• VECCHIE ABITUDINI

Slogan, slide e illusioni. La politica che non cambia

Anche nella cosiddetta Terza Repubblica si riproducono pratiche e riti che sembravano appartenere alla Prima e alla Seconda, vendita di illusioni compresa. Esempio di questo atteggiamento, sulla falsariga di Berlusconi e Renzi, è il vicepremier Di Maio, che ha dichiarato che il reddito di cittadinanza può reinserire nel mercato del lavoro “un milione di individui”.

Anche nella cosiddetta “Terza Repubblica”, che appare sempre più una finzione scenica peraltro mal riuscita, si riproducono pratiche e riti che sembravano appartenere alla Prima e alla Seconda. Ci si lamentava perché all’epoca del pentapartito i leader di maggioranza e di opposizione facevano a gara a chi la sparava più grossa, con promesse mirabolanti e difficilmente realizzabili, ma che servivano a raggranellare voti. La gente era più paziente perché tutto sommato non c’erano gli assilli e le urgenze economiche dei tempi attuali. Con l’avvento del berlusconismo, alcuni slogan propagandistici dell’allora premier assumevano intonazioni quasi messianiche. Uno dei più celebri fu quello sul milione di posti di lavoro.

Sembra passato un secolo, ma non è così, perché uno dei vicepremier di oggi, Luigi  Di Maio, elogiando il reddito di cittadinanza come svolta epocale per l’Italia, ha dichiarato che quel sussidio può reinserire nel mercato del lavoro “un milione di individui” degli oltre tre milioni che oggi hanno rinunciato a cercare un posto. Tutti numeri non supportati da studi socio-economici certificati, anche perché si tratta di un provvedimento che mira a stimolare i consumi primari delle fasce più povere della popolazione, senza però minimamente puntare sulla crescita. Non è detto infatti che questo meccanismo generi sviluppo e muova l’economia in automatico. Nel 2001 Silvio Berlusconi addirittura rilanciò con un milione e mezzo di posti in più, secondo lui generati dalle politiche di centrodestra dei suoi governi.  Ma poi chi ha verificato che fosse davvero così?

Dall’ossessione del “milione” non è rimasto immune neppure Matteo Renzi, che ha difeso il suo Jobs Act, assicurando che avrebbe prodotto “un milione di posti di lavoro”. È chiaro che poi nessuno verifica queste cifre e, a bocce ferme, diventa difficile controllare la realizzazione di tali promesse. A occhio e croce, però, visto che la situazione del mercato del lavoro è peggiorata, sembra naturale diffidare delle promesse di tutti gli attori politici summenzionati, anche di quelli attuali.

Altra regolarità, che dal renzismo si trasferisce al grillismo, è l’utilizzo delle slide. L’ex sindaco di Firenze, una volta diventato premier, le mise online per rendere plastico e trasparente il contenuto dei suoi provvedimenti ed evidenziare, step by step, i progressi delle sue realizzazioni. Ma che fine hanno fatto quelle slide, utilizzate per la presentazione della legge di stabilità e per quella della riforma della “Buona scuola”, visto che poi il suo governo è caduto e il suo successore Paolo Gentiloni ha in larga parte cambiato l’agenda di governo? Nessun cittadino si è più posto il problema.

Pure il leader pentastellato Luigi Di Maio, che nell’ottobre 2016 twittava contro il metodo delle slide (“Le slide sono belle ogni anno, ma alla fine le manovre sono sempre una truffa”), ora si converte all’illustrazione infografica e la usa per illustrare, anche con l’ausilio di video, gli effetti del reddito di cittadinanza.

Ma l’ultimo e forse più colpevole espediente di propaganda politica utilizzato indifferentemente dai governi di tutte le epoche, anche da quello in carica, è la negazione della realtà e la costruzione di una realtà parallela, associata alla rappresentazione di un complotto. Si ricorderà Silvio Berlusconi che, di fronte ai primi segnali di grave crisi economica, negava l’evidenza e rispondeva sottolineando che i ristoranti e gli aerei erano pieni. Si ricorderà Matteo Renzi che, di fronte alla staticità del mercato del lavoro e alla crisi del sistema bancario, tuonava contro “i gufi”, senza minimamente fare autocritica.

Oggi alcuni esponenti del governo non sembrano da meno di chi li ha preceduti. Gridano al complotto di giornali, poteri forti, cancellerie europee e istituzioni internazionali tutte le volte in cui qualcuno, che sia la Banca d’Italia o la Banca centrale europea o il Fondo monetario internazionale, si permette di segnalare che siamo in recessione e che un prolungato spread tra i 250 e i 300 punti non sarebbe a lungo andare sostenibile. Luigi Di Maio ha perfino rilanciato parlando di un imminente nuovo boom economico, stimolato dall’espansione dell’economia digitale e accusando le istituzioni europee e internazionali di congiurare contro l’Italia.

La causa primaria di tali “patologie” della politica italiana risiede nell’ossessione del consenso e del sondaggio: tutto viene pianificato e, soprattutto, pubblicizzato, in funzione del consolidamento del consenso, con una logica di utilità immediata, senza attenzione alle prospettive delle nuove generazioni. Nessuno si preoccupa davvero del futuro del Paese.