• LA LETTERA

Senza ideali e speranze, anche le culle restano vuote

Per frenare il declino demografico, molti tra i leader europei affermano che occorre favorire l’accesso agli immigrati, perché sarebbero loro ad invertire la tendenza. Ma così censurano il fatto che Il fenomeno della è causato, innanzi tutto, da un decadimento ideale che ha radici nella negazione dei grandi ideali cristiani.

Speranze sparite e culle vuote

Caro direttore

sono tanti i ragionamenti fatti in Occidente che sono errati e fuori dalla realtà. Uno di questi riguarda il tema del declino demografico, per rimediare al quale molti affermano che occorre favorire l’accesso agli immigrati, perché sarebbero loro ad invertire la tendenza di tale declino.

In Germania, ad esempio, la stessa Merkel ritiene che l’aprire la porta ai siriani, appartenenti quasi tutti alla classe medio-alta e, comunque, istruita, potrebbe favorire la ripresa della natalità, con tutte le conseguenti ricadute positive. Su tale questione è in corso un ampio dibattito, nel corso del quale molti studiosi tedeschi contestano la tesi della Merkel, soprattutto dal punto di vista economico e pensionistico. Ma io vorrei sottolineare un altro aspetto, che mi sembra sintomatico della crisi ideale che sta affondando la gloriosa Europa e un po’ tutto il mondo occidentale.

L’Europa dovrebbe fare, innanzi tutto, autocritica e non sperare che il problema venga risolto da elementi esterni. L’Occidente, come al solito, non si chiede le ragioni della propria crisi morale e pensa di superarla ponendosi la benda agli occhi ed i tappi alle orecchie. Il fenomeno della denatalità in Europa è causato, innanzi tutto, da un decadimento ideale, che, a sua volta, ha le radici nella negazione, sempre più ossessiva e a volte addirittura violenta, dei grandi ideali cristiani che hanno dato vita, nei secoli, a terre popolose, creative e geniali, in tutti i settori della vita umana. Gli occidentali fanno sempre meno figli non per motivi economici e sociali (anche se di questi occorre tenere conto), ma perché la cultura dominante sta demolendo, con sistematicità e protervia, tali ideali ad uno ad uno, rendendo cinica e sterile la nostra gente. 

I nostri bisnonni, nonni e padri avevano problemi economici, sociali e sanitari molto peggiori di quelli di ora, ma avevano il coraggio di mettere al mondo figli perché avevano la coscienza che questo era un bene per sé e per tutta la società. Oggi, la cultura nichilista ha ristretto l’orizzonte della vita, togliendo ad essa ogni prospettiva positiva circa il futuro. Ed allora, perché mettere al mondo figli? Se vogliamo che la prospettiva cambi, occorre dare speranze nuove per il futuro, con un’educazione nuova che dia un senso alla vita dei nostri giovani e con il riconoscimento della centralità e della soggettività della famiglia, su cui incentrare ogni politica sociale. 

É semplicemente assurdo che la Merkel ponga la speranza di crescita dei tedeschi sulla prolificità dei siriani o dei turchi, invece che cercare di trasmettere ai suoi concittadini la ragioni per le quali dovrebbero essere loro a tornare a desiderare di essere prolifici. In questa problematica si inserisce anche l’atteggiamento dei cristiani. Troppo spesso anche gli uomini di Chiesa sembrano più preoccupati di sottolineare gli aspetti sociologici ed economici relativi alla demografia, che non le ragioni profonde per le quali un popolo intero smette di fare figli. E le ragioni profonde poggiano più sulla fede vissuta, che non sulle analisi sociali. Gli uomini di Chiesa dovrebbero annunciare di più la bellezza e il fascino di Cristo che non soffermarsi su tutto ciò che crea ostacoli dall’esterno. Chi sa che la vita ha un senso non ha paura di far nascere, con responsabilità, figli.

Caro direttore, penso che i nostri politici, a tutti i livelli, debbano cambiare direzione su tutte le tematiche relative alla famiglia; ma penso anche che la Chiesa abbia la responsabilità di trasmettere una fede che dia a ciascuno la forza di scelte coraggiose e controcorrente. Una fede troppo annacquata non aiuta certo il popolo ad essere di più se stesso.