• INTERVISTA AL CAPPELLANO GRANATA

"Tradizione e eternità: perché il Grande Torino ci commuove"

«Il tifoso del Toro si confronta con la morte e la trascendenza». Il cappellano granata don Riccardo Robella racconta alla Nuova BQ perché ricordare Superga è un rito di speranza cristiana. «Tradizione, eternità e bellezza: nel Grande Torino ritroviamo gli archetipi evangelici. Ma non paragonate quella squadra alla Juve di oggi o ai campioni strapagati. Mazzola guadagnava poco più di un operaio e aveva un negozio di articoli sportivi: eppure quella squadra incarnava un'Italia che con tenacia stava risorgendo dalle macerie della guerra». 

Il cappellano del Torino don Riccardo Robella ieri a Superga

Durante l’omelia ha preso un vaso, lo ha rotto e ha distribuito i cocci ai presenti nel Duomo di Torino, a partire dal presidente Urbano Cairo. Poi ha spiegato che il vaso non potrà mai più rivivere, ma i cocci in mano ad ognuno rivivranno a vita nuova nell’esistenza di ognuno: questa la tradizione e questa è la risurrezione. 

Don Riccardo Robella è da 4 anni il cappellano del Torino FC. Il suo è un destino segnato perché quando don Aldo Rabino, lo storico assistente dei granata morì nel 2015, aveva già designato alla società il suo successore. «Mi telefonò la società e accettai. Mio padre mi aveva trasmesso la fede nel Grande Torino. Non potevo dire di no». Don Riccardo ieri ha dato la lettura cristiana alla grande cerimonia di commemorazione a 70 anni dal disastro aereo di Superga, in cui il 4 maggio 1949 morirono i giocatori del Grande Torino, i piloti, i giornalisti e i tecnici. E lo ha fatto richiamandosi a quei valori vissuti da Mazzola & co che si ritrovano anche nella vita di fede cristiana. 

Don Riccardo, ogni anno il capitano Andrea Belotti si commuove nel leggere i nomi dei morti a Superga. Come fa a non diventare una cerimonia retorica?
Perché c’è sempre un’idea di appartenenza a maggior ragione quest’anno che eravamo in Duomo per la messa e posso dire di aver percepito una presenza cittadina importante con il Duomo stracolmo. 

Emozionante?
Più che emozionante, direi commovente. Anche la salita al colle è stata commovente, c’erano diecimila tifosi.

Perché dopo 70 anni questa commozione? La maggior parte dei presenti non ha mai conosciuto questi eroi…
Anzitutto c’è ancora qualche testimone dell’epoca e questo favorisce il ricordo. Ma soprattutto funziona il principio della trasmissione, che fa si che ciascuno consideri patrimonio proprio quello che non ha visto e vissuto. La tradizione è questo. 

Dando una scorsa agli striscioni si notano molte scritte che parlano di eterno o eternità. Ma è l’eternità degli eroi greci, un ripetersi di un ricordo cristallizzato o c’è dell’altro?
Il tifoso del Torino credente o ateo si confronta con la morte e quindi con il senso della trascendenza. Uno può dare un senso laico o religioso, ma di lì non si scappa: si è costretti, si parla di persone che non ci sono più e il senso del trascendente è inevitabile, si va oltre l’umano e l’archetipo è quello dell’eternità.

C’è ancora un affetto che travalica il tifo. Il Grande Torino è amato da tutti. Solo per la morte in giovane età dei protagonisti o c’era dell’altro?
E’ vero. C’era dell’altro, me ne sono convinto partecipando in questi anni alle cerimonie. 

Che cosa?
Il presidente di quel Torino, Ferruccio Novo non era ricchissimo. Era un imprenditore del tessile e la squadra non guadagnava le cifre astronomiche attuali. 

Bè, ma non faceva nemmeno la fame…
Certo, ma la squadra guadagnava tre-quattro volte più di un operaio. Mazzola aveva un negozio di articoli sportivi, Bacigalupo studiava Medicina. Voglio dire che questo era lo schema di una borghesia produttiva che voleva uscire dalla miseria e dalla guerra e voleva rimboccarsi le maniche. Sapeva che avrebbe raggiunto con impegno grandi risultati. Con poco quel Torino era diventato Grande con la caparbietà e l’intelligenza. E poi c’è dell’altro…

Cosa?
La bellezza. Ce l’ha spiegato Susanna Egri, la figlia dell’allenatore del Grande Torino. Il Grande Torino generava bellezza, era bello vederli giocare. Ecco, credo che se recuperassimo il valore dell’impegno e della bellezza ne avremmo un grosso vantaggio, insieme al valore della consapevolezza che lavorando si arriva a ottenere risultati e vincere 5 scudetti di fila pur non avendo campioni pagati a cifre folli. 

Sta facendo paragoni con la Juve?
No, il primo errore che si può fare per capire il Grande Torino è paragonarlo alla Juve. Sono due storie diverse e la Juventus non è il Grande Torino di oggi. Ripeto: sono due mondi completamente diversi. 

Oggi in predica in Duomo ha spaccato un vaso. Perché?
Ho spiegato che nel Grande Torino si celavano vari tesori in un vaso. Rompendosi, il vaso si è frantumato e non potrà più rinascere come prima. A questo punto non ci richiamiamo più alla rinascita, ma alla risurrezione, che è il tornare a vita nuova. L’ho spiegato distribuendo un pezzo di coccio. Risorgere in Cristo significa questo: diventare nuovi. Il Torino può risorgere dall’insieme di queste componenti, rinascere in maniera nuova. Nessuno può appropriarsi del Grande Torino dicendo “è mio” perché è memoria condivisa. Ma quando io ho in mano il coccio, chiunque si richiami a quel Toro non ne è più padrone, ma custode e quindi va trasmesso a qualcun altro. Mio padre ha fatto così con me. Questo è il concetto della tradizione che nella Chiesa e nella nostra fede è così importante. 

Come nasce il suo “amore” per il Torino?
A cinque anni con mio padre. 

E quando diventa cappellano?
Casualmente. Un giorno vado a Superga a dare una mano a don Aldo Rabino (lo storico cappellano del Torino ndr). E’ il 2015 e al termine della messa mi indica e dice: «Qui c’è il mio successore». Morirà pochi mesi dopo e a quel punto la società mi chiama e mi incarica. Accetto all’istante. 

Come si vive in ritiro con campioni come Rincon e Iago Falque?
Sono ragazzi bravi e molto semplici, contrariamente a quanto si possa pensare.

Ma quante volte celebra messa per loro?
Tutte le volte che giocano in casa, il giorno prima io sono in ritiro per la messa. 

E partecipano?
Sì, qualcuno partecipa assiduamente.