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Tacito, un "raccomandato" onesto con i vinti

Tacito sposa la figlia di Giulio Agricola nel 78 d.C. e intraprende ben presto il cursus honorum raggiungendo in pochi anni la carica di pretore. Nella monografia lo storico, che ha la tendenza a dare spazio anche alle voces e ai rumores, che presenta anche differenti interpretazioni o analisi di un fatto, offre anche il punto di vista della popolazione schiacciata e vinta dai Romani.

Tacito sposa la figlia di Giulio Agricola nel 78 d.C. e intraprende ben presto il cursus honorum raggiungendo in pochi anni la carica di pretore. Senz’altro è favorito nel rapido ottenimento di questi importanti obiettivi politici dalla notorietà del suocero, abile comandante cui si deve la conquista di gran parte della Britannia.

In sua memoria Tacito compone la monografia De vita Iulii Agricolae, nota come Agricola, una sorta di laudatio funebris del suocero scomparso, ma anche una biografia e, ad un tempo, un’opera di carattere geografico ed etnografico che apre una finestra su terre e popoli non molto conosciuti a Roma.

Della Britannia aveva scritto Cesare all’interno del De bello gallico (libri IV e V) quando aveva raccontato la prima e la seconda spedizione nell’isola.

In quarantasei capitoli Tacito esalta con tono encomiastico il suocero, dopo aver ricordato i meriti dell’imperatore Nerva (96 d. C. – 98 d. C.) che ha fuso la libertà alla dimensione dell’impero. Nei decenni precedenti, sotto l’assolutismo imperiale, Aruleno Rustico ed Erennio Senecione vengono fatti eliminare da Domiziano per i loro elogi profusi nei confronti di Trasea Peto e di Elvidio Prisco, che si opposero al principato.

Tacito apre la monografia con un’esaltazione dei nuovi tempi di Traiano sotto il quale è possibile dedicarsi alla scrittura e scrivere di storia in una rinnovata libertà che non si respirava più nei decenni precedenti in cui tanti storici e letterati hanno trovato la morte per quanto hanno scritto o per la loro attività:
pure non sarà inutile documentare, anche se con parole rozze e inefficaci, la passata servitù e testimoniare il buon governo presente. A ogni modo questo scritto, destinato a onorare mio suocero Agricola, possa, per la testimonianza di affetto che esprime, trovare apprezzamento o, almeno, essere scusato (capitolo III)

Lo storico presenta, poi, la vita di Agricola precedente la spedizione in Britannia: la formazione, la carriera fino al consolato del 77 d. C., l’insediamento in Britannia al comando della XX legione come governatore per ben sette anni.

Nel corpus centrale dell’opera Tacito descrive l’isola dal punto di vista geografico ed etnico in un efficace e sintetico excursus che apre una finestra nuova su terre tanto lontane.

Nella monografia lo storico, che ha la tendenza a dare spazio anche alle voces e ai rumores, che presenta anche differenti interpretazioni o analisi di un fatto, offre anche il punto di vista della popolazione schiacciata e vinta dai Romani.

Prima dello scontro tra i Romani e i Caledoni, passata alla storia come battaglia del Monte Grapio, uno degli autoctoni, di nome Calgaco, distinto per nobiltà e valore, prende la parola per spronare il valore dei propri combattenti.

Ricorda loro che i Caledoni (potremmo considerarli gli antichi scozzesi) hanno solo quella terra e che anche il mare non è più sicuro, da quando c’è la flotta romana. «Combattere con le armi in pugno, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi». Posti «al limite estremo del mondo e della libertà», fino ad ora i Caledoni sono stati difesi «dall’isolamento e dall’oscurità del nome». Per loro non v’è la possibilità di fuggire, perché a Nord vi sono solo scogli e mare, mentre dinanzi a loro si presenta «il flagello peggiore, i Romani», la cui prepotenza non può essere fermata né dalla sottomissione né tantomeno dall’umiltà.

Il discorso di Calgaco diventa un vero attacco all’imperialismo romano:
Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.

Calgaco sprona alla fierezza i propri compagni, giacché non possono sperare grazia dai Romani. Quanto diversa è la prospettiva con cui Cesare presentava la misericordia e il perdono dei Romani nei confronti dei vinti Galli nel De bello gallico. Non resta che mostrare il coraggio, combattere per la libertà, per le proprie donne e per i figli. I Romani non sono così forti come sembrano, sono le debolezze e le divisioni degli altri popoli a renderli famosi.

