

I coniugi Larsen nel loro studio di produzione

Un’altra importante vittoria contro la tirannia del gender. Carl e Angel Larsen, marito e moglie, sono titolari del Telescope Media Group a St. Cloud, nel Minnesota. Fanno gli operatori cinematografici, girano per professione spot pubblicitari e brevi filmati, e sono cristiani praticanti. Girerebbero e girano fotogrammi per chiunque, a meno che non si tratti di venire meno ai princìpi in cui credono. Come accadrebbe e accade se filmassero coppie LGBT+, cosa sempre più spesso richiesta al loro ramo in occasione dei “matrimoni” omosessuali. La legge dello Stato del Minnesota avrebbe peraltro voluto imporre proprio questo ai Larsen, impedendo alla coppia di esercitare l’obiezione di coscienza. E non solo: i Larsen, secondo il Minnesota, avrebbero dovuto produrre pure video gay di qualità che ritraessero l’omosessualità sotto una luce positiva, imponendo ai due cineasti cristiani il fatto che una coppia LGBT+ avrebbe avuto legalmente diritto al risarcimento qualora avesse trovato da ridire su un loro prodotto.

Nel 2016 i Larsen hanno quindi presentato un esposto contro la Commissione per i diritti umani del Minnesota, il Minnesota ha dato loro torto e i coniugi hanno fatto ricorso in appello nell’ottobre 2018 con l’aiuto dell’Alliance Defending Freedom, la benemerita organizzazione no profit che fornisce assistenza legale nei casi in cui è in gioco la libertà religiosa, la vita umana dal concepimento alla morte naturale e la famiglia naturale. Ora, venerdì 23 agosto la Corte d’appello dell’Ottavo circuito degli Stati Uniti d’America ha finalmente dato ragione ai coniugi, affermando che la produzione video del Telescope Media Group costituisce una forma di espressione e che come tale è protetta dal Primo Emendamento alla Costituzione federale, quello che stabilisce essere la libertà religiosa il primo dei diritti politici dei cittadini statunitensi e che pertanto istituisce la libertà di parola. Nel testo costituzionale la logica è del resto stringente. La libertà religiosa non è semplicemente la libertà di credere (che è, come dire, il chip di tutta la questione), ma espressamente anche la libertà di vivere pubblicamente la fede. Per questo motivo il secondo comma di quel Primo Emendamento che sancisce la libertà di espressione pubblica della fede garantisce la libertà di espressione: anzitutto per tutelare appunto la dimensione pubblica della libertà di credere (se la fede non si potesse dire in pubblico, ne verrebbe meno la dimensione pubblica), quindi perché la libertà di vivere pubblicamente la fede religiosa è la matrice e il suggello di ogni libertà di parola che abbia minimamente senso. Senza poter dire in pubblico la fede, insomma, non esiste civiltà.

Il giudice David Ryan Stras lo ha detto direttamente, sottolineando che i filmati di nozze realizzati dai Larsen sono pensati per raccontare «storie edificanti di sacrificio amorevole e di promessa tra un uomo e una donna» atte a celebrare il patto nuziale «voluto da Dio».

La questione ricorda da vicino il caso di Jack Phillips, il proprietario della Masterpiece Cakeshop di Lakewood, in Colorado, e di tutti gli altri pasticceri cristiani che si sono sempre rifiutati di confezionare dolci per “nozze” gay e a cui la legge statunitense ha dato ragione. Il punto nodale, però, come osserva raffinatamente David French su National Review, è che in più di un caso le agenzie governative americane si sono mosse dando l’impressione di ritenere le leggi contro la discriminazione degli omosessuali superiori alla libertà costituzionale di espressione. Se avesse dunque sentenziato contro i Larsen, la Corte d’appello dell’Ottavo circuito avrebbe dunque sancito proprio questo puro e semplice ribaltamento della Costituzione federale e del primo dei diritti politici degli statunitensi. Sarebbe insomma stato un piccolo grande golpe bianco, che invece è stato scongiurato da un giudice che sa cos’è la propria coscienza, che sa cos’è il proprio mestiere e che non scinde mai le due cose.

La Sinistra invece, spiega bene French, ragiona al contrario: ritiene che quanto stabilito dal Primo Emendamento, cioè la base di ogni diritto pubblico americano, sia soltanto una forma di esenzione speciale rispetto alle leggi universali che governano il Paese cui i credenti degli Stati Uniti ritengono erroneamente di avere diritto. Ma, dice French, «[…] è esattamente il contrario. Il Primo Emendamento fa parte del documento che governa il nostro Paese e che riconosce i diritti inalienabili di tutti gli statunitensi, non solo dei credenti. Sono le amministrazioni locali e degli Stati quelle che chiedono esenzioni speciali. Sono loro che stanno cercando di chiamarsi fuori dalla legge suprema di questo Paese». La Sinistra, insomma, è un’invasione di alieni ostili. C’è da giurarci che tutto finirà prestissimo davanti alla Corte Suprema.