• IL LIBRO

Sessantotto, macerie di una rivoluzione contro i padri

Ci stiamo estinguendo. E ci stiamo suicidando: letteralmente. Se vogliamo sapere come siamo arrivati a tutto questo, è necessario ripartire dal ‘68, il Sessantotto di piombo, che ha fatto scorrere fiumi di sangue. E il Sessantotto del desiderio, che ha distrutto il sesso per trasformare il piacere in un diritto. Riflessioni sul libro di Giovanni Formicola: Il Sessantotto, macerie e speranze

Il libro di Formicola

Ci stiamo estinguendo. E ci stiamo suicidando: letteralmente. Solo in Italia abbiamo 4000 suicidi l’anno. Anche non mettere al mondo figli è una forma di suicidio: un suicidio differito. Non verrà al mondo la nostra progenie. Il diritto all’aborto, l’aborto come diritto, è la più straordinaria conquista di una cultura che è semplicemente cultura di morte. Altre conquiste sono il diritto di sottoporsi a dolore e malattia per una finzione di appartenere all’altro sesso, il diritto di affittare il corpo di una donna, farle partorire un figlio e portarglielo via.

Se vogliamo sapere come siamo arrivati a tutto questo, è necessario ripartire dal ‘68. È stato il ‘68 che ha permesso a una società imperfetta, ma una società in grado di distinguere il bello dal brutto, quindi potente e vitale, di trasformarsi in una società suicida, una società suicida che si sta suicidando immergendosi nel brutto, annegata negli antidepressivi e nella cannabis, con una tristezza, una desolazione che una generazione fa avremmo considerato inimmaginabili. Finita la Seconda Guerra Mondiale, morto Stalin, ci siamo avviati in un periodo di incredibile ricchezza. I nostri campi traboccavano di grano. Gli antibiotici rendevano un vago ricordo malattie terribili che per secoli ci avevano flagellato. Eppure l’odio è scoppiato con tale violenza da finire nelle strade che sono state insanguinate, mentre fiumi di figli di papà manifestavano la loro collera di non aver avuto in eredità un mondo perfetto, che somigliasse a quello delle pubblicità.

Se vogliamo capire la nostra epoca dobbiamo capire il '68. Se vogliamo capire il  '68 un libro preziosissimo e densissimo è Il Sessantotto, macerie e speranze ( ed Cantagalli) di Giovanni Formicola. Il libro si compone di due parti: la prima è costituita dal saggio sul 68 che l’autore tratta con uno stile appassionato e impetuoso, perché il ‘68 di macerie ne ha lasciate tante, e soprattutto ci stiamo ancora inciampando. La seconda parte è un bel saggio sulla città stato di Fiume, un’appendice che si lega alla prima parte del libro perché anche qui si tratta di rivoluzione e controrivoluzione.

Su YouTube è reperibile la conferenza tenuta a Parma il 7 aprile del 2018 dall’autore. Come Giovanni Formicola ci spiega è importante studiare il ‘68, perché i sessantottini si “sono fatti grandi” e occupano cattedre e presidenze di corti di cassazione, tribunali, e quindi il '68 non si è esaurito: è vivo e vegeto. Occupano soprattutto la televisione. Giovanni Formicola sottolinea che i ‘68 sono due: quello del piombo e quello del desiderio. Noi ci eravamo preoccupati molto di quello di piombo, giustamente, visto che i morti ammazzati erano tanti e veri, ma in realtà è quello del desiderio che ci sta annientando. Il '68 degli anni di piombo è stato quello politico militare, quello dei morti ammazzati, dei gambizzati, di un fiume di sangue che ha riempito le strade di paesi finalmente usciti della guerra e che finalmente vivevano con un po’ di benessere. Chi ha la mia età ricorda le camionette della polizia agli angoli delle strade, sempre più insanguinate. Non è un fenomeno concluso, nota Formicola, perché gli orfani sono ancora orfani, i mutilati sono ancora mutilati, i morti sono ancora morti, le vittime non sono diventate ex vittime, mentre i brigatisti sono diventati ex brigatisti e hanno posizioni importanti.

Il terrorismo comunista era solo apparentemente velleitario. Aveva invece il compito, peraltro pienamente raggiunto, di far apparire il Partito Comunista come affidabile e credibile, di farlo uscire dal ghetto di partito legato a una dittatura straniera micidiale e aggressiva. Grazie ai brigatisti il Partito Comunista, anche se sempre legato, anche economicamente, a quella dittatura, poteva presentarsi come un baluardo a difesa della legalità. A favore dei terroristi ci fu e c’è un pregiudizio positivo: il fine che giustifica i mezzi e la rivoluzione è un buon fine perché con un colpo di spugna e un po’ di sangue cancellerà tutte le ingiustizie. Il mito della rivoluzione parte da un concetto sbagliato. Nega la naturale aggressività umana, il fatto che naturalmente molti individui cercheranno di sopraffare gli altri a proprio vantaggio, e alcuni ci riusciranno.