Alle fiere parole di Calgaco risponde Agricola che parla ai suoi soldati incitandoli a cogliere finalmente il frutto di tanti anni di fatica in quell’ultima battaglia:
basta con le spedizioni; coronate con una grande giornata cinquant’anni di lotte e dimostrate allo stato che mai fu da imputare all'esercito la responsabilità di una guerra protratta e delle rivolte nemiche (capitolo XXXIV).

Il governatorato di Agricola mostra saggezza e grande capacità di comando militare che lo portano a conquistare gran parte dell’isola e a meditare la spedizione in Irlanda. Improvvisamente, però, Agricola viene richiamato a Roma dall’imperatore Domiziano, mosso dall’invidia: 
Questo corso di avvenimenti, benché presentato dalla relazione di Agricola senza esagerazioni e vanterie, Domiziano, al solito, lo accolse con volto lieto, ma con inquietudine nel cuore. Portava dentro di sé la consapevolezza che il suo recente trionfo sui Germani, fabbricato comperando sul mercato degli schiavi persone che, con capelli e vestiti truccati, potessero sembrare prigionieri, era stato oggetto di derisione; ora invece veniva celebrata una vera e grande vittoria con tante migliaia di nemici uccisi. E costituiva per lui fonte di paura particolarmente il fatto che il nome di un suddito fosse più alto di quello del principe. […] Tormentato da tali pensieri - segno di feroci proponimenti - e nutrito di segreto livore, decise di mettere da parte per il momento l'odio, in attesa che scemassero l'entusiasmo dell'opinione pubblica e la devozione del suo esercito: Agricola infatti aveva ancora in mano la Britannia.  Ordina dunque che in senato vengano decretati ad Agricola gli ornamenti trionfali, la gloria di una statua con corona di alloro e tutto quanto si concede in luogo del trionfo, aggiungendovi molti discorsi celebrativi (capitolo XLI).

Una volta a Roma, Agricola non viene, però, accolto in maniera trionfale, ma con freddezza. Consapevole della situazione, l’artefice della conquista della Britannia si ritira a vita privata, senza opporsi al principato e attaccare l’imperatore.

Agricola rifiuta qualsiasi incarico pubblico per non accentuare l’invidia e l’odio di Domiziano, mostra una «misurata prudenza», non cerca «la gloria sfidando la morte con spavalderia e con vana esibizione di libertà di spirito», si comporta come un grande uomo:
anche sotto cattivi prìncipi vi possono essere uomini grandi e che una riservata obbedienza, se accompagnata da energica operosità, può innalzare al vertice di quella gloria di cui molti si ammantano ostentando il sacrificio della propria vita, attraverso arduo percorso e senza vantaggio per lo stato (capitolo XLII).

Agricola muore in circostanze oscure, probabilmente fatto avvelenare da Domiziano stesso. Ecco il racconto di Tacito:
aumentava il compianto la voce persistente che si erano sbarazzati di lui col veleno: io non posso affermare nulla con sicurezza. Certo che per tutto il corso della sua malattia ci fu, con una frequenza insolita rispetto alle consuetudini del principato di mandare a chiedere notizie, una processione continua di liberti autorevoli e di medici di fiducia dell’imperatore: si trattava di vera premura o di una forma di controllo? Era risaputo che perfino l’ultimo giorno appositi corrieri tenevano il principe informato degli ultimi istanti di Agricola morente, e nessuno credeva che sollecitasse in tal modo notizie che avrebbe ascoltato con tristezza. Tuttavia atteggiò il volto a una simulata espressione di dolore, libero ormai dal peso dell’odio, lui che più facilmente sapeva nascondere la gioia che la paura. Era poi noto che, letto il testamento di Agricola, nel quale questi istituiva Domiziano coerede dell’ottima moglie e dell’affezionatissima figlia, il principe se ne fosse compiaciuto come di un’attestazione di stima e di onore. Tanto il suo animo era accecato e corrotto dalla continua adulazione, da non accorgersi che un buon padre non nomina erede se non un principe malvagio (capitolo XLIII).

Ecco allora l’ultimo ritratto e saluto al suocero:
se i posteri vorranno conoscere il suo aspetto, fu più signorile che imponente, ed ebbe espressione non imperiosa per il prevalere della grazia. A prima vista lo si capiva buono; nessuna difficoltà a crederlo grande. Ci fu strappato nel pieno della maturità ma, se si pensa alla gloria, lunghissimo è stato il corso della sua vita (capitolo XLIV).