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Tregua fra Lega e M5S, solo calma apparente

Dopo aver incassato l'approvazione di Bruxelles sulla manovra economica, il governo è entrato in una fase di calma apparente. In realtà, sotto le ceneri, cova una forte conflittualità fra Lega e 5 Stelle. Questi ultimi portano a casa importanti risultati, la Lega sta alzando il prezzo sulle autonomie. E la piazza sta iniziando a rumoreggiare.

Salvini e Di Maio

Il governo ha portato a casa l’intesa con Bruxelles, i mercati danno un po’ di respiro alla nostra economia, ma i nodi sono destinati a venire al pettine molto presto. Secondo molti analisti, quindi, siamo di fronte a una calma apparente, che verrà rotta dalla conferma, a breve, di un clima recessivo già presente da qualche mese e destinato a consolidarsi, considerate le stime al ribasso della crescita del Pil e le nubi che continuano ad addensarsi sulle finanze statali, a fronte dello scarso sviluppo dell’economia italiana. La crescita industriale è infatti scesa per la prima volta dal 2016 e il trend verrà confermato anche per il terzo trimestre 2018.

Anzitutto la conclusione positiva della trattativa con l’Unione Europea ha segnato la vittoria dell’asse Conte-Moavero-Tria (sotto la silenziosa ma decisiva regia del Quirinale) su quello dei due vicepremier, che escono indeboliti. La componente tecnica ha tolto le castagne dal fuoco ad una maggioranza giallo-verde che non sapeva come uscire dall’impasse nella quale si era ficcata a causa della sua spavalda gestione dei rapporti con l’Unione. Come effetto, ciò ha prodotto la valorizzazione della figura del premier agli occhi delle cancellerie europee e il ridimensionamento del ruolo di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sempre più percepiti come capi partito in contrasto tra di loro e ossessionati solo dalla conquista e dalla conservazione del consenso.

Infatti, la loro unica preoccupazione delle ultime settimane era quella di non perdere la faccia agli occhi dei propri elettori, in vista delle elezioni europee del 26 maggio prossimo che, nelle loro intenzioni, dovrebbero segnare la fine dell’Europa delle burocrazie e il trionfo dei popoli del Vecchio Continente.

Nonostante questo movente, la manovra è stata praticamente riscritta negli ultimi giorni, proprio per venire incontro alle richieste europee, e ciò pesa in termini di mancato rispetto di alcune delle promesse fatte prima del 4 marzo. La Lega aveva annunciato la flat tax, della quale non c’è traccia nel documento di programmazione finanziaria; i Cinque Stelle portano a casa di più degli alleati, perché il reddito di cittadinanza ad aprile dovrebbe comunque partire, sia pure in forma ridotta, mentre il ddl anticorruzione è stato approvato nella versione gradita ai pentastellati.

Il Carroccio sta alzando il prezzo per quanto riguarda l’autonomia regionale, perché molti governatori del nord sono salviniani e pretendono che lo Stato conceda loro maggiori competenze in alcuni ambiti, tanto più dopo i referendum lombardo e veneto dell’ottobre 2017. Ma difficilmente otterrà quello che chiede, considerate le difficoltà del sud e la necessità che la locomotiva del nord continui a trainare il resto del Paese. E vuole tenersi le mani libere perché, sondaggi alla mano, in caso di elezioni anticipate potrebbe diventare il primo partito, pretendere l’incarico per Palazzo Chigi per il suo leader Matteo Salvini, riallacciare i fili del dialogo con imprenditori e ceti produttivi del nord, sempre più insofferenti al decreto dignità, al reddito di cittadinanza e ad altre misure assistenzialistiche e giustizialistiche (vedi ddl anticorruzione) varate proprio per compiacere i grillini.

Il primo nodo da sciogliere nel prossimo futuro riguarderà l’aumento dell’Iva. Per il 2019 è stato scongiurato, ma esso avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato 12,5 miliardi di euro. Dove si troveranno quelle somme? Nel 2020 dall’Iva è previsto un incasso aggiuntivo di 19,2 miliardi di euro, che farebbero lievitare di tre punti l’aliquota del 22%. Nel 2021 sono previsti altri 19,6 miliardi, con aliquota al 26,5%. Quali saranno le maggiori entrate o le minori spese da inserire nelle prossime due finanziarie per recuperare quelle cifre? Basteranno le dismissioni di immobili statali ipotizzate nei giorni scorsi o si dovrà ricorrere alla tanto temuta patrimoniale?

Ecco perché appare utopistico parlare di crescita del Paese, nonostante il Governo si ponesse inizialmente «l’obiettivo di ridurre sensibilmente entro i primi due anni della legislatura il divario di crescita rispetto all’eurozona e in tal modo assicurare la diminuzione costante del rapporto debito/PIL in direzione dell’obiettivo stabilito dai trattati europei».

Nella manovra in via di approvazione definitiva non ci sono i presupposti per una crescita. Si è scelto di aumentare le tasse e di tagliare ancora gli investimenti. Ma i due partiti proclamano che hanno rispettato gli impegni elettorali, perché fino al voto europeo di maggio il loro obiettivo è fondamentalmente quello. Tale populismo demagogico rischia però di far avvitare l’Italia su se stessa e di provocare una crisi ulteriore della finanza pubblica.

Forse il governo dovrebbe cominciare ad ascoltare di più le piazze e le cosiddette lobby. Confindustria, ad esempio, continua a lamentare la scarsa capacità delle misure economiche adottate di stimolare sviluppo, occupazione, ottimismo tra le categorie produttive. Nelle settimane scorse hanno manifestato contro il governo le categorie artigiane. Negli ultimi giorni il traffico nella capitale è ancora più caotico del solito a causa delle proteste di NCC e autobus turistici. Chi è sceso in piazza ha addirittura incendiato, come gesto simbolico, la bandiera dei Cinque Stelle, che avrebbero disatteso le promesse elettorali. Se questo malcontento si somma a quello degli oppositori al Tap, alla Tav e alle altre opere pubbliche, che accusano i pentastellati di essersi rimangiati tutti i proclami ambientalistici e di essersi piegati ai diktat delle lobby, ce n’è abbastanza per confermare che la calma è solo apparente e che già dopo le ferie natalizie potrebbero esserci delle sorprese.