• IL DIBATTITO

Spadaro, una sinodalità senza sapore

Secondo il potente gesuita Spadaro il metodo della sinodalità deve essere usato anche nella prassi democratica sulla scia del presidente Mattarella. Ma non sono noti i criteri, i contenuti e i fini di questo protagonismo finendo per deviare in prassi storicistica. 

Padre Antonio Spadaro con Papa Francesco

Devo dire che non capisco pienamente e, per la quota-parte che capisco, non condivido, la visione di sinodalità di padre Antonio Spadaro e soprattutto il suo collegamento con la prassi democratica e con le direttive del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La proposta, poi, di un sinodo italiano per superare la crisi democratica mi sembra completamente fuori luogo.

Nella terza pagina di Avvenire di giovedì scorso 31 gennaio, il direttore de “La Civiltà Cattolica” (titolo questo piuttosto riduttivo rispetto al ruolo che egli sta svolgendo nella Chiesa) propone la sinodalità come “coinvolgimento”, “partecipazione”, “discussione” e “discernimento”. Se vissuta tra la gente, la sinodalità  può favorire il superamento della “paura”, dell’”ostilità”, della “frattura dei legami sociali” e quindi può aiutare la democrazia del nostro Paese nella “ricostruzione dei legami” e nel favorire l’“amicizia sociale”. In questo modo la sinodalità si collocherebbe nella linea espressa dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno secondo il quale gli italiani dovrebbero riconoscersi come “comunità di vita” e “comunità di destino”. Così, secondo Spadaro, la Chiesa sinodale deve “curare le ferite dei legami spezzati e delle fiducia tradita”.

Da tempo mi permetto di segnalare un cambiamento di registro molto importante della Chiesa italiana, ossia il passaggio dai contenuti ai processi, dal “cosa” al “come”, dai fini ai percorsi. Cultura dell’incontro, accoglienza, integrazione, cura delle ferite … sono espressioni che nulla dicono sui contenuti di tutte queste azioni, come se contenuti e fini dovessero emergere dalla prassi e non guidarla. Questo tipo di visione viene ora applicata da Spadaro alla sinodalità. Tutti i concetti con cui egli la spiega indicano infatti delle prassi, degli atteggiamenti, forme di presenza senza contenuto: paura di cosa? Frattura su cosa? Coinvolgimento per cosa? Partecipazione a che scopo? Discussione con quali criteri? Perciò risulta consono l’accostamento al discorso di Mattarella che parla di “comunità di vita” senza però indicare un contenuto valoriale reale e non solo formale che la qualifichi.

Sembra così che la sinodalità costruisca la Chiesa (e la democrazia) in quanto prassi di coinvolgimento e partecipazione. Nella unità pastorale dove abito, con uno stile dichiaratamente sinodale,  si è tenuta una settimana di iniziative dal titolo “Quale Chiesa vogliamo costruire?”. È chiaro che non sono i cristiani a costruire la Chiesa ma è la Chiesa a costruire i cristiani e quindi quel titolo è fuorviante. Ma l’idea di partecipare come gruppo, di fare le cose insieme, di attuare passi condivise, di vivere insieme per discernere insieme rischia di prendere il primo posto sui contenuti di verità che lo Spirito Santo ci comunica nella Chiesa e a partire dai quali e alla luce dei quali possiamo poi fare la nostra parte. E’ un po’ la stessa cosa successa circa la partecipazione dei fedeli alla celebrazione eucaristica (activa participatio): ad un certo punto si è cominciato a pensare che a fare la Messa fosse la prassi liturgica dei fedeli e più questa fosse espressa, diffusa, uniformata meglio sarebbe per la “riuscita” della Messa stessa. Il Protagonista, come usava dire Benedetto XVI, era sostituito dai protagonisti o, meglio ancora, dal protagonismo.

Il protagonismo di popolo viene ora proposto come essenziale per la sinodalità, senza però che siano noti i criteri, i contenuti e i fini di questo protagonismo. Se la sinodalità non è opera nostra, ma dello Spirito e consiste nell’essere ecclesialmente docili a Lui, non si può pensare che lo Spirito soffi senza verità e che abbia affidato a noi, dall’interno della prassi sinodale, di far emergere le verità da perseguire. Non è la nostra prassi a fare la sinodalità, ma la sinodalità a fare la nostra prassi, con tutto il peso della dottrina e della tradizione cristiana, altro che semplici “coinvolgimento” e “partecipazione”. La sinodalità intesa nel senso giusto non cura i legami spezzati se non nella verità e non sottomette tale sua verità alla prassi di curare i legami spezzati. Il “popolo di Dio” non rinuncia a ciò che lo costituisce come tale per assimilarsi per via di prassi al popolo sociologicamente inteso. La Chiesa è nel mondo ma non è del mondo, la Chiesa italiana è nel popolo italiano ma non è del popolo italiano.

In questo senso suscita diffidenza il collegamento tra la sinodalità e la democrazia. Padre Spadaro ammette che sono cose “diverse”, però sostiene a gran voce che la sinodalità può essere utile alla democrazia italiana. Ma ridotta a prassi senza contenuti, la sinodalità così intesa può aiutare solo la democrazia formale e procedurale, ossia quella democrazia senza contenuti che secondo la Dottrina sociale della Chiesa non è democrazia. Può aiutare a “contrastare le tendenze alla regressione della storia” in una visione, quindi storicistica, secondo cui attuale significa anche vero e buono.