Non esistono società perfette e tutte le rivoluzioni hanno avuto il solo effetto di destabilizzare una società imperfetta rendendola peggiore, scatenando l’aggressività umana che si autoalimenta e raggiunge picchi inimmaginabili. Molto peggiore. Il fine avrebbe dovuto essere la compassione per i più poveri e per le vittime dell’ingiustizia sociale. Errore gravissimo: se i mezzi sono ignobili, il fine lo è altrettanto. Nessuno che uccida inermi e innocenti può avere un fine etico. In effetti dei poveri e degli emarginati, in realtà, ai rivoluzionari tutti e ai sessantottini in particolare, è sempre importato meno di zero. Il fine in effetti era ignobile: instaurare al posto di una democrazia un po’ scassata e parecchio imperfetta una perfetta dittatura, qualcosa sul simpatico modello Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot. I mafiosi sono in un certo senso meno pericolosi: si limitano a uccidere e rapinare denaro, non vogliono la nostra anima, ma solo i nostri soldi. Nessuno di loro è mai arrivato all’1% dei disastri dei regimi del comunismo reale e della loro ferocia.

Il ‘68 del desiderio invece è stato la trasformazione di un desiderio in diritto. Anzi è stata la trasformazione in diritto di un desiderio mediocre infantile e ridicolo: il coito permanente e deresponsabilizzato. Non c’è stata nessuna rivoluzione sessuale. Il sesso è una cosa magnifica, il dono di Dio attraverso il quale un uomo una donna si uniscono e generano vita. Il '68 è stato una rivoluzione erotica. La sessualità è scomparsa ed è rimasto un continuo strofinio, un attrito da cui nascono, o meglio possono nascere, sensazioni piacevoli. Mentre tutti cinguettano di liberazione della donna, di dignità della donna, la pornografia ha invaso il mondo. La prostituzione ha invaso il mondo. L’oppressione della donna ha raggiunto vette mai viste: la cosiddetta gravidanza per altri, da lapidazione e l’obbligo del velo sempre più estesi, e sempre più tollerati dall’Occidente con estasiati cinguettii.

Tutto questo nasce dall’idea che la rivoluzione, cioè una rottura completa col passato, è sempre una bella cosa. Le rotture, tutte, per definizione, fanno male. Questo mito della rivoluzione matura nel ‘500 con la negazione del peccato originale. Il peccato originale non c’è, se le cose vanno storte e perché c’è un qualcosa di sbagliato questo qualcosa di sbagliato si modifica con una bella rivoluzione, dopo la quale tutto sarà bello e andrà bene come nelle pubblicità. Chissà come mai non funziona: invece dei fiumi di latte e miele ci troviamo sempre dei fiumi di sangue e morti ammazzati. Oppure fiumi di deresponsabilizzati infantili e infelici, che fondono fragilità e protervia.

Il ‘68 ha negato i padri, tutti, a cominciare da Dio Padre. Ha negato la responsabilità personale. Ha negato la logica, a cominciare da quella aristotelica, definita come una camicia di forza. Ha rinnegato il vero e la capacità di distinguerlo dal falso e di conseguenza ha rinnegato il bello e la capacità di distinguerlo dal brutto. Architettura pittura scultura musica hanno perso la bellezza. Il ‘68 è stato preceduto dal concilio Vaticano Secondo. Se si modifica la liturgia, si modifica il culto. Se si modifica il culto, si modifica la cultura.

Le macerie sono tante e le speranze poche, ma qualche speranza c’è ancora. E la speranza di ricostruire. Come? Riscoprendo il bello, il buono, il giusto. Riscoprendo il bello, il buono e il giusto all’interno delle nostre chiese. Riscoprendo il bello, il buono, il giusto all’interno delle nostre case, attorno alla tavola di Natale, a quella di Pasqua, alle feste di Matrimonio e di Battesimo.

Il libro di Giovanni Formicola è imperdibile anche per le citazioni. Vale la pena di possederlo per custodire in un angolo della nostra biblioteca le imperdibili citazioni, che altrimenti saranno perse e invece così saranno conservate. Molte sono in latino. Senza traduzione. Il libro vuol essere un sassolino messo a costruire la causa di una nuova, diffusa conoscenza del latino? Come primo passo a ricostruire? Faccio parte del folto gruppo che ha letto il libro con il computer davanti, aperto sul traduttore latino italiano. La mia conoscenza del latino è nettamente migliorata leggendo il libro. Un motivo di più per amare questo piccolo trattato.