• RIVOLTE ARABE

Tunisia, la deriva dei Fratelli musulmani

L'uccisione di Chokri Belaïd, uno dei principali esponenti dell'opposizione laica, dà ragione a chi aveva messo in guardia dagli entusiasmi verso le rivolte arabe. Belaïd criticava aspramente Ennahdha, il partito al potere legato al movimento dei Fratelli musulmani.

Chokri Belaid

“Chokri Belaïd è caduto colpito dai proiettili dei nemici della democrazia protetti e sostenuti dall’ala dura di Ennahdha e in primo luogo da Rached al-Ghannouchi. Che la sua morte sia l’inizio della fine politica di coloro che rappresentano il principale ostacolo alla riuscita della transizione democratica”, sono le parole dure e coraggiose di Mohamed-Chérif Ferjani, professore di origine tunisina all’Università Lumière di Lione, a seguito dell’uccisione dell’avvocato e politico tunisino Chokri Belaïd il 6 febbraio scorso. Anche la vedova della vittima, Besma Khalfaoui, ha da subito esternato i propri sospetti: “Ritengo Ennahdha, con le sue ramificazioni fasciste e democratiche, responsabile dell’accaduto”.

Lo stesso Belaïd, uno dei principali esponenti dell’opposizione laica, aveva in più occasioni criticato aspramente Ennahdha, il partito maggioritario legato al movimento dei Fratelli musulmani. L’ultima volta l’aveva fatto il 5 febbraio sulla televisione NessmaTV: “Ennahdha ha dato semaforo verde agli omicidi politici”. Per il momento è stato arrestato il suo autista e nulla si sa di eventuali mandanti. Un fatto è certo, Belaïd era un personaggio molto scomodo non solo dal punto di vista politico. Nel post-rivoluzione del Gelsomino aveva seguito, come avvocato, alcuni dei casi più scottanti dalla difesa dei dirigenti della televisione Nessma accusati di avere mandato in onda il cartone animato “blasfemo” Persepolis, alla difesa del rettore dell’Università Manouba di Tunisi accusato di impedire la frequenza delle lezioni e degli esami alle studentesse che indossavano il velo integrale.

In occasione del primo processo, il 9 maggio 2012, aveva denunciato al portale “Magharebia” che “sfortunatamente, le violazioni commesse nei confronti della libertà di espressione sono diventate ancora più profonde dopo la rivoluzione”. In occasione di entrambi i processi, i salafiti, ovvero gli estremisti islamici più conservatori, avevano organizzato manifestazioni di protesta contro chi, a loro parere, contravveniva o attaccava i precetti divini. Dal canto loro i leader di Ennahdha prendevano le distanze dai manifestanti violenti, pur non criticando le iniziative legali contro l’emittente e il rettore.
Purtroppo un video che mostra Ghannouchi a colloquio con alcuni salafiti, che non è mai stato smentito dal leader di Ennahdha e che è ancora oggi visionabile su YouTube, ha dimostrato definitivamente che Fratelli musulmani e salafiti perseguono gli stessi obiettivi con metodi diversi.

Ghannouchi spiegava: “Giovani salafiti, vi dico di essere pazienti… perché affrettarsi? Prendete tempo e consolidate quel che avete ottenuto. Create canali televisivi, stazioni radiofoniche, scuole e università”. Consigliava la moderazione tanto cara ai Fratelli musulmani: “Dobbiamo instillare nel popolo lo spirito islamico. Dobbiamo prenderci tutto il tempo per educare i nostri giovani, per diffondere una consapevolezza globale islamica. Solo allora il popolo stesso chiederà l’applicazione della sharia”. Tutto questo se riportato all’omicidio Belaïd ci conduce a una riflessione sulla pericolosità e sul peso delle parole in ambito islamico.

Se un Fratello musulmano può semplicemente denunciare per blasfemia o per calunnia uno scrittore, un artista o un politico, questa denuncia può essere considerata e interpretata da elementi salafiti come una condanna a morte da eseguire. D’altronde non dimentichiamo che nell’aprile 2012 Bachir ben Hasan, un predicatore vicino a Ennahdha, ha affermato che “ogni oppositore a un governo legale è un miscredente”. Lungi da noi l’idea di lanciare accuse, saranno le indagini a portare a galla la verità, l’assassinio di Belaid è comunque un tragico evento destinato a sconvolgere l’orizzonte politico tunisino e a infrangere il già instabile equilibrio tra Fratelli musulmani e opposizione.

Nonostante il comunicato di condanna del fatto da parte della dirigenza di Ennahdha, il partito di Ghannouchi ha rifiutato la proposta del Primo Ministro Hamadi Jebali di costituire un governo tecnico, nella convinzione che il paese abbia ancora bisogno di un governo politico. E’ evidente che la dirigenza di Ennahdha ha ben chiaro che eventuali elezioni politiche assisterebbero a un calo di consenso nei confronti dell’area islamista. Un sondaggio sulle intenzioni di voto dei tunisini, reso noto lo scorso primo febbraio, dava Nidaa Tounes, partito laico di opposizione, al primo posto, facendogli superare, sia pure del 0,1 per cento, Ennahda.

Secondo il sondaggio se si votasse oggi, il 33,1 per cento dei consensi andrebbe a Nidaa Tounes, mentre Ennahda raccoglierebbe il 33 per cento. Ma a rendere ancora più importante il sondaggio è che Nidaa Tounes raggiungerebbe e supererebbe la soglia del 33 per cento, dopo avere registrato rispetto alla precedente rilevazione (dicembre dello scorso anno) un significativo balzo del 4,7 per cento, mentre Ennahda perde lo 0,9 per cento.

A questo punto l’ago della bilancia sarà Hamadi Jebali, grande equilibrista della politica, membro della dirigenza di Ennahdha e più volte definito “ostaggio di Ghannouchi”. La speranza è che le manifestazioni di piazza, lo sciopero generale indetto dall’UGTT (Union Générale Tunisienne du Travail) e la profonda insoddisfazione generale nei confronti del governo guidato dagli islamisti induca il Primo Ministro a formare un governo tecnico in vista di un nuovo ricorso alle urne.

Se così fosse, l’assassinio di Belaïd potrebbe avere conseguenze simili a quelle del suicidio di Mohammed Bouazizi e traghettare finalmente la Tunisia verso una vera primavera, dopo un gelido inverno, che li ha visti lasciare un regime laico a favore di un regime islamico, durato due anni.
I giovani tunisini sono già riusciti una volta a cacciare un dittatore, ora dovranno ripetere il miracolo forti della consapevolezza della propria forza e della propria rabbia. Ed è proprio da una giovane tunisina Wala Kasmi, membro fondatore del Fronte dei giovani, che giunge un appello all’occidente:

“Ai partner stranieri della Tunisia, mi riferisco a coloro che si vantano delle proprie acquisizioni a livello di diritti umani, dico di smettere di aiutare coloro che governano il paese, di scommettere sui vecchi politici, questa gioventù non dimenticherà mai le posizioni prese nei momenti più delicati. Un atto di coraggio o un atto di codardia segneranno il futuro di molte generazioni! Se continuerete a cercare solo i vostri interessi, un giorno la pagherete!”.