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Siria, dentro il regno del terrore

Torture, frustate, condanne a morte sono all'ordine del giorno nella Siria occupata dai ribelli jihadisti. Una fonte non sospetta, Amnesty International, pubblica il rapporto sui loro crimini contro l'umanità.

Bandiere nere jihadiste

Le notizie che giungono dalla Siria continuano a confermare la tesi che questo quotidiano ha sempre ribadito sin dai primi colpi sparati: i ribelli anti-Assad sono addirittura peggiori rispetto allo stesso dittatore.

Sul terreno dei diritti umani, il dittatore Bashar al Assad è stato ritenuto responsabile dall’Onu per crimini di guerra e contro l’umanità. Il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra lo ha pubblicamente denunciato e raccomanda di processarlo presso la Corte Penale Internazionale. Tuttavia, una fonte non sospetta quale Amnesty International, il 19 dicembre ha pubblicato un rapporto che svela l’altra faccia del crimine siriano: torture, campi di detenzione ed esecuzioni sommarie delle milizie ribelli dell’Isis, l’auto-proclamato “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”. Domenico Quirico, dopo aver trascorso cinque mesi di prigionia in quelle carceri, aveva parlato, fuori di metafora, di “Paese del Male”. Il rapporto di Amnesty ci mostra alcuni scenari di quel regno del terrore. C’è posto per una sola religione e per una sola interpretazione dell’islam sunnita. Nessuno può stare al sicuro, nessuno può scegliere di comportarsi come crede, nemmeno i bambini. La lista dei reati si è allungata a dismisura, fino ad includere il fumo di una sigaretta o una donna che esce senza veli o non accompagnata da un maschio della famiglia. Il controllo della milizia è ferreo. I processi sono una farsa e durano pochissimi minuti.

Il rapporto Amnesty cita casi di Sadd al Ba’ath, dove un giudice provvisto di cintura esplosiva (dunque sempre pronto a farsi saltare, in caso di pericolo) emette sentenze in due minuti, commina pene corporali severissime e pene capitali che talvolta esegue personalmente. Anche i bambini, come si è detto, possono rimanere intrappolati nell’ingranaggio di questa giustizia totalitaria. Un padre racconta di aver sentito le urla del figlio torturato: un bimbo di otto anni. Un ragazzino di 14 anni ha subito 90 frustate. Altri detenuti, non meno sfortunati, subiscono per giorni e giorni la tortura dello “scorpione” legati in posizioni così innaturali da comprometterne articolazioni e spina dorsale. Un prigioniero della struttura di Al Akershi, ha trascorso 40 giorni in una cella bagnata di benzina e piena di apparecchi elettrici, convivendo col terrore che una sola scintilla avesse potuto dar fuoco al tutto. Sarebbero almeno sette i centri di detenzione, individuati da Amnesty, in cui si praticano questi orrori, tutti individuati fra le province di Al Raqqa e Aleppo. Ma è probabile che ve ne siano molti di più.

Gli scenari descritti dal rapporto sono un piccolo esempio di quella che potrebbe diventare la Siria, nel caso vincesse l’esercito islamico. E il rapporto di forze fra i ribelli “laici” (che includono i non molto laici Fratelli Musulmani) e i ribelli islamisti, ormai è di 10 a 1 a favore di questi ultimi. Sono almeno 11mila gli jihadisti accorsi da tutto il mondo per andare a combattere la guerra in Siria. Con una ribellione interamente islamizzata ed estremista, si riducono enormemente anche le possibilità di chiudere il conflitto con un negoziato. L’ambasciatore statunitense Robert Ford, che sta compiendo una serie di ricognizioni preliminari, ha già incassato il “no” delle formazioni islamiche e il boicottaggio esplicito dell’Arabia Saudita, la loro maggior finanziatrice. Ebbene: questo è il risultato di due anni di armi e fondi forniti dalle democrazie occidentali ai ribelli, tramite l’intermediazione di Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Giordania.

Inutile dire che il califfato messo in piedi dall’esercito islamista è incompatibile con qualunque presenza cristiana. Nella terra in cui avvenne la conversione di San Paolo, la popolazione dei fedeli si è ridotta di un quarto. Non si hanno ancora notizie sulla sorte di quei 2000 cristiani barricati nel villaggio di Kanaye e assediati dai miliziani jihadisti, costretti a convertirsi e a seguire i dettami coranici con la minaccia delle armi. Non ci sono notizie certe neppure sulla sorte di 12 suore ortodosse e 3 giovani laiche, rapite a Maaloula lo scorso 2 dicembre. Secondo monsignor Zenari, nunzio apostolico a Damasco, vi sarebbero trattative in corso. La relativa liberalità dei loro carcerieri (che hanno permesso alle religiose di contattare il mondo esterno) farebbe ben sperare. In ogni caso, Maaloula, che era cristiana da due millenni, è stata occupata e profanata e i suoi abitanti “infedeli” costretti alla fuga dalle milizie di Al Nusra, legate ad Al Qaeda.