• L'INCONTRO DEL PAPA AL CIRCO MASSIMO

Sogni e testimonianze: il Papa invia i giovani nel mondo

Una Chiesa «senza testimonianza è soltanto fumo». È questo uno dei messaggi più forti che Papa Francesco ha lasciato ai 70.000 giovani presenti al Circo Massimo, provenienti da circa 200 diocesi italiane per l’evento Vado al Massimo organizzato dalla chiesa italiana in vista del prossimo sinodo dei vescovi che in ottobre la chiesa universale dedicherà proprio ai giovani. "Dove non c’è testimonianza, non c’è lo Spirito Santo. Questo è serio!".

Una Chiesa «senza testimonianza è soltanto fumo». È questo uno dei messaggi più forti che Papa Francesco ha lasciato ai 70.000 giovani presenti al Circo Massimo, provenienti da circa 200 diocesi italiane per l’evento Vado al Massimo organizzato dalla chiesa italiana in vista del prossimo sinodo dei vescovi che in ottobre la chiesa universale dedicherà proprio ai giovani.

Francesco è arrivato sulla papamobile alle 18.30 e, dopo alcuni giri di avvicinamento in mezzo ai giovani, ha risposto ad alcune domande in dialogo con i ragazzi. Sono domande non nuove quelle che gli sono state poste, la prima metteva a fuoco lo sguardo che occorre avere sul futuro, la seconda verteva sulla responsabilità che occorre vivere per amare davvero negli affetti, e la terza, invece, partiva dai dubbi sulla fede di un giovane infermiere.

SOGNI
Per affrontare il domani il Papa ha chiesto ai giovani di «sognare in grande» e di «non lasciarsi rubare i proprio sogni», un tema che più volte Francesco ha espresso incontrando i giovani in questi suoi anni di pontificato. Al Papa non piacciano i «giovani da divano, che vanno in pensione a venti anni», e per realizzarli, questi sogni, ha detto, «cercate maestri buoni capaci di aiutarvi a comprenderli e a renderli concreti nella gradualità e nella serenità». Qualcuno vuole vendere pastiglie per sognare, ma quelle «ti bruciano i neuroni e ti rubano i sogni». Citando san Giovanni XXIII ha inviato i giovani a non essere pessimisti, perché «non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene».

Poi ha fatto l’esempio del santo di Assisi, che «cominciò a sognare in grande», ma il padre che era un grande «affarista» provò a convincerlo del contrario. Lui però «si è rifugiato nel vescovato, ha dato le vesti al padre e ha chiesto di farli continuare il cammino. Questo giovane, un italiano del XIII secolo, si chiamava Francesco e ha cambiato la storia dell’Italia».

AMARE DAVVERO
Martina, 24 anni, ha chiesto al Papa come si può scegliere di amare davvero. «Perché il desiderio di intessere relazioni autentiche, il sogno di formare una famiglia, sono considerati meno importanti di altri e devono essere subordinati a seguire una realizzazione professionale?». Lei, ha risposto il Papa rivolgendosi a tutti, «ha messo il dito nella piaga, la scelta dell’amore, “però… non adesso, quando finirò gli studi per esempio”. Quel “però” ci ferma, non ci lascia andare, ci toglie la libertà. C’è sempre un “però” che a volte diventa più grande della scelta e la soffoca». Bisogna saper distinguere il «vero amore dal semplice entusiasmo» e si deve imparare a scegliere davvero, con coraggio, senza inutili attese magari dettate dalla «carriera». Il nemico più grande dell’amore «è la doppia vita», cioè dare mezze misure, «scappatoie»: si deve mettere «tutta la carne sulla griglia», come si dice in Argentina.

«La scelta del matrimonio, di formare una famiglia, oppure la scelta di dedicarsi a Dio e ai fratelli nella consacrazione», ha risposto il Papa, «è questione di aver trovato questo tesoro, quello più prezioso [della mia vita, ndr]. E di agire di conseguenza. Perché è il Signore che ha nascosto questo tesoro nella vostra vita per benedirla e per renderla feconda».

TUTTI CHIAMATI AD ESSERE TESTIMONI
La domanda di Dario, 27 anni, infermiere in cure palliative, ha posto la più classica domanda sul dubbio di fede, quella che riguarda il problema del male e della sofferenza, e perché un Dio buono la permetta. «La Chiesa», ha aggiunto esprimendo un altro classico non troppo originale, «portatrice della Parola di Dio in terra, sembra sempre più distante e chiusa nei suoi rituali. Per i giovani non sono più sufficienti le “imposizioni” dall'alto, a noi servono delle prove e una testimonianza sincera di Chiesa».

Il Papa ha risposto a braccio ripetendo parole che già aveva usato in altre occasioni, non mancando di sollevare qualche perplessità. Non «tutti i perché hanno risposta», ha detto. «Non tutti. Perché soffrono i bambini? Chi mi può spiegare questo? Non abbiamo la risposta. Soltanto troveremmo qualcosa guardando Cristo crocifisso e sua madre. Lì troveremo la strada per sentire nel cuore qualcosa di risposta».

Riprendendo le parole di Dario, il Papa ha sottolineato che «ci ha detto che noi siamo sempre più chiusi nei nostri rituali. Sentiamo questo non rispetto. Non sempre è così. Delle volte è vero». Comunque «se noi cristiani non impariamo ad ascoltare le sofferenze, ad ascoltare i problemi, di stare zitti e lasciare parlare, e ascoltare, non saremo mai capaci di dare una risposta positiva. E tante volte le risposte positive non si possono dare con le parole, si devono dare rischiando se stessi con la testimonianza. Dove non c’è testimonianza, non c’è lo Spirito Santo. Questo è serio!». Ha quindi invitato a prendere le distanze dalla preghiera del fariseo che si sente giusto, perché «così pregano gli ipocriti! ‘Povera gente, non capisce nulla, non sono andati al collegio cattolico, non capiscono tutto’: è cristiano questo? No, questo è peccato». Bisogna uscire dagli schemi e dalle nostre sicurezze per «uscire da se stessi e andare incontro agli altri». Infine, un riferimento al “chi sono io per giudicare?”: «ognuno di noi può criticare quel prete, quel cristiano, se non è capace di uscire da sé stesso per dare testimonianza?»

CORRETE PER IL REGNO DI DIO
«Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Ci vuole il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna». L’essenziale è che «i discepoli di Gesù corrono perché hanno ricevuto la notizia che il corpo di Gesù è sparito dalla tomba. (…) Da quella mattina, cari giovani, la storia non è più la stessa. L’ora in cui la morte sembrava trionfare, in realtà si rivela l’ora della sua sconfitta. Nemmeno quel pesante macigno, messo davanti al sepolcro, ha potuto resistere. E da quell’alba del primo giorno dopo il sabato, ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui dominano violenza, guerra, miseria, là dove l’uomo è umiliato e calpestato, in quel luogo può ancora riaccendersi una speranza di vita».