• IDEOLOGIA GENDER

Se lo Stato spinge una ragazzina a sentirsi “trans”

Nel Regno Unito una quattordicenne con tendenze omosessuali si convince dopo ricerche su Internet di trovarsi “nel corpo sbagliato”. La madre protesta per un terapista che alla prima visita propone alla figlia di assumere ormoni e lo Stato minaccia di sottrargliela. Una vicenda che presenta assonanze con i casi di Charlie, Isaiah e Alfie.

Accade nelle Midlands inglesi. Lei, che chiameremo Abbie, ha 14 anni e si dichiara omosessuale. Abbie si sente rifiutata dagli altri oppure, più probabilmente, la sua omosessualità esprime un disagio più profondo. Comunque sia questa adolescente va in Internet e cerca risposte. «Mia figlia», racconta la madre che chiameremo Bettye, «si sentiva rifiutata come lesbica, quindi si è rivolta a Internet per avere delle risposte ed è stata risucchiata da questi social media che le hanno fatto credere che ci sono giovani nati nel corpo sbagliato. Ha scritto a me e a mio marito una lettera che diceva che era nata nel corpo sbagliato ed era davvero un ragazzo. Ricordo di aver pensato: “Queste non sono parole sue, sono parole che lei ha trovato in Internet”». Chiamasi plagio. In breve la rete consigliava ad Abbie non solo di rimanere omosessuale, ma di sommare a questa sua condizione anche quella propria dei transessuali.

La figlia a questo punto chiede, anche dietro il suggerimento di un amico, di recarsi presso un terapista esperto di disforia di genere. La madre all’inizio non accetta, subodorando che il terapista sarebbe stato peggio del male da curare, ma poi cede. Madre e figlia, quindi, si recano insieme l’estate scorsa presso uno sportello dei servizi di salute mentale per adulti e bambini del Servizio sanitario britannico. Ecco in sintesi estrema come andò quella prima visita secondo il racconto della madre: «Non mi aspettavo che ci fosse un accenno a ormoni, figuriamoci durante la prima visita». E quindi funziona così: arriva un’adolescente che vuole cambiare sesso perché glielo ha detto un blog su Internet e, come al McDonald’s, viene subito accontentata. Niente periodo di riflessione, niente esame prolungato della condizione dell’adolescente nei mesi seguenti, niente proposte alternative al “cambiamento” di sesso. Una botta di ormoni e avanti il prossimo.

La madre non ci sta, ma qui inizia la sua battaglia contro il Servizio sanitario e la scuola. Infatti anche quest’ultima, accondiscendendo alle volontà confuse di Abbie, iniziò a rivolgersi a lei con un nome e pronomi maschili. Bettye monta su tutte le furie e cerca un altro terapista che probabilmente sposava un orientamento terapeutico opposto al primo psicoterapeuta favorevole agli ormoni. Apriti cielo. La scuola informa gli assistenti sociali che minacciano la madre: o lascia che Abbie “cambi sesso” oppure toglieranno a lei e al marito la figlia.

In una mail degli assistenti sociali viene detto che Abbie è un minore a rischio e che hanno intenzione di inserirla in un “piano protezione bambini”, che suona tanto come “piano protezione testimoni” quasi che la madre fosse una mafiosa che volesse farla pagare a quell’infame della figlia. «Ero in lacrime - racconta Bettye - perché venivamo trattati come criminali quando cercavamo solo di proteggere nostra figlia». Ora, dopo un chiarimento tra la famiglia e gli assistenti sociali, pare che il tutto sia rientrato, ma la spada di Damocle della sottrazione della figlia da parte dello Stato pende sempre sulla testa di questi coniugi.

Il caso trova assonanze anche con quelli di Alfie Evans, Charlie Gard e Isaiah Haastrup, piccole vittime sacrificali di uno Stato totalitario. I tre bambini, infatti, come ricorderanno i lettori, furono uccisi dai medici con il beneplacito della magistratura; e i genitori furono messi all’angolo senza poter far nulla (nel caso di Charlie Gard i genitori alla fine cedettero). Tutto nel nome del “supremo interesse del minore”. La competenza nell’individuazione dell’interesse del minore dovrebbe spettare in prima istanza ai genitori, ma queste vicende ci insegnano che spesso le cose vanno in maniera diversa.

L’errore comunque sarebbe risolvere questi casi di cronaca rimanendo nel perimetro dell’individuazione dei soggetti realmente competenti a decidere. Ma così non deve essere. Infatti, giustamente i servizi sociali dovrebbero intervenire per tutelare i minori e i giudici togliere la patria potestà a quei genitori che si rivelano incompetenti a crescere un figlio. Quindi non è detto che tutto ciò che decide un genitore per il proprio figlio sia giusto. La competenza nell’educare i figli spettante ai genitori infatti si fonda sul bene oggettivo del figlio. Il riferimento corretto allora per comprendere i gravi errori commessi nei casi Evans-Gard-Haastrup e nel caso della quattordicenne Abbie è l’individuazione del reale bene per il figlio. Bene che nei primi casi significava: curare questi tre bambini; nel secondo caso significava: far abbandonare la condizione di omosessualità a quella ragazza e farle comprendere che il “cambiamento di sesso” non era la soluzione ai suoi problemi ma avrebbe solo aggravato i suoi problemi.

E dunque prima di tutto spetta ai genitori riconoscere questo bene. Se così non avviene allora è corretto che lo Stato, in modo vicario, supplisca al ruolo dei genitori per tutelare l’autentico interesse del minore.

L’ideologia eutanasica e quella gender hanno sostituito il vero bene di bambini e ragazzi - vita, salute, attrazione uomo-donna, etc. - con beni fasulli, quali morte, droga e omosessualità: i genitori che non si conformano al mainstream, dunque, non fanno il vero bene del figlio ed è perciò inevitabile metterli da parte, far entrare in scena lo Stato con il suo codazzo di medici, giudici e periti per rieducare la prole secondo le nuove dottrine. Insomma, si è genitori sotto condizione risolutiva, cioè fintantoché si dà prova di essere soldati fedeli al regime...