• IL CASO BRUNSON

Un pastore americano ancora ostaggio degli "alleati" turchi

Un pastore protestante statunitense, Andrew Brunson, è ancora in carcere in Turchia, dove è stato arrestato nell'ottobre del 2016. Nemmeno un incontro Trump-Erdogan è riuscito a sbloccare il caso. Il religioso rischia 35 anni di carcere per complicità con terroristi. Le "prove" sono solo testimonianze anonime.

Soldati turchi di guardia al tribunale di Aliaga, dove è processato il pastore Brunson

Fra tutti gli importanti incontri internazionali della settimana scorsa, fra la Nato e il summit Usa-Russia, è passata quasi del tutto inosservata una brutta storia di tensione diplomatica fra due alleati, fra gli Usa e la Turchia. E’ una storia non solo diplomatica, perché riguarda direttamente la repressione della libertà di religione in Turchia e getta ombre ancor più oscure su cosa stia diventando l’amministrazione di Erdogan. Andrew Brunson, un pastore protestante di 50 anni, cittadino americano nato nella Carolina del Nord, dal 2016 è in prigione in Turchia. Non c’è una condanna nei suoi confronti, ma un processo in corso con accuse a dir poco arbitrarie sostenute da testimonianze anonime.

Le speranze per una pronta scarcerazione di Brunson si erano riaccese all’aggiornamento del suo processo, il 18 luglio. Sei giorni prima, infatti, il presidente americano Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si erano incontrati al vertice di Bruxelles anche per parlare del suo caso. Ma nella seduta del 18 luglio, il tribunale di Aliaga che sta processando il pastore americano ha aggiornato il caso al 12 ottobre. Per gli Usa è uno smacco importante perché l’opinione pubblica sta seguendo appassionatamente il caso, così come la politica a tutti i livelli. In un suo tweet successivo al rinvio dell’udienza, il presidente Trump si è detto certo dell’innocenza del cittadino statunitense. “E’ una disgrazia totale che la Turchia non scarceri un rispettabile pastore statunitense, Andrew Brunson. E’ stato tenuto in ostaggio per troppo tempo”. L’avvocato inviato dal presidente a difendere il cittadino americano, Jay Sekulow si dice comunque fiducioso che una scarcerazione possa avvenire entro le prossime 48 ore. Pare che la pressione diplomatica sia molto intensa.

Prima ancora dell’amministrazione Usa, si era mosso il Congresso. Un gruppo di 66 senatori ha mandato una lettera aperta a Erdogan lo scorso aprile, in cui si definisce la detenzione del pastore come una “presa di ostaggi”. L’accusa “è un’assurda raccolta di denunce anonime, voli pindarici e diffamazioni a caso”. Fra i senatori che hanno scritto la lettera figurano soprattutto Thom Tillis, Repubblicano, che ha visitato il prigioniero e Jean Shaheen, Democratica, che ha proposto sanzioni alla Turchia: il blocco della vendita degli F-35.

Ma quali sono le accuse rivolte al pastore, che da un ventennio vive in Turchia con la sua piccola chiesa presbiteriana a Smirne? Gli accusatori anonimi, dicono che sia colluso con la rete di Fethullah Gulen, l’islamista accusato da Erdogan di aver ordito il golpe del 2016. Lo accusano anche di essere colluso con terroristi curdi del PKK. Se dovesse essere condannato, rischierebbe fino a 35 anni di carcere. Ma in base a cosa? Nell’ultimo processo, il pubblico ministero turco ha citato solo testimoni anonimi, in collegamento video, con il volto oscurato e la voce alterata. Uno di questi si dice “un cristiano” e afferma di non aver assistito ai fatti. Tuttavia dice di aver sentito che Andrew Brunson abbia in passato dato rifugio nella sua chiesa a profughi curdi che appartenevano al PKK e abbia dato sostegno finanziario a un gruppo di studenti africani che frequentavano una delle scuole di proprietà di Gulen. Una “prova” fornita dalla testimonianza anonima è: “Ho visto molte immagini di bandiere curde nelle pagine dei social network di chi frequentava la sua chiesa”. Brunson, secondo l’accusatore anonimo avrebbe anche lavorato assieme a un missionario che ha insegnato inglese in una delle scuole di proprietà di Gulen.

Se queste sono le accuse… abbiamo uno spaccato, purtroppo drammatico, di come funzioni la giustizia in Turchia. L’arresto del pastore protestante americano è avvenuto nell’ottobre del 2016, dunque tre mesi e mezzo dopo il fallito golpe militare contro Erdogan. Gulen è tuttora in esilio volontario negli Usa, che non hanno mai accettato di consegnarlo ai turchi. Serviva un cittadino americano, possibilmente cristiano, come pedina di scambio?