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Tutti i miti dello "shutdown"

Usa, il governo federale resta senza fondi. E quindi? Non finisce il mondo, non crolla l'economia e Wall Street ha aperto in salita. Perché, allora, nei giorni scorsi si era scatenato il panico? Meglio sfatare qualche mito sullo "shutdown".

Obama

Che strano: dopo il panico diffuso negli ultimi giorni, lo “shutdown” (letteralmente: chiusura) del governo federale degli Stati Uniti, rimasto privo di fondi, provoca un leggero rialzo di Wall Street. La Borsa di New York, infatti, ha aperto in salita, dimostrando un cauto ottimismo dei mercati. Il panico è diffuso dai media. Ma i mercati riflettono la realtà: la fiducia concreta di milioni di investitori sull’andamento dell’economia. E la loro risposta corale, riflessa nel listino di Borsa, è: “non c’è alcuna tragedia in corso”.

Lo “shutdown” è un evento molto raro. Si verifica quando, al Congresso, manca un accordo sul budget federale. L’accordo è saltato perché l’opposizione repubblicana si è impuntata contro il finanziamento dell’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente. A questo punto non vengono autorizzati i fondi necessari al governo federale, lo Stato centrale degli Usa.

I quotidiani italiani, sempre più partigiani (a favore di Obama) nelle questioni americane, hanno dipinto uno scenario in bianco-e-nero. Con i democratici dalla parte dei buoni, che vogliono promuovere una riforma che dia la sanità a tutti. E i repubblicani cattivi, magari anche “ostaggio dei Tea Party” (il movimento anti-statalista), che, pur di non far curare il loro popolo dalla sanità pubblica, decidono di mandare a gambe all’aria lo Stato. La realtà non è così in bianco e nero. In primo luogo, quell’Obamacare che in Italia viene dipinta come “sanità gratis per tutti”, è una riforma che, semplicemente, introduce un obbligo di assicurazione, per molte categorie di cittadini, ma non per tutte. Imponendo quest’obbligo assicurativo (un po’ come l’Rc auto in Italia), costringendo le polizze ad assicurare anche chi è in una fascia a rischio e introducendo una regolamentazione sui prezzi e sulle disponibilità di capitale delle compagnie assicurative, l’Obamacare può portare, secondo più di una simulazione, ad un incremento di prezzi. Quei repubblicani che si oppongono, non lo fanno perché “sono cattivi” e “non vogliono curare i poveri” (che, per altro, sono già coperti dal programma Medicaid), ma perché sono preoccupati dal fatto che un’ulteriore ingerenza dello Stato nella sanità possa peggiorare la condizione di pazienti e detentori di polizze.

L’accordo è mancato, non solo per l’opposizione repubblicana sul finanziamento all’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente. Ma anche per il rifiuto democratico di accettare un compromesso. I repubblicani, infatti, avevano suggerito di accettare e votare il finanziamento in cambio di un rinvio di un anno del finanziamento. I democratici non hanno accettato l’offerta. E così, dopo un duplice passaggio fra Camera e Senato, l’accordo non si è fatto e il governo è rimasto a secco.

Da giorni e giorni, l’amministrazione Obama e la grancassa suonata dai media nazionali, ha diffuso l’idea che uno “shutdown” avrebbe lasciato gli anziani senza pensione, i soldati al fronte senza salario, le lettere senza un postino che le consegni, le aree alluvionate senza soccorsi, le città senza polizia e abbandonate al crimine. Nonostante la pre-tattica del terrore, con lo “shutdown” non si verificherà niente di tutto questo. I soldati al fronte continueranno a ricevere il loro salario. I tagli verranno effettuati dal Pentagono su personale non combattente, negli uffici, a casa, lontano dai Talebani e dalle minacce agli Stati Uniti. Tutti i servizi essenziali, come pensioni, poste, pompieri, protezione civile, poliziotti, continueranno a funzionare come se nulla fosse. A chiudere, vittime dei tagli lineari, saranno tutti i servizi “non essenziali” al funzionamento del governo, come biblioteche, parchi, musei, monumenti pubblici. E non si tratterà di una chiusura definitiva, bensì temporanea, finché non si raggiungerà un accordo. La cifra apparentemente spaventosa di impiegati statali che rischiano di rimanere senza stipendio (800mila persone) va comparata alla popolazione attiva degli Stati Uniti: circa 160 milioni di lavoratori. E dunque non appare così mostruosa.
Il fatto che uno “shutdown” sia già avvenuto 17 anni fa dovrebbe rassicurare: c’è già stato e gli Usa non sono morti. Anzi: hanno continuato ad essere la prima potenza economica del mondo. Nell’episodio analogo di 17 anni fa (si parla, dunque, del 1996) furono bruciati da 1 a 2 miliardi di dollari pubblici, a seconda delle stime. Poco, se paragonato alle somme di cui si parla nelle manovre finanziarie americane. Per dare un senso della misura, la prima manovra di stimolo economico voluta da Obama era pari a 2500 miliardi di dollari.

Il panico scatenato negli ultimi giorni è dunque un espediente tattico, adottato da Obama per far sentire in colpa i suoi avversari. Ma è anche prodotto di una mentalità ormai molto radicata fra i democratici: quella della società verticale. La sinistra statunitense, proprio come quella europea, concepisce sempre meno un’economia che non dipenda dallo Stato e non sia diretta dai politici a fini sociali. La chiusura, sia pur limitata e provvisoria, del governo federale, è percepita come un vuoto incolmabile, da panico. I conservatori, al contrario, credono nella società orizzontale: le comunità si gestiscono benissimo da sole, lo Stato è lì solo per proteggerle. Non per dirigerle. Con lo “shutdown” i Tea Party sono persino contenti. Ritengono che sia un’opportunità data agli americani per capire che si può anche fare a meno del governo centrale e continuare a vivere felici.

In ogni caso, in caso di mancato accordo, negli Usa tagliano automaticamente le spese della politica. In Italia, nella stessa condizione, aumentano l’Iva. Chiamatela, se volete, una differenza di stile. Ma non è da poco.